In Economia

TasseDI MATTEO CORSINI

“La buona teoria economica ci insegna che quando un paese deve misurarsi con una disoccupazione al 13%, un’emigrazione giovanile di massa, una distribuzione del reddito drammaticamente ineguale, è il governo a doversi fare carico dello stimolo. E’ una situazione che solo la spesa pubblica può far ripartire. I tagli alla spesa si fanno quando le cose vanno bene, nella parte alta del ciclo economico, non quando il paese è in ginocchio… Il pareggio si ottiene se all’aumento delle uscite corrisponde un pari aumento delle entrate. Non si tratta di aumentare le tasse, ma di introdurre una patrimoniale sui patrimoni posseduti dall’1% più ricco della popolazione, con progressivo e graduale sgravio del prelievo sui patrimoni e redditi minori.” (F. Sdogati)

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Fabio Sdogati è professore ordinario di economia internazionale al Politecnico di Milano. Da quanto scrive appare evidente che lui identifichi quella keynesiana con “la buona teoria economica”. Di certo si trova in folta compagnia, ma basterebbe ripercorrere con buon senso la storia economica degli ultimi 5-7 decenni per dubitare della correttezza del suo punto di vista. Considerando che la spesa pubblica può essere finanziata solo con tasse (esplicite o implicite, ossia inflazione) presenti o future, l’idea che debba essere il governo a stimolare la domanda si basa sull’assunzione che sia giusto l’intervento redistributivo dello Stato.

Questo punto viene dato per scontato dai redistributori, ma non lo è affatto. Anzi, trovo indimostrabile, se non volendo imporre arbitrariamente determinati principi morali anche ai dissenzienti, che si faccia giustizia nel tassare Tizio per dare a Caio. Anche sorvolando su questo punto tutt’altro che secondario, peraltro, la storia economica fornisce numerosi esempi del fatto che l’applicazione pratica del keynesismo è stata piuttosto difforme da quanto afferma Sdogati. In altri termini, la spesa pubblica non è stata utilizzata in funzione anticiclica, ma vi è stata la tendenza, una volta introdotta una voce di spesa, a non diminuirla più; men che meno si è pensato di eliminarla. Non basta dire che “i tagli alla spesa si fanno quando le cose vanno bene”: quei tagli, poi, bisogna farli.

Il problema è che le cose non vanno mai abbastanza bene per chi deve decidere di tagliare e assumersene la responsabilità politica. E questo, tra l’altro, è implicito nell’impianto stesso della teoria keynesiana e nella convenzione utilizzata per calcolare il Pil. Essendo infatti la spesa pubblica un componente positivo del Pil, una sua diminuzione comporta nel breve termine una riduzione del Pil. Poco importa se questa riduzione può essere più che compensata nel tempo da un aumento della componente privata della domanda (consumi e investimenti): quello che succede domani e dopodomani non compensa la perdita di consenso politico oggi. Né, di solito, si sentono keynesiani invocare tagli di spesa quando le cose vanno bene. Solo nei momenti di crisi o bassa crescita li si sente parlare di spesa, e unicamente per invocare aumenti. Sdogati tocca poi anche il punto del pareggio di bilancio. Se non si taglia la spesa e non si vuole che aumenti il deficit, qualcosa bisognerà pur fare. Nella sostanza lo Stato potrebbe vendere beni mobili, immobili o partecipazioni azionarie, ma Sdogati non ne fa neppure cenno. L’alternativa, allora, è un aumento delle entrate fiscali. Uno potrebbe aspettarsi la sempreverde “lotta all’evasione fiscale”, ma neanche su quella punta Sdogati. E allora di che si tratta? Qui viene il bello. “Non si tratta di aumentare le tasse, ma di introdurre una patrimoniale sui patrimoni posseduti dall’1% più ricco della popolazione”, dice il professore, forse ritenendo che aumentare le tasse solo all’1% della popolazione non significhi aumentare le tasse. Non sto qui a entrare nel merito dell’introduzione di una (altra) imposta patrimoniale.

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Vorrei invece far notare che, dal mio punto di vista, non aumentare le tasse significa che per nessuno aumentano le tasse. In altri termini, si dovrebbe applicare a questo contesto il concetto di Pareto efficienza. Se, al contrario, per far pagare meno tasse a Tizio si aumenta il carico per Caio, anche a parità di gettito per lo Stato, quello che si ottiene non è altro che un aumento della progressività. Se questa è buona teoria economica…

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Comments
  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Ogni credente ha la sua Bibbia. I keynesiani hanno la “General Theory” del loro Maestro. Ogni credente ha la sua Chiesa, con i suoi Precetti, la sua Tradizione, i suoi Dogmi, i suoi Pontefici; e sa per certo che “extra ecclesiam nulla salus”. Se poi la realtà effettuale fa a pugni con le Verità rivelate dei Sacri Testi e i Dogmi dei Pontefici, tanto peggio per la realtà.

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