In Anti & Politica, Economia

tasseDI ARTHUR L. KELLY

Nota introduttiva del traduttore GIAN PIERO DE BELLIS

Questa è la traduzione di un articolo comparso su una antologia americana che tratta di etica nel campo degli affari (ethics in business). Il testo scritto nel 1977 da un certo Arthur L. Kelly, membro del consiglio di amministrazione di varie società in America e in Europa, fa riferimento ad un caso vero, anche se, a una prima lettura, si può rimanere esterrefatti, come se il fatto potesse ascriversi solo ad una società fittizia in cui i malati di mente hanno preso il controllo del manicomio. Ma, questa era l’italia alcuni decenni fa e la situazione è, incredibile a dirsi, peggiorata di molto quanto ad assurdità e immoralità statali.

La premessa (il costume)

Il sistema fiscale dello stato italiano agisce nei confronti delle imprese commerciali con una struttura ufficiale legale e scaglioni di imposta proprio come negli Stati Uniti. Ma qualsiasi somiglianza si arresta lì.

Le autorità fiscali italiane danno per scontato, fin dall’inizio, che nessuna azienda italiana dichiarerà mai tutti i suoi profitti ma fornirà piuttosto una dichiarazione che sottostima il livello dei profitti in una percentuale tra il 30 e il 70 %; la loro supposizione è essenzialmente corretta. Perciò, circa sei mesi dopo la scadenza annuale per compilare la dichiarazione dei redditi d’impresa, le autorità fiscali invitano i responsabili dell’azienda a una “discussione” riguardo alla dichiarazione presentata. Lo scopo di questo invito è di organizzare un incontro diretto tra gli agenti del fisco e i rappresentanti dell’azienda. A questo incontro, il fisco italiano comunica l’ammontare di tasse che ritiene che l’impresa debba versare. La sua stima è ricavata dall’ammontare di tasse pagate in precedenza e da quanto l’autorità fiscale stima debba essere pagato per l’anno in corso; l’ammontare che il fisco pretende che sia pagato è di solito di gran lunga superiore a quello che l’impresa dichiara di dover pagare per quell’anno. In breve, la dichiarazione dei redditi d’impresa e quanto il fisco ritiene debba essere a lui corrisposto dall’azienda costituiscono le mosse iniziali di un negoziato che avrà una serie di proposte e di controproposte prima di arrivare ad una intesa.

L’azienda italiana è rappresentata in questi negoziati da una figura tipica, quella del commercialista, un ruolo che esiste nella società italiana con la funzione primaria di negoziare i pagamenti (per una impresa o per un individuo) al fisco; quindi, coloro che gestiscono una impresa italiana, raramente, se non mai, hanno a che fare con le autorità fiscali e probabilmente non hanno che una minima conoscenza dei dettagli relativi al negoziato se non per quanto riguarda il suo esito finale.

Sia il risultato finale che il negoziato sono estremamente importanti per l’azienda, per le autorità fiscali e per il commercialista. Dal momento che le autorità partono dalla premessa che l’azienda ha sempre fatto, nell’anno in corso, un profitto superiore all’anno precedente, e non ha mai subito una perdita, l’ammontare dell’accordo finale, vale a dire quante tasse l’impresa dovrà realmente pagare, diventa, per tutti gli scopi pratici, la base su cui intavolare i negoziati per l’anno a venire. L’accordo finale rappresenta anche l’ammontare di denaro che lo stato italiano otterrà come tasse per finanziare il suo funzionamento. Ad ogni modo, dal momento che grandi somme di denaro sono coinvolte nel negoziato ed esso è condotto da individui che hanno interessi loro propri, l’ammontare della bustarella – cioè la somma sostanziale di denaro “richiesta” dall’ufficiale del fisco al commercialista – determina di solito se l’accordo finale è più prossimo alla dichiarazione originaria dell’azienda o alla stima originaria dell’autorità fiscale.

