In Ambientalismo

DI PIERO MORANDINI*

Esiste una colorita espressione inglese (“I smell a rat here”), che in italiano verrebbe tradotta con “sento puzza di bruciato” oppure “gatta ci cova”, perfettamente appropriata per descrivere lo studio recentemente pubblicato con suono di fanfare e tamburi mediatici qualche giorno fa sulla rivista Food and Chemical Toxicology.
Nella pubblicazione, un gruppo di ricercatori francesi a cui partecipa anche una ricercatrice italiana, ha riportato i risultati di una ricerca durata oltre 2 anni in cui hanno sottoposto dei ratti a diete contenenti mais (convenzionale o transgenico di un certo tipo resistente ad un erbicida (il glifosate), sia cresciuto con o senza erbicida) e a cui hanno dato da bere acqua con o senza dosi crescenti dello stesso erbicida. L’idea era di evidenziare, se possibile, eventuali effetti del mais transgenico in combinazione con il relativo erbicida.
Il primo dato che il lettore deve conoscere per poter giudicare il lavoro è che anche i ratti si ammalano di tumore e, come gli altri animali, quanto più un ratto vive, tanto maggiore è la probabilità che il ratto si ammali (di tumore), perchè questa è una malattia tipica dell’età avanzata, dovuta all’inceppamento dei meccanismi di controllo della proliferazione cellulare.

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Con un’analogia, è molto improbabile che un pneumatico nuovo scoppi dopo pochi km, mentre è facile che succeda quando è vecchio, cioè la probabilità aumenta man mano che passa il tempo ed aumenta l’usura.
In particolare, il ceppo usato dai ricercatori (Sprague-Dawley) è un ceppo standard nella ricerca biomedica, ma presenta un tasso di mortalità a due anni del 20-60%, con il valore preciso che dipende dal sesso, dalla dieta, dallo studio…etc. I ratti di questa età muoiono spesso di tumore o addirittura vengono soppressi apposta quando i tumori sono troppo grossi, al fine di evitare sofferenze inutili alle bestie.

Varie pubblicazioni (a partire dagli anni ’50 del secolo scorso) hanno evidenziato anche che una dieta ad libitum (senza alcuna restrizione) aumenta la velocità con cui i tumori insorgono. Detto altrimenti, mangiare a sazietà non fa affatto bene ai ratti, ma, lo
sappiamo da anni, anche agli uomini e la temperanza di cui si parla a catechismo (by the way, se ne parla ancora?) sarebbe la miglior cura contro il cancro…
Se prendiamo 10 ratti maschi in queste condizioni, qual’è la probabilità che questi sviluppino tumori nel corso dell’esperimento? Come detto prima, sarà un valore tra 20 ed il 60 %, cioè tra 2 e 6 ratti. Mettiamo che sia il 46%, giusto a scopo di esempio, per continuare il nostro ragionamento, anche se il valore esatto si può solo conoscere facendo un esperimento con tanti ratti di controllo, cioè quelli che semplicemente sono cresciuti con la dieta standard, ma che non ricevono la sostanza sospettata di essere tossica. Se fosse il 46%, e io prendessi dieci ratti a caso, mi aspetterei di trovare poco più di 4 ratti e mezzo ammalati con tumore.

Ovviamente non è possibile osservare un topo frazionario con tumore, per cui ne troverò magari 4 o 5, o anche 2, o ancora 7 o 8 a seconda del campione prelevato.

*CONTINUA A LEGGERE QUA: http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2012/9/25/OGM-Quando-e-la-fantasia-a-rendere-tossico-il-mais-transgenico/323500/

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