In Anti & Politica, Economia

KeynesDI MATTEO CORSINI

“Allargare la spesa pubblica tanto per spendere di più non è una politica keynesiana (Keynes stesso disse, forse a questo proposito, “Io non sono un keynesiano”). Gli anti-keyneasiani degli anni Settanta sostennero, correttamente, che una fede cieca nelle politiche keynesiane – un keynesismo male inteso – porterebbe a eccessivi debiti pubblici e inflazione. La conclusione? Le politiche keynesiane servono in situazioni estreme… Quando si dà una medicina che combatte efficacemente il male ma può avere effetti collaterali negativi, la via da percorrere non è quella di non dare la medicina ma di somministrarla e poi correggere gli effetti collaterali con altre misure.” (F. Galimberti)

Rispondendo a un lettore che gli faceva notare gli effetti non proprio entusiasmanti dell’applicazione delle politiche keynesiane in Italia, Fabrizio Galimberti ha deciso di adottare una sorta di approccio negazionista. Quando l’ho letto mi è venuto in mente il grande Marty Feldman nella parte di Igor nel film Frankenstein Junior, quando dice: “Gobba? Quale gobba?”

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Ora pprendiamo che le politiche keynesiane “servono in situazioni estreme”, e che la medicina va somministrata per poi “correggere gli effetti collaterali con altre misure”. In effetti uno dei mantra keynesiani è più o meno il seguente: nel breve periodo allarghiamo i cordoni della borsa e lasciamo pure correre il deficit per sostenere la domanda aggregata; l’importante è fin da ora predisporre un credibile piano di rientro da realizzare nel medio lungo periodo, quando l’economia avrà ripreso a funzionare a pieni giri.

Questa posizione parte dall’assunto che all’origine delle crisi non vi sia mai qualche distorsione dovuta a politiche economiche a loro volta keynesiane. Per i keynesiani, infatti, il mercato si inceppa per motivi endogeni, e questo renderebbe necessario l’intervento del governo e della banca centrale. Si tratta, a mio parere, di una posizione indimostrabile, dato che non si è mai sentito un keynesiano propugnare il laissez faire in periodi nei quali l’economia non fosse in crisi.

Volendo comunque concedere a Keynes l’attenuante che i suoi seguaci abbiano male interpretato e applicato il verbo del maestro, resterebbero una presunzione e un errore di fondo. La presunzione è quella di considerare il tecnocrati onniscienti, e quindi capaci di risollevare le sorti dell’economia senza fare ulteriori danni. L’errore, non meno grave della presunzione, è quello di ritenere che chi governa (a prescindere dalla parte politica) abbia la stessa propensione ad attuare una politica fiscale restrittiva, soprattutto dal lato della riduzione della spesa pubblica, che ha quando si tratta di attuare una politica fiscale espansiva, soprattutto dal lato dell’aumento della spesa pubblica.

Si tratta, tra l’altro, di due posizioni tra loro contraddittorie. Se si considerano gli individui per lo più incapaci di capire cosa è bene e cosa è male e si diffida della loro cooperazione volontaria ritenendo indispensabile l’intervento dello Stato, non ha molto senso confidare nel fatto che chi governa avrà un atteggiamento neutrale nei confronti delle politiche fiscali espansive e restrittive. Questo per il semplice fatto che per governare serve prendere i voti alle elezioni (ammesso che non si sia in dittatura,  in effetti Keynes riteneva che le sue proposte fossero attuabili in misura più efficiente da un governo che non dovesse rendere conto del proprio operato) proprio da quegli individui ritenuti per lo più incapaci di capire cosa è bene e cosa è male. Non sarà un caso che nessun politico prometta lacrime e sangue in campagna elettorale.

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In sostanza, l’abuso delle ricette keynesiane da parte di chi governa è un esito pressoché certo, e questo lo si può capire anche senza ragionare con il senno di poi. Ciò dovrebbe bastare ad accantonare tutto l’armamentario keynesiano, anche se non fosse basato sulla presunzione a cui ho fatto cenno prima.

Il fatto, però, che ciò non avvenga, porta alla conseguenza che la presunta mala applicazione del keynesismo induca i keynesiani a invocare la corretta applicazione del keynesismo quando già il debito è elevato, creando un effetto a palla di neve che, nella loro logica, può essere ridimensionato solo con l’inflazione. Non è un circolo vizioso questo

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