Qualunque sia la cifra della bustarella pagata durante il negoziato, essa è inclusa nel compenso del commercialista sotto la voce “servizi resi” al cliente. Se l’accordo finale è favorevole all’impresa, ed è compito del commercialista che ciò avvenga, allora l’impresa non si preoccupa più di tanto per l’onorario da pagare, né saprà mai quanto è l’ammontare della bustarella e quanto va effettivamente al commercialista per i suoi servizi. In ogni caso, le autorità fiscali riconosceranno come deducibile l’intero ammontare della somma pagata dall’impresa come compenso per il commercialista, cifra deducibile dalla dichiarazione dei redditi d’impresa per l’anno successivo.

L’episodio (il malcostume)

Circa dieci anni fa (anni ’60) una banca americana di primaria importanza aprì una sua sede in una delle più importanti città italiane. Alla fine del suo primo anno di esercizio, la banca ricevette dai suoi legali ed esperti fiscali, al servizio anche di succursali italiane di compagnie multinazionali americane, il consiglio di formulare la propria dichiarazione dei redditi “all’italiana” cioè secondo i costumi del posto, vale a dire, di dichiarare un ammontare di profitti molto più basso. Il direttore generale della banca che era alla sua prima missione all’estero, rifiutò categoricamente di fare ciò sia perché lo considerava un atto disonesto e sia perché contrario alle pratiche correnti nella casa madre negli Stati Uniti.

Sei mesi dopo aver riempito la dichiarazione dei redditi “all’americana”, cioè dichiarando fedelmente tutto il profitto, la banca ricevette dalle autorità fiscali italiane un “invito a discutere” la dichiarazione. Il direttore generale della banca si consultò con i suoi esperti legali e fiscali, i quali gli raccomandarono di rivolgersi ad un commercialista italiano. Il direttore respinse il consiglio e invece scrisse una lettera all’ufficio italiano delle tasse in cui non solo ribadiva che la sua dichiarazione dei redditi era del tutto fedele alla realtà ma chiedeva che lo informassero riguardo a specifiche voci su cui essi avevano delle riserve e lui avrebbe risposto chiarendo ogni dubbio. La sua lettera non ricevette mai risposta.

Circa sessanta giorni dopo aver ricevuto l’iniziale “invito a discutere”, la banca ricevette una richiesta di pagamento delle tasse all’incirca tre volte quanto dichiarato nella propria dichiarazione dei redditi. Le autorità fiscali italiane avevano semplicemente assunto come dato di fatto che la banca aveva seguito il costume locale con una dichiarazione di molto inferiore agli effettivi profitti, e si erano comportate di conseguenza. Il direttore generale della banca si consultò nuovamente con i suoi esperti legali e fiscali i quali gli suggerirono ancora una volta di incaricare un commercialista in grado di risolvere il caso.

Avendo appreso che il commercialista avrebbe dovuto, con tutta probabilità, pagare una bustarella alla sua controparte all’ufficio delle tasse al fine di raggiungere un accordo, il direttore generale ancora una volta decise di ignorare il consiglio dei suoi esperti. E invece rispose alle autorità fiscali italiane inviando un assegno per l’ammontare pieno delle tasse dovute secondo la dichiarazione fatta “all’americana”, effettuando il pagamento con sei mesi di anticipo rispetto alla data fissata dalle autorità per il saldo finale. Al tempo stesso egli non fece riferimento alcuno all’ammontare richiesto come pagamento nella notifica pervenutagli inizialmente dall’ufficio delle tasse.

L’epilogo (la farsa)

Novanta giorni dopo il pagamento delle tasse, la banca ricevette un terzo avviso da parte delle autorità fiscali. Esso conteneva la seguente informativa: “Abbiamo riesaminato la vostra dichiarazione dei redditi per l’anno 19.. e abbiamo determinato che la somma di Lire … pagata come interessi sui depositi non è deducibile a fini fiscali. Ne consegue che l’ammontare di tasse dovute per l’anno 19.. è di Lire … . Dal momento che gli interessi pagati sui depositi rappresentano la parte più consistente degli oneri di una banca, la nuova valutazione di quanto doveva essere versato al fisco rappresentava una cifra enormemente più grande di quella inizialmente richiesta e quindici volte la somma dovuta dalla banca sulla base dei suoi effettivi profitti.

