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giapponeDI MATTEO CORSINI

“Il riarmo giapponese sarebbe un ulteriore stimolo all’economia del Paese sulla scia di quanto è avvenuto negli Stati Uniti ai tempi della presidenza di Ronal Reagan”. (M. Bussi)

Tra i tanti commenti entusiasti circa la recente decisione della banca centrale giapponese di attuare un allentamento quantitativo (ovvero aumentare, se necessario raddoppiandola, la base monetaria mediante acquisti di attività finanziarie, soprattutto titoli di Stato) di dimensioni simili a quello della Fed, pur essendo l’economia giapponese circa la metà di quella americana, mi è capitato di leggere anche questa sorta di lode del riarmo.

In sostanza, l’aumento delle spese militari da parte del governo produrrebbe un aumento del Pil giapponese, da vent’anni in sostanziale stagnazione. Da un punto di vista aritmetico il discorso è ineccepibile, dato che un aumento della spesa pubblica comporta un pari incremento della domanda aggregata nella formula utilizzata per calcolare il Pil. Con un dettaglio, non certo privo di importanza: la spesa pubblica, essendo spesso assenti prezzi di mercato, viene valutata al costo, con il risultato paradossale che, per esempio, se si raddoppia lo stipendio di un dipendente pubblico pare che anche il Pil aumenti.

E così se lo Stato decide di aumentare la spese militari, incrementando il personale e comprando armamenti, il Pil aumenta. Il fatto, poi, che aumenti anche il debito pare non preoccupare più di tanto. In fin dei conti, la BoJ può certamente stampare tutti gli yen di cui ha bisogno il governo. Non mi stupisce questo modo di ragionare: in fin dei conti Paul Krugman arrivò a sostenere che sarebbe bene se l’umanità si convincesse dell’imminenza di un attacco da parte di alieni, perché così aumenterebbe la spesa pubblica per la difesa e, quindi, il Pil.

Probabilmente passerà del tempo prima che gli effetti negativi di queste politiche economiche dissennate si manifestino. Tuttavia, la diffusa sottovalutazione di questi effetti e, al contrario, l’entusiasmo che sta suscitando il nuovo (si fa per dire) corso della politica monetaria giapponese mi rafforzano nella convinzione che avesse ragione Henry Hazlitt quando sostenne che “oggi è già il domani che ieri il cattivo economista ci suggeriva di ignorare”.

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Mostrati 4 commenti
  • Rispondi

    Pensate quanto aumenterebbe il PIL Giapponese se decidessero di invadere la Corea poi la Manciuria e quindi la Mongolia. Poi con l’oro e il rame Mongolo si pagano tutti i debiti.

  • Parla come Mangi
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    Si certo c’è il babau dietro l’angolo!! Per intando loro vanno alla grande e a quanto pare, visto che sono presenti da secoli si presuppone che lo saranno anche per altrettanto.
    Mentre da noi i fenomeni da baraccone, pluridecorati nelle scuole dei replicanti, considerano lo stato come se fosse un privato cittadino, tra l’altro con teorie verificabili solo un foglio di excel, a patto di considerare il mondo popolato da un solo soggetto: il teorizzante.
    Chiaramente tutti gli altri elementi che popolano codeste teorie partorite con taglio cesareo forzoso, diversamente con parto spontaneo la natura avrebbe provveduto in forma naturale a sopprimerli in quanto difettosi, devono essere funzionali al sistema.
    In pratica non è ammessa la biodiversità giustamente da buoni replicati che sono.
    Evviva le teorie che danno benessere “domani” ma tragedie oggi e rifiutiamo categoricamente quelle che danno benessere “subito” perchè “domani” ci faranno male.
    Insomma per fare gli intelletuali chic e non sapendo più cosa fare e dire, mettiamo a raccontare il mondo visto con le gambe all’aria e la testa all’ingiù.
    Mi pare che sia già stato scritto o meglio forgiato da qualche parte che “Il lavoro rende liberi”.

  • Christian
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    Visto che l’aneddotica va per la maggiore dico che a preferire le uova oggi il contadino è rimasto senza più galline (perché morte di vecchiaia) quindi senza ulteriori uova e quindi è morto di fame.
    Ci troviamo in una situazione catastrofica perché oggi è stato il domani di uno ieri dove qualche Minus Habens ha deciso che era meglio mangiare tutte le uova e poi pensare alle galline.
    Stare a testa potrebbe essere utile come unico metodo per far arrivare un po’ di sangue al cervello.
    Il lavoro è una necessità. Una volta l’otium indicava un’occupazione principalmente votata alla ricerca intellettuale, ovviamente appannaggio delle classi dominanti che temevano la possibilità che l’uomo comune, affrancato dalla schiavitù del lavoro coatto (nulla contro chi vede nel lavoro un modo per crescere e realizzarsi ma dubito che questi abbiano in mente lavori come l’operatore ecologico, l’operaio o la cassiera di un supermercato, con tutto il rispetto per queste categorie, in particolare per gli operai con cui sto sempre a stretto contatto) avesse cominciato a ragionare e capire.

    Distinti saluti

    • Parla come Mangi
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      Mi fa piacere che ci siano ancora degli estimatori l’aneddotica, ma nell’analisi manca il tempo, entropia di tutte le cose comprese le teorie che trovano nell’empirico riscontro temporale, il concretizzarsi..o meno di ciò auspicato. Non a caso non si attende in eterno per avere qualche riscontro di dette teorie, semmai questi tempi sono più consoni a chi è più propenso a veri e propri atti fedi, quindi esulano dalla scienza, almeno per quella che noi accettiamo oggi giorno: quella moderna empirica.
      Premesso questo al sol fine di fare chiarezza sull’unità di misura che viene presa in considerazione, base anche sulla quale si misura la statistica, preso atto che il Giappone non vive e non è – in una sorta di viaggio nel tempo – più indietro di trecento anni rispetto a noi, ebbene cosa ha fatto il nostro bravo contadino giapponese?? Si è tenuto ben stretto la sua gallina dalle uova d’oro che continua tutt’ora a sfonarne a gogo.
      Invece il nostro devoto contadino, nonostante l’esperienza maturata, ha ascoltato le sirene dei sacerdoti del mondo migliore – chiaramente che verrà ma non si sa ancora adesso quando – che gli consigliavano di redimersi per la vita vissuta lussuriosamente e piena vizi che non poteva permettersi, suggerivano di vendere la gallina per dei denari che avrebbe potuto impegnare in attività più redditizie.
      Morale il nostro contadino ora non ha più la gallina ed è con le pezze nel deretano, non ha più le monete perchè le ha spese per comprarsi le uova della gallina che aveva venduto ai dotti sacerdoti (Il Gatto e la Volpe) ed ora è anche costretto a indebitarsi per comprarle se vuole campare.
      Della serie: I riferimenti temporali assenti.
      Buona serata.

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