In Libertarismo

BIRINDELLIdi GIOVANNI BIRINDELLI*

La decadenza si manifesta in modo estremamente reale, concreto, tangibile: un imprenditore che si toglie la vita, un’impresa che chiude, una persona che perde il lavoro, una famiglia che non ce la fa ad arrivare a fine mese, un campo di ulivi che viene abbandonato a se stesso. È allora istintivo e perfino rassicurante cercare di contrastare la decadenza in modo altrettanto reale, concreto, “fattivo” e, contemporaneamente, evitare e perfino ridicolizzare le chiacchiere filosofiche. Tuttavia, anche se la decadenza a cui stiamo assistendo si manifesta in modo molto reale e concreto, la sua causa ultima è puramente filosofica: essa consiste nell’idea astratta di legge che è stata imposta, nel caso italiano, dalla costituzione.

Le vessazioni fiscali dello stato e delle sue agenzie sono possibili perché c’è una “legge” che le consente, ma cosa ha reso possibile quella “legge”? Una pressione fiscale folle, una violazione della privacy che farebbe impallidire di vergogna il Grande Fratello di Orwell, la RAI, il corso forzoso, la stampa di moneta fiat da parte delle banche centrali, la riserva frazionaria delle banche, il divieto dell’uso del contante, il finanziamento dei partiti, quello dei giornali, quello del teatro, del cinema, la scuola pubblica, la burocrazia, l’editto comunale che impedisce a un’enoteca di Roma di versare il vino ai suoi clienti in bicchieri di vetro e infinite altre forme di interventismo dello stato nell’economia e nelle nostre vite sono possibili perché ci sono “leggi” che le consentono: ma cosa consente quelle “leggi”?

Perfino i pochissimi economisti degni di questo nome che coerentemente e lucidamente vedono nell’interventismo politico, economico e in particolare monetario, la causa diretta della decadenza, quasi mai si chiedono cosa ha reso possibile questo interventismo e la sua continua crescita.

Li ha resi possibili un’idea filosofica di legge: il positivismo giuridico (la “legge” positiva ofiat). Questa idea di “legge” sta alla base della repubblica italiana così come stava alla base del regime fascista. In base a questa idea, la “legge” è un provvedimento particolare burocraticamente corretto deciso da un’autorità legalmente costituita. Che questa autorità sia un dittatore o una maggioranza rappresentativa è del tutto irrilevante ai fini dell’idea filosofica di legge.

Il problema della “legge” fiat è che essa rende il potere politico (chiunque sia a detenerlo) illimitato o, il che è lo stesso, limitato in modo arbitrario (per esempio dalla volontà di una maggioranza qualificata). E un potere politico illimitato tende necessariamente a espandersi, e con esso l’interventismo dello stato. Non ha quindi alcun senso logico, né alcuna possibilità di successo, cercare di arginare l’interventismo dello stato e la sua continua crescita, e quindi la decadenza, all’interno dell’idea filosofica di “legge” che li produce necessariamente, per esempio riducendo le tasse oppure cercando di allargare le maglie della burocrazia. Coloro che dichiarano di voler difendere il libero mercato e rilanciare la crescita all’interno dell’idea filosofica di legge che li distrugge, fanno un danno alla libertà e alla crescita ancora maggiore di coloro che li aggrediscono direttamente.

Ciò che è sorprendente non è che il debito pubblico continui ad aumentare nonostante una pressione e un’oppressione fiscali sempre crescenti, nonostante tassi d’interesse straordinariamente e artificialmente bassi e nonostante una sempre maggiore inflazione (con conseguente perdita del potere d’acquisto della moneta, il che, oltre a impoverire la gran parte delle persone, trasferisce risorse dai creditori ai debitori, e quindi al debitore più grande di tutti: lo stato). Ciò che è sorprendente è che molte persone si sorprendano di questo fenomeno. Ciò avviene perché esse non ne hanno capito la causa ultima: l’idea astratta di “legge” che rende possibile, e quindi nel lungo periodo necessariamente sempre crescente, l’interventismo dello stato.

Per contrastare efficacemente l’interventismo e la sua continua espansione, e quindi per tornare alla crescita sostenibile, alla prosperità, alla civiltà e alla libertà, occorre non “fare” ma disfare; occorre mettere lo stato nelle condizioni non di “fare” meglio, ma di non poter fare. In altre parole, occorre capire che lo stato è il male, non la cura, e quindi occorre chiuderlo in gabbia: limitare in modo non arbitrario il suo potere. E per fare questo è necessario invertire l’idea filosofica di legge. Cioè passare dalla “legge” intesa come strumento di potere politico arbitrario (la “legge” fiat) alla Legge intesa come limite non arbitrario al potere politico. Questa è la Legge intesa come principio o, più semplicemente, la Legge (qui mi riferirò a essa usando semplicemente il termine Legge in quanto questo era il suo significato originario).