Il direttore generale della banca era del tutto sconvolto. Immediatamente cercò di organizzare un incontro personale con il direttore del locale ufficio delle imposte. Quasi subito, fin dall’inizio dell’incontro, il tenore del discorso fu il seguente:

Direttore della banca: “Non potete certamente pensare che gli interessi sui depositi pagati dalla banca non siano un onere deducibile.”

Il responsabile dell’Ufficio Tasse: “Forse lei ha ragione. Ma, ad ogni modo, abbiamo ritenuto necessario richiamare la sua attenzione in modo da sollecitarla ad un negoziato diretto.”

 

Per i lettori interessati a conoscere quello che è accaduto successivamente, va detto che la banca fu obbligata a pagare la somma originariamente stimata e richiesta dall’Ufficio delle Tasse. Il direttore generale della banca fu richiamato negli Stati Uniti e rimpiazzato da un’altra persona.

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Mostrati 20 commenti
  • Gian Piero de Bellis
    Rispondi

    Precisazione : L’articolo è di un certo Arthur L. Kelly. Io ho fatto solo la traduzione dall’inglese e ho scritto la nota introduttiva.

  • Malnatt
    Rispondi

    Spettacolare. Di contraltare negli Usa un giorno ho aperto una busta dell’Irs con scritto “egregio contribuente la dichiarazione che ha presentato presso i nostri uffici lo scorso mese è risultata incorretta: l’importo dovuto è inferiore al pagato per le seguenti motivazioni (…). Le alleghiamo l’assegno per la parte non dovuta invitandola a rivolgersi ai nostri uffici per il futuro onde evitare errori”

    • Liberty Defined
      Rispondi

      Molto bello, ma le tasse rimangono un furto anche negli u.s.a.

  • valter ottello
    Rispondi

    avrebbe potuto aggrapparsi all’art. 53 della Cos. IT., senza comunque risolvere nulla … ormai … c’han PISCIATO tutti sopra .. tutte le ZEKKE STATALI > = < PARASSITI ……..

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Molto bello questo articolo, ma si riferisce agli anni 60 e al massimo ai primissimi 70, non ai 70 tout court, e attenzione fino ad allora il rapporto del cittadino italiano col fisco era paradisiaco: fino alla riforma tributaria degli anni 70, che formalizzando il meccanismo in una macchina cieca e spietata che non guarda in faccia nessuno, quella che abbiamo adesso, ha reso l’italia un tritacarne piu’ simile ad un horror di Stephen King che a un modesto incubo kafkiano.
    http://www.treccani.it/enciclopedia/riforma-tributaria_%28Enciclopedia-Italiana%29/
    Effettivamente fino a quel tempo il dovuto al fisco era contrattato e c’erano varie possibilita’ di ricorso con una amministrazione che almeno al nord era piu’ che comprensiva e umana, anche perche’ nelle piccole imprese non esisteva l’obbligo di contabilita’ con registri vidimati, fatture numerate e bolle di accompagnamento intese come documenti fiscali comparati come ufficialita’ ad una patente o una carta d’identita’, e non esistevano i registratori di cassa e compagnia bella (come peraltro funziona ancora nella maggior parte dei paesi del mondo compreso l’occidente ancora oggi, l’inferno cartabellare italiano e’ solo italiano, E SOSPETTO CHE LA PRESUNTA STRATOSFERICA EVASIONE FISCALE ITALIANA SIA DOVUTA AL FATTO CHE SOLO IN ITALIA ESISTONO E SONO OBBLIGATORI I MEZZI TECNOLOGICI (scontrini, fatture con valore legale eccetera) CHE PERMETTONO IN CASO DI QUALSIASI CONTROLLO DI SCOVARE SEMPRE E COMUNQUE IRREGOLARITA’ CHE QUASI SEMPRE SONO FORMALI E IN BUONA FEDE MA NON PER QUESTO MENO PUNITE, ANZI. Fuori dell’italia le irregolarita’ sono rilevabili solo prendendo in castagna la singola infrazione, il sistema e’, come in tutti i posti civili, basato sulla fiducia dello Stato verso il cittadino. Questo sarebbe un argomento da approfondire e su cui si potrebbero proporre e costruire delle riforme tali da far tornare vivibile questo inferno, altro che la demenza del ritorno al gold standard che affascina alcuni fanatici “libertari” di geova in fuga verso l’inutile oltre che impossibile.

