In Varie

matitaDI PASQUALE MARINELLI

Il bene comune viene menzionato ogni qualvolta sarebbe necessario legittimare una certa norma o progetto politico. Ma a cosa ci si riferisce quando si parla di bene comune?

Probabilmente, il tentativo di evocare il bene comune, il più delle volte, sarebbe quello di riferire che gli intenti di un’azione (sia essa un provvedimento normativo, una proposta politica, ecc.) siano quelli di servire il benessere di una collettività.

Volere il bene comune significherebbe volere il bene per tutti quanti, fare qualcosa perché tutti godano di benefici, piuttosto che di malefici. Per questo, il bene comune sembra essere la giustificazione a tutto ciò che politicamente viene realizzato (o si ha intenzione di realizzare). Essendo così, possiamo dire che l’evocazione del bene comune è espressione di buoni intenti.

Purtroppo, di buone intenzioni è anche lastricata la via per l’inferno. Infatti, troppo spesso accade che, in nome del bene comune, si prendano decisioni che poi si rivelino essere tutt’altro che per il bene di tutti: le atrocità del nazismo in Germania o del comunismo nell’Unione Sovietica furono commesse proprio in nome del bene comune. L’eccessiva pressione fiscale e burocratizzazione italiana di oggi, l’incremento della spesa pubblica e dell’assistenzialismo di stato, sono stati disposti da chi, a suo parere, li ha ritenuti necessari per il bene comune. Ma ciò ha provocato un incremento del debito pubblico, degli sprechi della pubblica amministrazione, della disoccupazione, una diminuzione del potere d’acquisto degli italiani e della competitività all’estero del nostro paese, favorendo il benessere di certe categorie sociali piuttosto che di altre.

Di conseguenza, quando ci si riferisce al bene comune, non si garantisce la bontà dell’intento per ognuno degli individui di una comunità. Anche perché ciò che è bene per una persona non lo è necessariamente anche per un’altra.

Ne consegue che ritenere un progetto o un provvedimento orientato al bene comune sia solo la dichiarazione di una buona intenzione (più o meno sincera), comunque appartenente alla sfera relativa (e non a quella assoluta), in cui i diversi punti di vista di ciascuna persona, assieme, non sono in grado di spiegare a tutti e in maniera univoca perché una certa azione sia realmente per il bene di tutti. In definitiva, evocare il bene comune al fine di giustificare una certa azione, per la relatività del suo significato e per i presupposti strumentali del suo utilizzo, non ha ragione alcuna, se non quella meramentedemagogica.

Per quanto l’onestà intellettuale mi impone di non tollerare quella di “bene comune” come un’espressione in grado di qualificare la bontà di fatti e misfatti di un’azione (soprattutto se politica o economica), credo di riuscire comunque a comprendere chi, in buona fede, ritiene di attribuire un senso all’espressione oggetto di questo post.

Secondo la mia modesta opinione, riferirsi al bene comune sarebbe un tentativo, abbastanza grossolano, della maggiorparte della gente per comprendere, in sole due parole, idee e valori di ben più enorme spessore filosofico e morale, come la solidarietà, la carità, il mutuo soccorso.

Il tentativo però rischia di far scontare, a coloro che sono sottoposti ad un’azione compiuta per il bene comune, i benefici che producono le idee di cui sopra, in quanto esiste unadifferenza sostanziale fra un’azione concepita secondo il concetto di bene comune e un’azione concepita secondo le idee di solidarietà, carità e mutuo soccorso. Vediamo qual’è questa differenza.

I presupposti su cui si basano queste tre idee, al contrario di ciò che rappresenterebbe il concetto di bene comune, sono da considerarsi assoluti. Essere solidali significa condividere spontaneamente il disagio del prossimo e tendere una mano di aiutodisinteressatamente. Essere caritatevoli, nella sua accezione classica, significa amare indistintamente tutto il creato vivente e non vivente e rispettare l’armonia della natura a la spontaneità delle cose (da un punto di vista religioso, significa amare dio per meritare la sua grazia; nella sua accezione moderna, il termine carità si è svilito a mero sinonimo di elemosina). Il mutuo soccorso è uno scambio vicendevole di beni e servizi, fra individui appartenenti ad una stessa comunità, senza che ci sia uno scopo di lucro.

Non avvertite anche voi l’immensità di significato che queste idee sottointendono, rispetto al labile, vano e confuso concetto di bene comune? Non scorgete un senso assoluto ed immortale di queste che sono idee, rispetto a quello relativo e mortale dell’espressione “bene comune”?

Da un punto di vista sociale, idee come solidarietà, carità e mutuo soccorso hanno un presupposto imprescindibile, che il concetto di bene comune non ha: la volontarietà.

L’individuo deve essere libero di decidere come, quando e quanta parte delle proprie disponibilità, materiali o immateriali, possono essere destinate all’aiuto del prossimo. La solidarietà fatta sotto coercizione perde i caratteri dell’aiuto disinteressato e della condivisione spontanea del disagio altrui. La carità fatta sotto coercizione non è più un sentimento di amore verso l’ordine spontaneo delle cose. Realizzare il mutuo soccorso dietro imposizione perde la caratteristiche di vicindevolezza e dell’assenza dello scopo di lucro.

Sotto coercizione, i benefici che derivano dalla solidarietà, dalla carità e dal mutuo soccorso si realizzano sempre meno. Pian piano, quelle che prima erano idee si trasformano in pretesti (ridotti all’espressione di “bene comune”) per l’attuazione di veri e propri piani di trasferimento della ricchezza di una collettività, facendo uso della forza fisica o pecuniaria, che a lungo andare disincentivano la produzione di ricchezza, la concentrano nelle mani di pochi e ne stimolano solo il suo consumo, fino all’esaurimento.

