In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI

“Il cosiddetto libero mercato non esiste, non è neppure un concetto valido. I governi creano i mercati… Se vi piace il mercato, se applaudite i successi individuali e le imprese private, vi piace il governo. Uno non è possibile senza l’altro. La relazione tra li governo e il mercato privato e il capitalismo in generale è come quella tra padre e figlio.” (A. Marshall)

Apprendo dal sito di Bloomberg, dove ho letto un articolo dal quale ho tratto queste frasi che ritengo farneticanti, che Alex Marshall è senior fellow alla Regional Plan Association di New York. Chiunque sia, mi pare evidente che non ha capito nulla di cosa sia il mercato.

Secondo Marshall, non esisterebbe nessun libero mercato, perché sono i governi a creare e regolamentare i mercati. Avrei concordato se avesse detto che il mercato non è attualmente libero negli Stati Uniti (né altrove, peraltro). Ma non è libero proprio per via dell’intrusione dei governi, non perché non esisterebbe senza di essi.

L’evoluzione da scambio diretto (baratto) a scambio indiretto (con l’introduzione della moneta), fino all’organizzazione degli scambi in luoghi fisici (e oggi anche virtuali), ciò che costituisce l’essenza del mercato, sono passaggi di quello che, tra gli altri, Hayek (che evidentemente Marshall neppure conosce) ha ben descritto come un ordine spontaneo. Gli ordini spontanei preesistono agli Sati e tutt’al più si può affermare che sopravvivano ad essi, non che da essi vengano formati o sviluppati. E questo per il semplice fatto che l’azione dello Stato presuppone coercizione, e la coercizione è in antitesi con la volontarietà necessaria perché un ordine sia spontaneo.

Mi sembra quindi un’autentica farneticazione osservare la realtà attuale, nella quale i governi ovunque nel mondo pretendono di regolare e indirizzare il mercato secondo i loro scopi, e trarne la deduzione che “se applaudite i successi individuali e le imprese private, vi piace il governo”, oppure che “la relazione tra li governo e il mercato privato e il capitalismo in generale è come quella tra padre e figlio”.

Non vi è nessuna paternità legittima, bensì una invasione da parte dello Stato nei confronti del mercato. Nessuno nega che gli scambi necessitino di regole, ma non è affatto inevitabile che le regole siano dettate dallo Stato. Potrebbero benissimo essere usi e consuetudini facenti parte dell’ordine spontaneo del mercato stesso. I sostenitori dei cosiddetti “fallimenti del mercato” pare non vogliano rendersi conto che tali “fallimenti” sono per lo più la conseguenza delle distorsioni legali e regolamentari introdotte dagli Stati. Che si tratti, poi, di conseguenze intenzionali o inintenzionali dell’interventismo statale, credo che non faccia una grande differenza.

Per fare un solo esempio: il fenomeno del cosiddetto “too big to fail” che riguarda grandi aziende, soprattutto nel settore bancario, non è altro che la conseguenza della regolamentazione statale che ha favorito l’aspettativa (e il conseguente azzardo morale) di socializzazione delle perdite in caso di dissesto. Ma questo equivale a rimuovere dal mercato una delle sue funzioni fondamentali; attribuirgli la responsabilità per i disastri che conseguono all’azzardo morale, richiedendo maggiori regole da parte degli Stati, è del tutto assurdo.

Suppongo che Marshall non sarebbe d’accordo, ma credo che il suo sia un caso irrecuperabile.

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Mostrati 10 commenti
  • Alessandro Colla
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    Più che farneticazione credo sia malafede. Avrebbe potuto anche dire che se ci piace la divinità, allora ci piace anche la bestemmia. E che il rapporto tra fede e bestemmia è come tra madre e figlia. O che se ci piace l’arte, ci deve piacere anche la distruzione delle statue di Buddha da parte dei talebani, perché arte e vandalismo sono parenti. Insomma, se ci piace la ricchezza è perché ci piace la fame. Se ci piace la cultura è perché amiamo l’ignoranza (anch’esse notoriamente madre e figlia). E se ci piace la libertà è perché siamo innamorati del totalitarismo. Occorrerebbe un piano Marshall per ridicolizzare tutti questi vecchi e inutili arnesi che infestano la scienza economica. I governi creano i mercati? Allora hanno anche creato gli idiomi. E il sole, si sa, gira intorno alla terra. Che sta ferma. Ma “un bel dì vedremo” Alex Marshall camminare sulle acque e “levarsi un fil di fumo” dalla canapa indiana di certo pseudoeconomisti che come sono andate le cose nel mondo, di certo non lo “Cio – Cio – Sanno”. Troppe farfalle aspettano l’intervento di Stato Pinkerton: finiranno suicide lasciando solo Dolore. Che Torre del Lago insegni.