    Vi siete mai chiesti come fanno a scovare l’evasione dove, tipo in svizzera credo (mi corregga chi e’ aggiornato sulla situazione attuale, io conosco quella di un paio di decenni fa), non esistono ne’ scontrini fiscali ne’ fatture aventi valore legale?) Non la scovano, anzi la dichiarano inesistente. Lo stesso accade credo in olanda, germania e molti altri posti, per non parlare dei paesi meno sviluppati.

    Ma noi vogliamo essere semre i primi della classe (e il repubblicano ministro del Tesoro, Visentini, quando introdusse un paio di decenni fa o pocopiu’ l’obbligo del registratore di cassa, era presidente dell’olivetti………….)

    Le tasse fino a quel periodo, primi anni 70, comunque erano nulla rispetto a quanto si paga ora: la crescita economica era a livelli di 5 per cento annuo, lo stato aveva potesta’ monetaria quindi, con tale crescita, poteva e doveva emettere moneta “fiat”, dal nulla e non a debito (quindi seguendo keynes), senza creare inflazione almeno per quel 5 per cento di crescita economica, la sanita’ era privatistica con le mutue tipo negli USA attuali e comunque costava infinitamente meno visto che il farmaco principale e miracoloso era la penicillina che costa 1 euro al kg, le baby pensioni erano da poco state instaurate (controfirmo’ anche Ugo La Malfa detto “cassandra”, quello che poi divenne il supermoralista…) e quindi non avevano ancora avuto modo di sviluppare il loro potenziale economico distruttivo, anche perche’ si era in boom demografico e quindi tantissimi giovani contribuenti pagavano per pochi vecchi, che peraltro morivano in media a 70 anni.

    Certo il sistema fiscale dove la gente era disonesta si prestava alla corruzione, ma perche’ forse quello attuale e’ diverso?

    Come al solito per far pagare dove non pagavano, si introdussero obblighi che strozzarono chi pagava gia’, e furono completamente ignorati dove non si pagava da prima.

    D’altra parte non accadeva mai che una azienda fallisse perche’ ammazzata dalle tasse, ne’ nessuno si ammazzava per le pretese dello Stato, lo Stato semmai veniva incontro, mio padre allora diceva che le tasse vanno pagate, perche’ non hanno mai ammazzato nessuno.

    Poi, nel corso degli anni 80, quando comincio’ ad esplodere sia il debito che la pressione fiscale, e lo Stato divenne la belva famelica che e’, e perse ogni residua dignita’ all’inseguimento dell’incasso ad ogni costo, cambio’ idea.

    Completamente.

    Nei tempi in cui venne scritto questo articolo, nonostante alcuni aspetti di indubbia primitivita’ del nostro sistema fiscale, (si doveva pagare il Dazio per portare certi beni, tipo le televisioni o le lavatrici, da un comune all’altro), si stava infinitamente meglio di oggi.

  • firmato winston diaz
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    QUanto sopra, a ricordo degli anni ’60, forse perche’ il fascismo era finito da relativamente poco e la gente serbava ricordo di cosa fosse la mancanza di liberta’ in uno stato totalitario che tutto controlla, un minimo si poteva vivere e respirare, e di certo lo spirito era totalmente diverso da quello, depresso e mortifero, attuale. (20 anni sono pochi, ma in quei 15-20 anni, nel dopoguerra, l’italia si rivolto’, in meglio, come un calzino, da paese di contadini poveri divenne potenza industriale, da paese di mezzi analfabeti a paese di tutti laureati – ok non meno imbecilli, anzi…)

    Ora siamo messi peggio che sotto il fascismo sotto tutti gli aspetti tranne che per la liberta’ politica e di parola: ci lasciano dire e pensare di tutto, tanto sanno che siamo schiavi del meccanismo senza possibilita’ di salvezza, e anzi piu’ fregnate impossibili da realizzare spariamo, in una lite di tutti contro tutti, tanto meno cambiera’ mai nulla.