La solidarietà, la carità e il mutuo soccorso, in quanto idee, si realizzano grazie alla spontaneità e alla volontarietà delle azioni umane, allorquando esse sono lasciate libere di esprimersi. Azioni ricondotte al volere del bene comune, non essendo quest’ultimo un’idea ma un intento, non possono realizzarsi spontaneamente ma solo attraverso un piano che obblighi agli individui cosa fare e come fare.

Quello dell’espressione “bene comune” è uno sgambetto del linguaggio che squalifica le azioni degli individui dalla loro spontanea attitudine alla collaborazione reciproca, è un tendaggio che nasconde alle consapevolezze umane i principi fondamentali del libero arbitrio, i quali invece costituiscono il sottostante essenziale degli aupicabili benefici derivanti dalla solidarietà, dalla carità e dal mutuo soccorso.

Le azioni condotte sotto il sigillo del bene comune non presuppongono la volontarietà dei comportamenti degli individui. Agire per il bene comune presuppone l’imposizione di obblighi ad assumere azioni prestabilite, solo presuntuosamente ritenute buone.

Ogni volta che l’umanità ha sperimentato il progresso in termini di maggiore benessere per la maggiorparte, ciò è stato possibile solo grazie a condizioni di maggiore libertà di intrapresa, in cui il genio umano è riuscito ad esprimersi al meglio. La conseguenza dell’applicazione di azioni non ispirate alle idee di solidarietà, carità e di mutuo soccorso, ma semplicemente giustificate dall’espressione “bene comune”, rischiano di non sortire quel benessere sociale, orientato alla generosità nei confronti dei più bisognosi, che ci si aspetterebbe. Ciò perché, data la relatività del senso di bene comune e l’assenza di un riferimento assoluto del suo concetto, non si farebbe altro che esaurire le infinite occasioni di generosità esprimibili dagli individui alle sole azioni predeterminate dettate dal piano costituito a favore di un fantomatico bene comune, non aprendo la società sottoposta alle ulteriori opportunità di innovazione che si avrebbero in condizioni di maggiore libertà

E’ per questo che, in assenza di volontarietà delle azioni, si osserva anche che i mutui benefici derivanti dal libero e spontaneo scambio di beni e servizi non si determinano. Di conseguenza, si assiste ad una lenta e graduale disgregazione del tessuto sociale, si accentuano i sentimenti di rabbia nei confronti di chi beneficia, senza merito alcuno ma per le vacue ragioni di bene comune, dei trasferimenti pianificati della ricchezza prodotta dagli individui più operosi. Sorgono sentimenti di invidia nei confronti dei più ricchi; un’invidia che spesso tende però a generalizzarsi e a comprendere ingiustamente anche chi riesce ad accumulare onestamente le ricchezze, senza favoritismi alcuni, fornendo in cambio servizi che rendono una società progredita e soddisfatta.

TRATTO DA: http://www.pasqualemarinelli.com

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Showing 6 comments
  • Antonio Belmontesi
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    A proposito di alcune riflessioni contenute in questo articolo, consiglio vivamente il gran bel libro di Peter Sloterdijk, “La mano che prende e la mano che dà”.

    • leonardofaccoeditore
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      BEL LIBRO DAVVERO

  • Giuseppe
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    Il discorso non fa una grinza. Il fatto che non venga recepito dalla stragrande maggioranza della gente dipende, credo, in primo luogo dal grado di indottrinamento a cui siamo continuamente sottoposti. A questo si aggiunge il fatto che sono molti, specialmente in Italia, quelli che traggono vantaggio da questo mito del bene comune.

    • Liberty Defined
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      Concordo al 100%, indottrinamento fin dai primi anni di scuola (pubblica) e stragrande maggioranza della popolazione che ha vantaggi da questo sistema; “tutti che saccheggiano tutti” per dirla con Bastiat, sono le ragioni per le quali nel nostro paese in fondo si accetta lo statalismo

  • libertyfighter
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    E bell’articolo davvero.
    In sostanza il socialismo e quindi l’applicazione di “bene comune” a vie sempre maggiori di Capitale Austriaco Umano, provoca per costruzione una dissoluzione sempre più evidente e irreversibile del tessuto sociale, provocando per forza di cose una rivoluzione interna e una guerra civile. E’ solo questione di tempo.

    E’ incredibile e sottolineo incredibile come si continui a non tenere conto del concetto di volontarietà NEPPURE in istituzioni religiose come la Chiesa Cattolica che su concetti di “solidarietà”, “carità” e “mutuo soccorso” pretende di fondare la sua Chiesa.

    Io mi aspetterei da chi li predica da 2000 anni, che sappiano ben distinguere un gesto volontario e un gesto compiuto sotto la minaccia delle armi per quello che sono. Invece non uno che faccia una osservazione sulla solidarietà col culo degli altri.
    Ci starebbe benissimo pure una Enciclica intera, sulla solidarietà volontaria, invece pare che ormai pure i papi sono comunisti e con una superficialità equina si scagliano contro il solito “demonio” denaro.

  • Coleen Holcomb
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    Le imprese sono il fondamento della ricostruzione di una prospettiva di progresso economico. Ma la società è il fondamento della ricostruzione di una prospettiva di progresso civile. E al fondo, la relazione tra queste dimensioni dipende dalla qualità dell’informazione sulla base della quale si racconta la prospettiva e si valuta l’apporto di ciascuno. Un’informazione di mutuo soccorso. Contro l’inquinamento dell’ecosistema dell’informazione. Per il bene comune. Che oggi è diventato il nuovo baluardo di un programma che eventualmente si può definire di sinistra.

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