In Economia, Esteri

FORZA EVASORI TEATRODI MATTEO CORSINI

“E’ un gesto disperato, quello di un uomo esasperato, che non ne poteva più di ascoltare promesse non mantenute. Al teatro era tutto sospeso. Non c’erano più sovvenzioni, eppure gli spettacoli hanno sempre funzionato bene” (H. Lestrade).

Helene Lestrade è la compagna di vita e di lavoro di Attilio Maggiulli, fondatore e direttore del teatro parigino Comedie Italienne. Maggiulli qualche giorno fa ha diretto la sua auto contro i cancelli dell’Eliseo in segno di (plateale) protesta contro i tagli alle sovvenzioni pubbliche destinate al suo teatro. Non mi stancherò mai di ripetere che se uno vuole guardare alla realtà italiana con l’approccio “mal comune, mezzo gaudio” gli basta dare un’occhiata a quello che succede in Francia. Si tratta, peraltro, di un approccio che personalmente ritengo inopportuno adottare. Non ho alcun elemento per stabilire se al signor Maggiulli fossero state fatte promesse dal politico di turno, per cui su quello non esprimo alcuna considerazione.

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Trovo però inaccettabile la pretesa che un teatro (al pari di qualsiasi altra attività) debba sopravvivere solo grazie ai soldi di chi paga le tasse. Sarà pur vero, come sostiene la signora Lestrade, che gli spettacoli abbiano “sempre funzionato bene”, ma è evidente che non funzionavano bene a sufficienza. In altri termini è evidente che, al netto delle sovvenzioni, gli incassi del teatro erano insufficienti a coprire i costi. Questa circostanza sarà pure poco artistica, ma fornisce l’evidenza che a giudicare se qualcosa “funziona bene” devono essere non coloro che quella cosa fanno e offrono, bensì coloro che devono decidere se acquistarla e a che prezzo. Magari quel teatro era anche sempre pieno, ma gli incassi erano comunque insufficienti a coprire i costi. A fronte di una situazione in cui i costi superano i ricavi, ogni impresa, per evitare il fallimento, può solo cercare di aumentare i secondi o ridurre i primi (o una combinazione delle due cose).

Se l’aumento del prezzo del biglietto risolvesse il problema, vorrebbe dire che le sovvenzioni non erano neppure necessarie. Solitamente, però, il problema riguarda i costi. A tale proposito, poco importa sentirsi dire, come spesso accade, che gli artisti hanno stipendi da fame. Se non c’è un numero sufficientemente ampio di persone disposte a pagare per fruire degli spettacoli un prezzo che copra almeno i costi, significa che gli stipendi, per quanto bassi, non lo sono abbastanza. Il test dei profitti e delle perdite è il miglior modo per verificare se un’attività economica “funziona”. Gli artisti solitamente storcono il naso di fronte a queste argomentazioni, ma non vedo per quale motivo ciò che vale per chi vende frutta o costruisce caldaie non debba valere per chi canta o recita. La cosa che trovo deprimente è che di tagli alle sovvenzioni solitamente si parli con argomentazioni del tipo “non ce le possiamo più permettere”, quando a me pare evidente che non avrebbero mai dovuto esistere, crisi o non crisi.

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Mostrati 5 commenti
  • Albert Nextein
    Rispondi

    Il teatro è molto bello.
    Ci sono ottimi attori ancora in giro.
    Ma è in forte declino.
    La tv, l’ignoranza della gente, la pigrizia, altri divertimenti hanno relegato il teatro di prosa in un angolo buio.
    A teatro si vedono persone anziane in grande maggioranza.
    I giovani preferiscono, nell’ambito teatrale, spettacoli con cabarettisti, comici, danzatori, cantanti.

    E’ un peccato.
    Ma così va il mondo.

    Quanto alle sovvenzioni, si può dire che esse non siano sufficienti a mantenere in vita il teatro.
    Mancano gli spettatori .
    Che le sovvenzioni ci siano o meno, non cambia un gran che.
    Meglio che non ci siano, come in ogni altro ambito dell’attività economica.
    Ma comunque il teatro di prosa è in coma irreversibile.

  • Pedante
    Rispondi

    Il classico conflitto tra attori rivali.
    Buon Anno a tutti.

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    A mio parere uno che ama davvero il teatro dovrebbe essere disposto ad autotassarsi per sostenere le compagnie, e a pagare il biglietto anche il doppio o il triplo del prezzo attuale. Poi si potrebbero escogitare, ma sempre in ambito squisitamente privatistico, strategie per avvicinare i giovani alla prosa, anche attraverso prezzi agevolati; ma senza espedienti statalistici, tipo 5 per mille o altre brutture del genere: lo Stato deve starsene fuori, l’unica cosa buona che può fare è detassare completamente l’attività teatrale ( ma perché non le altre, potrebbe obiettare qualcuno, e a questo punto dovrei dargli ragione: ma allora scomparirebbe lo Stato, e a me starebbe benissimo).D’altra parte se anche tutti i teatri dovessero fare fallimento, nessuno mi impedirebbe di gustare Shakespeare o Goldoni o Molière o Pirandello o Strindberg leggendone i testi. Anzi, considerando le infami regie di oggi, profumatamente pagate con denaro pubblico, sarebbe tanto di guadagnato. Passando al teatro musicale, che dire dell’infame “Traviata” che ha inaugurato la Scala? Fischiata solennemente da gran parte del pubblico pagante, è stata osannata dagli alti papaveri che hanno partecipato alla “prima” da portoghesi, grazie al denaro di noi contribuenti. Un vero sconcio.

  • FrancescoL
    Rispondi

    leggere pensieri sensati è tanto inusuale quanto piacevole.
    Fuori lo stato dall’economia, fuori lo stato dalla cultura, fuori lo stato dalla nostra vita privata e soprattutto fuori lo stato dai coglioni :-)

  • Pedante
    Rispondi

    @ Carlo Butti:
    D’accordo. L’espressività è un tratto caratteriale, un dono di nascita. Trascenderà ogni regime.

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