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    L’iva non esisteva, ne’ alcuna patrimoniale sugli immobili (se non al momento della vendita, si pagava la tassa sulla rivalutazione dell’immobile intercorsa dall’acquisto, ma appunto la si pagava quando si incassava, non a prescindere, e poi si pagava su quanto si dichiarava, cioe’ il minimo catastale…)). L’acqua costava pochissimo (non c’era il gravoso onere di depurazione), la rimozione immondizie ancora meno. Erano considerati servizi di base, il loro prezzo era simbolico, e se gli incassi comunali non bastavano, copriva lo Stato. Un’economia sana e in crescita tumultuosa puo’ permettersi questo ed altro, e’ quando la coperta e’ corta e in fase di restringimento che qualsiasi cosa si faccia e’ sbagliata e ha effetti negativi, perche’ entra in azione il DEmoltiplicatore keynesiano, cioe’ per dare 1 a uno, bisogna togliere 3 a un altro… esattamente quel che succede oggi, vedi la tragica, terrificante performance economica di Monti.

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Ah si, e prima della riforma degli anni ’60 voluta in particolare dai repubblicani (ma ci fu un ministro della sinistra democristiana, irpino, Fiorentino Sullo, che voleva che i terreni edificabili fossero TUTTI requisiti dallo Stato che poi ci avrebbe costruito sopra lui… venne cacciato), quello di costruire sul proprio terreno fino ad edifici di 12×12 metri entro i limiti del piano regolatore, era un diritto, non una concessione. Bastava dare comunicazione agli enti preposti, non potevano sindacare su nulla.
    Qui una parziale e del tutto tendenziosa descrizione della figura: http://it.wikipedia.org/wiki/Fiorentino_Sullo
    Godetevi questo, da qui si evince che il paradiso e’ esistito, peraltro queste leggi furono fatte quando ormai erano inutili se non a rompere i coglioni e far lievitare alla stratosfera attuale i prezzi per chi arrivava dopo:
    http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=4&ved=0CEAQFjAD&url=http%3A%2F%2Fwww.dic.unipi.it%2Fl.santini%2Fedilearchitettura%2FAA2012-2013%2Flezio8.1dallaSulloalla457_08-11.pdf&ei=m9HlUZzLOO-M4gSvu4HQBw&usg=AFQjCNG4R1fUCBj_k3QiQv3Dwi1sDOZMSg&sig2=1CsaK4xo02mJN1N2UWQj2g&bvm=bv.49405654,d.bGE&cad=rja

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Ah si, e prima della riforma degli anni ’60 voluta in particolare dai repubblicani (ma ci fu un ministro della sinistra democristiana, irpino, Fiorentino Sullo, che voleva che i terreni edificabili fossero TUTTI requisiti dallo Stato che poi ci avrebbe costruito sopra lui… venne cacciato), quello di costruire sul proprio terreno fino ad edifici di 12×12 metri entro i limiti del piano regolatore, era un diritto, non una concessione. Bastava dare comunicazione agli enti preposti, non potevano sindacare su nulla.
    Qui una parziale e del tutto tendenziosa descrizione della figura: it.wikipedia.org/wiki/Fiorentino_Sullo
    Godetevi questo, da qui si evince che il paradiso e’ esistito, peraltro queste leggi furono fatte quando ormai erano inutili se non a rompere i coglioni e far lievitare alla stratosfera attuale i prezzi per chi arrivava dopo:
    http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=4&ved=0CEAQFjAD&url=http%3A%2F%2Fwww.dic.unipi.it%2Fl.santini%2Fedilearchitettura%2FAA2012-2013%2Flezio8.1dallaSulloalla457_08-11.pdf&ei=m9HlUZzLOO-M4gSvu4HQBw&usg=AFQjCNG4R1fUCBj_k3QiQv3Dwi1sDOZMSg&sig2=1CsaK4xo02mJN1N2UWQj2g&bvm=bv.49405654,d.bGE&cad=rja