La Legge è una regola generale e negativa di comportamento individuale che deve valere necessariamente per tutti allo stesso modo. Essa è negativa nel senso che stabilisce cosa una persona non deve fare, non cosa essa deve fare. In questo senso, la sovranità della Legge (che è una cosa opposta alla sovranità del parlamento) coincide con la libertà, la quale non è altro che quella condizione dell’uomo in cui la coercizione di alcuni su altri è limitata alla difesa della Legge.

La “legge” fiat la fa, cioè la decide, l’autorità (p. es. il parlamento italiano sovrano, oppure Hiltler), ma chi fa la Legge? Nessuno. E voglio dire nessuno. In quanto principio, infatti, la Legge, esattamente come la lingua, è il risultato di un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo; quindi essa non è arbitraria, così come non sono arbitrarie le regole di una lingua. Mentre in uno stato totalitario il compito del legislatore è fare la “legge” fiat, in una società libera il compito del legislatore è scoprire, custodire e difendere la Legge, la quale esiste indipendentemente da lui e dalla sua volontà e non può essere fatta più di quanto possa essere fatta una lingua.

Mentre in uno stato totalitario e quindi collettivista come quello italiano attuale chi lo controlla ha il potere di stabilire cosa è il “bene” e, attraverso la “legge” fiat, quello di obbligare tutti a concorrere in qualche modo alla sua realizzazione, in una società libera l’unico compito dello stato (ammesso che ci sia) è quello di difendere regole generali e negative di comportamento individuale valide per tutti allo stesso modo (la Legge). Purché si muova all’interno di queste regole non arbitrarie, in una società libera ciascuno è libero di perseguire ciò che soggettivamente ritiene essere il “bene”, senza essere sottoposto a nessuna interferenza da parte della “collettività”, a nessun “bene comune” o “interesse generale” o “del paese”.

La sovranità della Legge, cioè la società libera, non è necessariamente una in cui non ci sono provvedimenti particolari (i quali devono per forza essere fatti o decisi: pensiamo al finanziamento di un tribunale), ma una in cui questi sono limitati alla difesa della Legge dalla Legge. In una società libera, il potere di decidere questi provvedimenti particolari (il potere politico) è separato da e sottoposto a quello legislativo (il potere di scoprire, custodire e difendere la Legge). Nelle attuali “democrazie” totalitarie, invece, questi due poteri sono confusi l’uno con l’altro e sommati l’uno all’altro. Nelle parole di Hayek, «Quello che è successo con l’apparente vittoria dell’ideale democratico è stato che il potere di scoprire le leggi e il potere approvare provvedimenti particolari sono stati messi nelle mani delle stesse assemblee. L’effetto di questo è stato necessariamente che la maggioranza parlamentare di governo è diventata libera di darsi qualsiasi legge l’aiutasse meglio a raggiungere i particolari scopi del momento. Ma necessariamente ciò ha significato la fine del principio del governo sotto la legge. […] mettere entrambi i poteri nelle mani della stessa assemblea (o delle stesse assemblee) ha significato di fatto il ritorno al governo illimitato».

Ora, scoprire, custodire, difendere e formulare la Legge non è sempre facile. Dove la legge è la “legge” fiat l’unica capacità che è richiesta per essere legislatori è quella di saper premere un pulsante. Tuttavia, dove la legge è la Legge, il compito del legislatore è estremamente difficile. A volte, p. es. quando ci sono principi in competizione fra loro (princìpinon interessi), può essere perfino impossibile. Quando la legge è la Legge, e non il suo inverso, il lavoro del legislatore richiede capacità e preparazione straordinarie: molto superiori a quelle che chi vi parla, per esempio, potrebbe mai sognare di avere. Questo lavoro, tuttavia, è aiutato dal fatto che, al contrario della “legge” fiat, la Legge deve essere necessariamente uguale per tutti, non nel senso che la cosiddetta “uguaglianza davanti alla legge” ha nell’articolo 3 della costituzione italiana, ma nel senso che è sempre illegittimo il ricorso alla disuguaglianza legale (che consiste nel trattare allo stesso modo persone che appartengono a determinate categorie ma in modo diverso persone che appartengono a categorie diverse, come avviene ad esempio nel caso delle “leggi” razziali o della progressività fiscale): se una regola vieta un’azione in alcuni casi particolari ma non in altri, allora c’è un problema. Per esempio, se una regola vieta la contraffazione in alcuni casi ma la permette in altri, allora c’è qualcosa che non quadra. Dove la legge è la Legge, o la contraffazione è legittima in generale oppure quella regola che la permette in casi particolari è illegittima (e non è difficile capire quale delle due sia la risposta). Viceversa, dove la legge è la “legge” fiat non c’è bisogno di coerenza: la domanda «in base a quale principio?» non è contemplata. L’uguaglianza davanti alla legge diventa disuguaglianza legale. La difficoltà di scoprire la Legge e di difenderla coerentemente è semplicemente rimossa attraverso la rimozione della Legge. Dove vige il positivismo giuridico, una regola può tranquillamente vietare un’azione in alcuni casi particolari e non in altri, senza che questo sia un problema: quello che conta non è la coerenza ma la volontà arbitraria di chi controlla lo stato.

