In Anti & Politica, Economia, Esteri

DI MATTEO CORSINI

“Il minimo per la crescita economica è il 7% e questa linea di demarcazione non va varcata”. (L. Keqiang)

Li Keqiang, primoCarta_cina ministro cinese, parla di crescita del Pil come se stesse discettando di un argomento perfettamente pianificabile. Sono in molti a guardare con interesse al modello cinese, ritenuto un mix di successo tra capitalismo e pianificazione centralizzata.

Non sono mai stato d’accordo con gli entusiasti ammiratori del modello cinese, in primo luogo perché, nonostante gli allentamenti concessi dal regime negli ultimi tre decenni, da quelle parti le persone sono ancora costrette a subire compressioni della libertà individuale che non ritengo giustificabili da nessun progresso economico.

Anche restando solo sul terreno dell’economia, peraltro, l’apparente buon funzionamento di un sistema in cui sono in pochi a decidere per tutti (gli ammiratori lo considerano un indicatore di efficienza decisionale) fornisce un buon esempio di ciò che Bastiat indicava nel saggio “Ciò che si vede, ciò che non si vede”.

Ciò che si vede sono i risultati ottenuti negli ultimi trent’anni dal regime cinese a suon di piani quinquennali basati per lo più sul mantenimento del valore della propria moneta a un livello artificialmente sottovalutato allo scopo di crescere tramite le esportazioni, accumulando ingenti riserve valutarie. Ciò ha comportato, tra l’altro, la necessità di accrescere notevolmente l’offerta di moneta, con effetti sull’espansione del credito che ha già condotto a bolle che il regime sta faticosamente cercando di tenere sotto controllo.

Tali risultati, al netto dei dubbi più che leciti sull’attendibilità dei dati diffusi dal governo cinese, sono indubbiamente molto superiori, in termini di crescita economica, rispetto a quanto registrato nei Paesi occidentali. La cosa non deve meravigliare, considerando il punto di partenza dal quale è iniziato il vorticoso sviluppo cinese. Non esistono prove, peraltro, che dimostrino che ci sarebbe stato uno sviluppo inferiore nel caso in cui il regime avesse concesso maggiore libertà alle persone, rinunciando anche alla pianificazione. In altre parole, ciò che non si vede è quale sviluppo avrebbe potuto avere la Cina abbandonando la pianificazione e concedendo (maggiore) libertà alle persone.

Gli utilitaristi potrebbero ribattere che ciò che si vede sono comunque risultati che segnalano il successo dell’esperimento cinese. Personalmente credo che sia presto per trarre una conclusione in tal senso. Quando esprimo questa considerazione, solitamente i miei interlocutori ribattono che trent’anni non sono un breve periodo di tempo, e che sono più che sufficienti per giudicare il successo del sistema cinese.

Costoro sembrano dimenticare che la Cina non è il primo caso in cui un sistema di pianificazione è durato decenni prima di implodere. Era già successo all’Unione sovietica, ancorché i due sistemi non siano del tutto sovrapponibili e in Cina esista una maggiore libertà di azione per le imprese, pur entro rigidi vincoli posti dallo Stato.

Non credo, però, che sia questa maggiore libertà (in termini relativi) d’impresa a rappresentare la maggiore differenza, bensì il contesto economico internazionale, oggi molto più aperto e integrato rispetto ai tempi dell’Unione sovietica. Così come l’esistenza di Paesi in cui il mercato non era completamente ostacolato dallo Stato ha consentito al sistema sovietico di durare 70 anni prima di implodere, la globalizzazione ha fatto la fortuna del sistema cinese.

E’ chiaro, però, che se tutti i Paesi del mondo adottassero lo stesso modello della Cina (al netto delle considerazioni sulle libertà individuali), i conti non tornerebbero, perché non si può essere tutti quanti creditori contemporaneamente. Per inciso, questa è una delle condizioni che ha finora consentito al Giappone di gonfiare a dismisura il debito pubblico senza implodere, ma che si sta invertendo, ponendo seri dubbi sulla tenuta di quel sistema nei prossimi anni.

Ciò detto, il vero punto debole del modello cinese è, a mio avviso, proprio la pianificazione centrale, perché presuppone che un ristrettissimo numero di persone abbia conoscenze che in realtà sono diffuse tra un miliardo e trecento milioni di individui. L’idea di pianificazione ha sempre affascinato gli economisti che sopravvalutavano le proprie capacità di prevedere il futuro e che, non si sa quanto in buona fede e quanto in mala fede, hanno ritenuto di poter modellare un sistema economico come se fosse un sistema idraulico o un macchinario industriale. Tali modelli sono poi stati favorevolmente accolti da governanti di ogni inclinazione politica per giustificare la loro brama di potere.

Ma l’economia, a differenza della fisica o dell’ingegneria, non può essere basata su modelli matematici, per quanto eleganti e sofisticati, perché non può essere modellato il suo elemento essenziale, ossia l’azione umana. Per questo ritengo che anche il modello cinese finirà prima o poi per mostrare tutti i suoi limiti. E anche i governanti cinesi, pur prescindendo dalla progressiva insoddisfazione per la mancanza di libertà che verrà manifestata da parte dei loro governati, dovranno rendersi conto che non è possibile stabilire ex ante e indefinitamente cosa ne sarà del Pil o di altre grandezze economiche nei mesi e negli anni a venire.

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Showing 4 comments
  • Lorenzo s.

    Secondo me il modello cinese va bene finché guadagnano meno di noi, ma quando saranno al nostro livello ossia non potranno far leva su salari bassi, allora diventeranno indispensabili la creatività, la perspicacia e l’imprenditorialità, cose che l’attuale regime non è in grado di garantire.

  • Antonino Trunfio

    Libertario, si. Luigi. Se un libertario accettasse supinamente tutte i principi e le sfumature del libertarismo, o se solo li accettasse consapevolmente tutti, avrebbe fatto il torto più grande alla libertà che insiema all’amore sono l’energia cosmica che nessuno mai potrà definire e regolamentare completamente. Meglio boscaioli che depressi metropolitani, perchè la vita non è quello che si ha, ma quello si è si vuole diventare.

    • Luigi Valente

      Sempre saggezza nelle sue parole, Trunfio!

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