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Concludendo, io sono un povero coglione (libertario), ma anche voi, senza conoscere un minimo la storia di casa vostra, dove volete arrivare con le invettive, lasciatemelo dire, un po’ infantili, contro lo Stato tout court: lo Stato Repubblicano e Democratico in fin dei conti e’ solo una delle incarnazioni del Potere, se eliminiamo questa, non e’ che arriva automaticamente il paradiso anarco-libertario, semplicemente il suo posto viene preso da un’altra incarnazione, magari sotto forma di Banca Mondiale Detentrice di Tutto l’Oro, che lo presta per comprarsi il cibo solo a chi si comporta bene secondo i suoi dettami. Lo presta solo, eh! Ad interesse!
    Primum vivere, deinde…

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      Esatto, ma questo accade proprio da quando sono passate di moda le politiche keynesiane, il cui chiodo fisso era proprio di evitare che lo Stato si traformasse in strumento della speculazione finanziaria, purtroppo con gli effetti collaterali negativi che abbiamo ben visto in italia. Keynes aveva tanti difetti come tutti gli economisti, ma non quelli che i tanti siti dei consulenti e speculatori finanziari gonfiatori di bolle che trovate in rete, e si autoattribuiscono ridicolmente la qualita’ di “libertari”, gli attribuiscono per loro convenienza.

      Ad esempio:
      “Keynes dice una cosa molto semplice: ai mercati non interessa “compiere le migliori previsioni a lungo termine sul rendimento probabile di un investimento”, convogliando i capitali verso gli investimenti mediamente più produttivi, che generano quindi più crescita e più occupazione. Ai mercati questo non interessa non perché siano cattivi, ma perché comportarsi in questo modo (virtuoso e favorevole alla crescita di lungo periodo) non è razionale: “sarebbe sciocco, infatti, pagare 25 per un investimento il cui reddito prospettivo sia ritenuto tale da giustificare un valore di 30, se nello spesso tempo si ritiene che il mercato lo valuterà 20 fra tre mesi”, e “questo è il risultato inevitabile di mercati di investimento organizzati avendo di mira la cosiddetta “liquidità””, e nei quali quindi “lo scopo privato dei più esperti investitori” diventa “passare al prossimo la moneta cattiva”, in un contesto “soggetto ad ondate di ottimismo e pessimismo irragionevoli”, che la razionalità individuale non può contrastare anche perché “è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale”. Non vi sembra un’ottima descrizione di quanto stiamo vedendo? È stata pubblicata nel 1936. Occorre altro? Ora sapete cosa dire al prossimo fesso che attacca il disco “perché Keynes è quello della spesa pubblica…”.
      “Siamo in mano a operatori (i “mercati”) costretti ad agire in una logica di brevissimo periodo, che per questo motivo traggono i loro guadagni non dal merito intrinseco delle loro scelte di investimento finanziario, cioè, in sostanza, dal fatto di finanziare il progetto più meritevole e redditizio. I loro guadagni derivano dal fatto di lasciare il cerino acceso in mano al fesso di turno. E questo spiega come mai i mercati tollerino la persistenza di situazioni che oggettivamente dovrebbero essere percepite come pericolose.”

