In Anti & Politica, Economia

brunetta-fannulloneDI MATTEO CORSINI

“E’ una partita di giro, se non di raggiro. Nel senso che se si aumentano le tasse sui rendimenti dei titoli di Stato, per collocare i titoli di Stato bisogna aumentarne i rendimenti, i clienti non sono mica scemi. Quindi se il netto deve essere in qualche maniera inalterato, il lordo deve essere più alto. Mi sembra talmente banale che non serve un economista per spiegarlo. Quello che si prende con una mano, la tassazione, lo si deve dare con l’altra nel senso che si deve promettere o dare un rendimento più alto perché poi il cliente, il cittadino, l’acquirente italiano o straniero che sia, guarda il netto non guarda tanto il lordo ovviamente, guarda il rendimento netto. E’ una partita di raggiro che spaventa i sottoscrittori, spaventa le persone anziane”. (R. Brunetta)

Commentando le dichiarazioni (successivamente smentite da palazzo Chigi) di domenica scorsa di Graziano del Rio, renziano doc e neo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, diversi esponenti politici, tra i quali Renato Brunetta, hanno usato un’argomentazione sbagliata per avanzare una critica condivisibile. Del Rio aveva ipotizzato l’aumento della tassazione sui titoli di Stato e per criticarlo si è tirata fuori la storia della partita di giro, ossia di un aumento dei rendimenti lordi per non ridurre i rendimenti netti. Si tratta di una stupidaggine, perché gli investitori “nettisti” (per lo più coincidenti con le persone fisiche) non hanno alcuna incidenza nella determinazione dei rendimenti in asta (e neppure sul mercato secondario) dei titoli di Stato. A guidare la domanda sono gli investitori “lordisti”, banche in primis, per i quali i redditi di natura finanziaria concorrono a determinare il reddito da assoggettare a tassazione ordinaria (per esempio l’Ires).

I privati “nettisti” detengono meno del 10% del debito pubblico, e non contano praticamente nulla. Per lo più sbagliato è anche il riferimento agli investitori esteri, perché esistono numerosi accordi contro le doppie imposizioni in base ai quali le tasse sono pagate seguendo le norme in vigore nei Paesi di residenza, così come un italiano paga le aliquote in vigore in Italia se possiede, per esempio, un Bund tedesco. E d’altra parte il famoso (o famigerato) spread viene calcolato in base ai rendimenti lordi e non riflette minimamente le differenti aliquote fiscali. Se i nettisti, anziani o meno, siano “spaventati” da dichiarazioni come quella (da dilettante, questo sì) di Del Rio non lo so; di sicuro subirebbero una diminuzione del rendimento netto, e questo, più che spavento, genera quello che eufemisticamente potrebbe essere definito “alterazione negativa dell’umore” (volgarmente, ma più efficacemente: “incazzatura”). Tra l’altro, se l’argomento della partita di giro fosse corretto, tanto varrebbe esentare del tutto da tassazione i titoli di Stato. Ma questo Brunetta non ha pensato di proporlo. Personalmente credo che esistano altre argomentazioni per essere contrari all’ipotesi (tutt’altro che irrealistica, peraltro, nonostante le smentite) di un nuovo aumento della tassazione sui redditi di natura finanziaria (non solo sui titoli di Stato): non è aumentando alcune tasse per abbassarne altre che si diminuisce la pressione fiscale. Semplicemente si bastonano diversamente i cosiddetti contribuenti. Per di più l’aumento delle aliquote dovrebbe essere significativo se lo scopo è quello di finanziare un taglio non irrisorio del cuneo fiscale; il semplice allineamento dell’aliquota al 20% su titoli di Stato e buoni postali porterebbe nella migliore delle ipotesi 1.5 miliardi di maggior gettito.

Non mi pare sarebbero sufficienti per un taglio del cuneo fiscale “in doppia cifra”, come va fanfaronando Renzi. Io resto dell’idea che sarebbe ora di passare dalle parole ai fatti in tema di taglio della spesa pubblica, smettendola con mesi e mesi di studio, gruppi di lavoro assortiti e produzione di rapporti ai quali puntualmente non si dà seguito. Il vero raggiro consiste nel continuare a parlare di riduzione della pressione fiscale eludendo la necessità di tagliare (ben oltre le briciole) la spesa pubblica.

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