  • Albert Nextein
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    Questa è gente che ha sbagliato mestiere.
    Si meriterebbe uno stage quinquennale presso un’azienda zootecnica a pulire stalle ed animali.
    8 ore al giorno a tariffa fissata nei contratti unici.

  • Max
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    Non conoscevo questo Marshall e così mi sono documentato un po’, ma francamente ho rimediato solo concetti molto confusi.

    Nel suo libro The Surprising Design of Economies of the Market (2012), Marshall affermerebbe che il governo costruisce i mercati, il mercato libero è un falso concetto che ostacola una discussione più ampia sui tipi di mercati che il ​​governo costruisce con la costituzione di proprietà, società, brevetti e infrastrutture fisiche, che Marshall vede come le fondamenta dei mercati. (?!). Insomma un pastrocchio che non vale nulla.

    Qui poi c’è una critica banale a Marshall che vale ancor meno di nulla.
    Tempo perso. L’unica cosa buona è la bella foto del frattale di Mandelbrot.

    http://www.againstcronycapitalism.org/2012/09/alex-marshall-at-bloomberg-says-markets-can-not-exist-without-governments/

  • Spago
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    Tutto sta semplicemente nel definire cosa si intende per mercato. Un liberale o un libertario intendono il libero scambio. Nel momento in cui questo viene regolato, logicamente non è più libero. Qui “libero” è inteso come libero da interferenze coercitive, basato su rapporti pacifici e volontari. Per molti altri “libero” vuol dire libero da posizioni dominanti e monopoli, dalle asimmetrie informative e dalla “concorrenza sleale”. Allora questa “libertà” richiede una regolamentazione, leggi antitrust e cose del genere, o forme di protezionismo contro il dumping, i prodotti cinesi, o l’olio tunisino e via dicendo. I paesi che non imponogno le nostre stesse norme sul lavoro minorile, sulla sicurezza, il rispetto dell’ambiente, i diritti dei lavoratori e via dicendo, sono tutti “concorrenti sleali”.

    Il punto è che per noi la libertà è una libertà negativa, quindi se tu mi imponi degli obblighi con la forza, io non sono libero, mentre per gli altri la libertà è una libertà positiva. Per noi il mercato è libero quando non viene impedito, per loro non basta che non mi sia impedito di lavorare, scambiare, commerciare, etc.. devo essere messo in grado di poterlo fare. Per noi il mercato è ordine spontaneo, per loro è un progetto, uno stato di cose preciso da raggiungere attraverso provvedimenti politici.

  • Gian Piero de Bellis
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    Per certi aspetti, storicamente, Marshall ha ragione. L’unione doganale degli stati tedeschi (Zollverein) che creò il mercato interno fu un prodotto della burocrazia prussiana.

  • Alessandro Colla
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    L’unione doganale non creò il mercato interno. Quello già esisteva. Le dogane il mercato lo limitano, non lo creano. In quel caso, come nel caso più recente dell’Unione Europea, si può togliere qualche vincolo a favore dei contraenti per magari amumentare il protezionismo nei confronti di chi non aderisce. Ad esempio quei cattivi degli austriaci nel primo caso, le ex colonie nel secondo. Il contrario della creazione del mercato, un ‘ennesima limitazione mascherata da agevolazione. Bismarck preparava l’anschluss prima del suo successore con i baffetti, coso là, come si chiamava, mi pare Adolf Merkel o roba del genere.

    • Gian Piero de Bellis
      Rispondi

      Se parliamo di un libero mercato mondiale, sono d’accordo. Quello non esiste e non saranno certo gli stati che lo creeranno dal momento che la sua esistenza necessita la scomparsa degli stati territoriali e dei loro confini. Ma questo non lo vuole nessuno, neanche i libertari alla Hoppe o tutti coloro che sono contrari alla libertà piena di movimento, per tutti, dappertutto (il che non vuol dire entrare a casa di una persona senza essere invitati ma non vuole neanche dire considerare il territorio di uno stato la propria casa).

  • Alessandro Colla
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    Non mi sembra esatto affermare nessuno voglia la scomparsa degli stati territoriali. Lo stesso Hoppe sostiene che l’eventuale regolamentazione dei movimenti delle persone deve essere un compito deio privati e non delle burocrazie statali. L’obiettivo dei libertari è comunque quello dell’abolizione della sovranità statale.

  • vetrioloblog
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    il buon Alex Marshall, con tutto il dovuto rispetto per i suoi eventuali prestigiosi titoli e pubblicazioni, mi dà l’impressione di quel canarino che, essendo sempre stato in gabbia, non riesce a rendersi conto della sua penosa situazione e addirittura è convinto che la naturale dimensione della libertà sia quella della sua gabbia.

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