      Altro problema: sta passando il giusto messaggio, grazie alla grande cultura e intelligenza e spirito di Alberto Bagnai, che il debito pubblico non e’ il problema numero 1, specialmente se per diminuirlo, come ha fatto il genio Monti, si abbatte l’economia, si uccidono i cittadini, e si fa crescere in modo esponenziale il debito privato (peraltro ottenendo il risultato opposto di far aumentare ancora di piu’ il debito anche in senso assoluto, non parliamo in relazione al PIL).
      Questo e’ vero, e Bagnai sa benissimo e lo ripete continuamente che cio’ non significa accettare e giustificare gli sprechi dello stato “ladro”, ma purtroppo i nostri omologhi dall’altra parte, omologhi di quelli di noi che gridano che lo stato e’ ladro sempre e comunque e va eliminato, cominciano a reagire dicendo che la spesa dello stato e’ sempre utile e giusta anche quando e’ spreco e corruzione e furto fiscale ai danni del cittadino. A pensarla cosi’, credendo di essere sostenuti dalla scienza di Bagnai, ce ne sono ormai a bizzeffe, Bagnai non riuscira’ a trattenerli, vinceranno loro, anzi hanno gia’ vinto, e continuera’ tutto di merda come prima se non collaboriamo anche noi a spostare il dibattito su un piano di ragionevolezza comune a cui abbiamo interesse tutti.

      https://www.youtube.com/watch?v=px0FaA0K35w&feature=youtu.be

      Questo nella mia umile opinione, che puo’ essere modificata e ritrattata di fronte all’evidenza in qualsiasi momento.

      • firmato winston diaz
        Rispondi

        “ma preferisco correre il rischio d’esser sopraffatto dai delinquenti piuttosto che dover pagare dazio a certi “benefattori” in toga/divisa/scranno”

        Non e’ un rischio, e’ una certezza, e l’unico modo che hai di evitarlo e’ di essere tu stesso un don Rodrigo, su su lungo il percorso di sopraffazione fino ad arrivare ad uno Stato: a quel punto puoi lottare per limitarne le pretese ad un livello di civile equilibrio che sia conveniente per te e per lui.
        Capisco e condivido l’esasperazione che forse possiedo in quantita’ anche maggiore, ma buttare via tutto per ricominciare dall’inizio non occorre che ti esprima come lo possa realisticamente valutare.
        Come ho scritto su un altro blog, puoi preferire di ricominciare dall’inizio solo se ti piacciono le sfide impossibili ai limiti dell’autodistruzione e sei convinto di appartenere alla nobilta’ nibelungica di una razza superiore.
        Per questa strada i nostri “nemici” ideologici si strofinano le mani, sanno che possono stare tranquilli per un bel po’.
        Per stare bene basterebbe tornare indietro, pur mantenendo la ricchezza e la tecnologia di oggi usate con misura e saggezza, di qualche decina d’anni, non di 3000. E’ piu’ fattibile e vantaggioso.
        Se mancano la misura e la saggezza, niente ci salvera’, con o senza stato.

  • Gold Price
    Rispondi

    Salve,ho una curioisità.Può una società italiana che regolarmente dichiara e paga le tasse,avere un conto corrente in un paese con segreto bancario?o è obbligata ad avere un conto italiano? Sostanzialmente si può avere un conto con segreto bancario ma non anonimo,soltanto “segrete” le transazioni che si ricevono e le operazioni del conto?

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      Credo proprio che sei obbligato ad avere il conto italiano.
      Hanno obbligato anche i pensionati sopra i cinquecento o mille euro euro ad averlo, e proprio allo scopo di poter controlllare tutto (lotta all’evasione, la chiamano, ma il risultato e’ che ormai TUTTI (basta conoscere uno dei millemila impiegati statali al posto giusto), e non solo lo stato, possono sapere cosa fai dei tuoi soldi. Questo la gabanelli, che e’ attentissima ad ogni minimo diritto del cittadino, oops si e’ dimenticata di farlo notare.

      • firmato winston diaz
        Rispondi

        Hai presente la curiosita’ e il pettegolezzo femminile? La Gabanelli infatti ha quella voce e quell’atteggiamento strano…

  • eridanio
    Rispondi

    e pensare che se ci dimenticassimo per 2 mesi di pagare, trattenere e versare in conto proprio e terzi ogni obolo tributario, incluso ridurre al minimo gli spostamenti che implicano l’utilizzo di combustibili supertassati, saremmo liberi dalla bestia.

