In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI*

“Restituire gli interessi è un piccolo passo che ognuno può fare già ora. I titoli di Stato non sono un investimento finanziario, sono un investimento sociale. Oggi servono a tenere in vita i nostri ospedali, le nostre scuole, i nostri servizi pubblici, la nostra società. Gli interessi che lo Stato paga sui suoi titoli provengono dalle nostre tasse. Il tasso di interesse è un dispositivo finanziario che trasferisce ricchezza dai più poveri ai più ricchi.” Apprendo dalla lettura di un articolo sul Sole 24 Ore da cui ho tratto queste parole che Bruno Bonsignore è presidente di Assoetica.

L’associazione da lui presieduta ha deciso di lanciare un’iniziativa – che suppongo i promotori ritengano etica – volta a invitare i possessori di titoli di Stato a restituire al Tesoro gli interessi percepiti. La retorica utilizzata da Bonsignore è intrisa di statalismo e di un solidarismo che spesso si rivela essere fasullo. In ogni caso, fuorviante, dal momento che, senza alcun pudore, sembra paragonare lo Stato a un poveraccio vessato dagli usurai. Che i titoli di Stato siano una combinazione di inflazione futura e imposte future (ossia due forme diverse di espropriazione dei cittadini da parte dello Stato) non è una novità. Tuttavia, non è togliendo gli interessi che si risolve il problema. E’ tagliando la spesa pubblica che si può iniziare a risolvere il problema.

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Dalle parole di Bonsignore pare che lo Stato utilizzi il denaro raccolto mediante emissione di titoli di debito solo per “tenere in vita i nostri ospedali, le nostre scuole, i nostri servizi pubblici, la nostra società”. Premesso che molti di quei (dis)servizi pubblici sono imposti ai cittadini in regime di monopolio a prescindere dalla loro opinione, la figura dello Stato “buon padre di famiglia” implicita nel discorso di Bonsignore è quanto di più lontano dalla realtà, e non solo in Italia.

Se lo Stato si indebita è perché spende troppo, nonostante una pressione fiscale ai vertici delle classifiche mondiali. Se dovesse pagare meno interessi finirebbe per spendere di più e male (peggio), come ha dimostrato di fare negli anni precedenti la crisi, quando i BTP rendevano poco più dei titoli tedeschi e, invece di sistemare i conti e ridurre il debito, i governi hanno fatto più spesa pubblica. E sostenere, come spesso ci si sente ribattere, che l’errore è stato fare spesa corrente e non per investimenti è solo un pretesto statalista per difendere la spesa pubblica, che, al di là delle modalità per lo più coercitive con cui viene finanziata, potrebbe essere più efficiente di quella privata solo se si dimostrasse (e temo proprio che non sia possibile) che chi governa ha più conoscenze e capacità di tutti quanti i governati. Il tasso di interesse, infine, non è “un dispositivo finanziario che trasferisce ricchezza dai più poveri ai più ricchi”. E’ semplicemente la remunerazione che spetta a chi decide di posticipare l’utilizzo del denaro per finalità di consumo di beni o servizi assumendo al tempo stesso il rischio che lo stesso perda potere d’acquisto e/o che il soggetto che prende in prestito quel denaro non sia in grado di restituirlo.

Lo Stato non ha bisogno di beneficenza, né è a sua volta un benefattore. Se lo scopo di un cittadino fosse quello di fare beneficenza, affidarsi allo Stato sarebbe il modo peggiore di farlo, essendo l’intermediario di quelle risorse per lo più costoso e inefficiente, quando non ladro. Facciano Bonsignore e soci quello che vogliono, rimettano allo Stato anche l’intero valore nominale dei titoli in loro possesso. Ma evitino di parlare di “investimento sociale”. Siamo a Natale, non a carnevale.

 

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*Link all’originale: http://www.lindipendenza.com/bot-bonsignore-debito-pubblico/

 

 

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