    E’ come smettere di fumare.

    Farla finita con una brutta abitudine. Brutta per l’acritica sopportazione del danno certo a lungo in cambio di un effimero presente aroma di libertà.

    Non vuol dire che dopo aver smesso non si pagheranno tasse come non vuol dire che non ti sognerai le sigarette di notte e di giorno.

    Quando pretendi il diritto di impegnarti in qualche azione che ritieni responsabile non ti lagni delle sofferenze e dei costi impliciti ed espliciti del tuo progetto di azione.
    Ora se non si vuole patire il rigore oltre ai vantaggi della responsabilità scaturenti dalle proprie deliberate azioni vuol dire che abbiamo accettato di vivere in un mondo come dei minori irresponsabili e giuridicamente pària nelle mani della potestà patria. Allora?
    “R I V O L T A A A A …………..la frittata, Maria, perchè brucia”

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      Eridanio, io lo faccio da un paio di decenni di vivere in condizioni mimimali con reddito meno che minimale, il risultato e’ che per mantenere il gettito (loro) mi hanno riempito di patrimoniali (abito in un comune, potere locale e non statale, con tutte le tasse patrimoniali al massimo spazzatura compresa ed estimi catastali altissimi) che da sole superano in ammontare il totale del mio reddito, e se non le pago (usando i risparmi) mi espropriano di tutto quello che ho. Solo di tassa spazzatura pago di piu’ di quanto spendo, in totale, per acquistare beni materiali per sopravvivere. Ti pare possibile? A loro si’, e la chiamano civilta’.

      • firmato winston diaz
        Rispondi

        Dopo aver saggiato sul collo il soffio della ghigliottina, per carita’, ridiamogli le chiavi delle rotative per stampare moneta, o ci ammazzano tutti.

  • eridanio
    Rispondi

    Si. Mi pare possibile, sta accadendo veramente. Comprendo infatti anche perché con-patisco e comparto disagi simili. Comunque se non vuoi (smettere di fumare) per te, fallo per qualcun altro.

    Scusa, ma sei per la diluizione del patrimonio….. degli altri?

    Smetti di fumare ….dai :-)

    A quei tipi, invece che dargli ulteriore credito e potere di distruggere il frutto dell’operosità utile ai liberi scambi, suggerirei un “autoesilio” con promessa di oblio contro una prospettiva di non avere alcuna possibilità di essere salvati da eventuali linciaggi o vendette comunque barbare ed irresponsabili.

    Ricordati quando muore il danaro muore anche molta gente. Non è un vaticinio. E’ la storia che ce lo ricorda. Non muore selettivamente solo chi se lo merita purtroppo (sempre che qualcuno nelle condizioni contingenti abbia, e ne dubito, titolo a giudicare e discriminare). Chi paga di solito è l’ultimo nelle varie modalità di declinazione delle situazioni umane (anziani, malati, donne, bambini, chi passava di lì a quell’ora).

    La libertà che ottieni è sempre frutto di uno scambio. Se non sei disposto a riconoscere e difendere la libertà degli altri non puoi avere un ritorno riconoscente di libertà.

    Oggi ci dicono che abbiamo dei diritti e magari che li può garantire solo lo stato e magari che per poterli garantire ha bisogno dell’esclusiva. Ma semplicemente un’organizzazione di questo tipo tende ad impedire che tu scambi con gli altri la cosa più importante. La tua energia e forza di volontaria collaborazione e conoscenza.

    Non riconosco i diritti dello stato, li subisco nel bene e nel male.
    Semmai sono io che riconosco ad un organo più allargato e volontario il diritto di esistere.

    Dai smettete di fumare! Conviene in ogni senso! Non diventi ricco, ma la smetti di impoverirti e causarti danni a lungo. Poi, per converso, puoi iniziare a sperare in benefici a lungo.

    Parallelismi disarmanti.:-)

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    no 2019, e’ proprio la classe dei “ragazzi del ’99”:
    it.wikipedia.org/wiki/Ragazzi_del_%2799

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