L’esempio tipico, fra gli infiniti che potrebbero essere fatti, è quello della stampa di moneta a corso forzoso: l’euro per esempio, oppure, ancora peggio, la lira. Infatti, su un piano di principio, non c’è differenza alcuna fra l’azione di un gioielliere che sostituisce delle perle di una collana con perle finte, diminuendone così il valore, e quella di una banca centrale che, stampando denaro a corso forzoso, diminuisce il valore dei 50 euro che ho in tasca e che lo stato mi obbliga a usare per fare la spesa. In entrambi i casi si tratta di contraffazione. Tutti danno per scontato che la contraffazione sia illegittima. Tuttavia solo pochissimi notano o si scandalizzano del fatto che la banca centrale commetta legalmente il crimine della contraffazione. Solo pochissimi sono consapevoli o si scandalizzano del fatto che, attraverso la stampa di moneta, le persone vengono tassate ulteriormente e in modo tale che chi le tassa non debba sostenere il costo politico di questa tassazione. Solo pochissimi sono consapevoli o si scandalizzano del fatto che la cosiddetta “crisi” che vediamo, che è solo un preludio di quella che sta per venire, sia il risultato della stampa di moneta a corso forzoso da parte delle banche centrali e, più in generale, delle distorsioni della struttura produttiva indotte dalla manipolazione monetaria e del credito e dall’interventismo. Solo pochissimi sono consapevoli del fatto che è il privilegio della stampa di denaro a corso forzoso e cioè della contraffazione del denaro, che ha reso possibili le guerre, a partire da quelle mondiali (il gold standard in Europa è stato abbandonato nel 1914 per finanziare una guerra che, altrimenti, avrebbe richiesto un’imposizione fiscale esplicita di dimensioni tali che all’epoca nessuno l’avrebbe accettata e gli stati avrebbero dovuto rinunciare alla guerra).

Perché? Perché molti condannano la contraffazione quando è commessa da un gioielliere e non la notano nemmeno, né tantomeno si scandalizzano, quando è commessa dalle banche centrali e cioè dallo stato, anche se in questo secondo caso i danni prodotti sono infinitamente superiori e a tutti gli effetti catastrofici?

Uno sarebbe tentato di rispondere che ciò avviene perché le persone non conoscono la scienza economica, cioè la Scuola Austriaca di economia: Hayek sosteneva che i socialisti non sarebbero socialisti se conoscessero la scienza economica, Ford sosteneva che se le persone sapessero come funziona il sistema monetario e bancario scoppierebbe immediatamente la rivoluzione. Per quanto ciò sia vero in molti casi, non è questa la ragione: la scienza economica è una disciplina complessa e sarebbe folle aspettarsi che tutti abbiano il tempo e l’inclinazione per studiarla (anche se sarebbe lecito aspettarsi che almeno i professori di economia la studiassero, cosa che non avviene praticamente mai): tra l’altro se tutti la studiassero ci sarebbe la diffusione della scienza economica ma non ci sarebbe un’economia. La ragione per cui molti condannano la contraffazione quando è commessa dal gioielliere ma non quando è commessa, con un danno infinitamente maggiore, dalla banca centrale e quindi dallo stato, è che essi non sanno cos’è la Legge. Al contrario dell’economia, la Legge, il principio, non ha bisogno di essere studiata, ma solo di essere sentita dentro di sé, che la si rispetti o meno. La Legge intesa come principio incorpora già in sé la scienza economica, cioè i comportamenti che sono economicamente sostenibili.

Noi non sappiamo cosa è la Legge perché siamo stati indottrinati a non sentirla dentro di noi, fin dai primi anni di scuola (pubblica o comunque sottoposta a programmi pubblici). Siamo stati indottrinati a guardare la legalità di un provvedimento (cioè il fatto che questo rispetti o meno la “legge” fiat, cioè la decisione arbitraria dell’autorità) e a non guardare alla sua legittimità. In altre parole, siamo stati indottrinati a non chiederci: «in base a quale principio?». I nemici peggiori della libertà sono paradossalmente, e spesso inconsapevolmente, le persone perbene che, credendo di difendere la Legge, difendono i comandi arbitrari dell’autorità che questa ha chiamato “leggi” perché essi avessero la stessa autorevolezza della Legge ma che sono espressione di quel potere politico illimitato che la Legge è cresciuta proprio per arginare. Cambiando il significato di una parola, lo stato totalitario si è appropriato dell’essere perbene delle persone e lo usa contro di esse in funzione di fini arbitrari stabiliti da chi lo controlla. Semplicemente, le ha ingannate. Quando un numero sufficiente di persone si farà la domanda «in base a quale principio?», la libertà, la prosperità, la sua crescita sostenibile e la sua diffusione saranno già tornate, e per restare. Non c’è bisogno di sapere perché la stampa di moneta e, in modo diverso, ogni altra forma d’interventismo, produce miseria, soprattutto per coloro che sono finanziariamente più deboli, e decivilizzazione: per evitare queste ultime, basta scordarsi di quello che si è imparato fin dai primi anni di scuola, guardare dentro di sé, sentire cosa è la Legge (capendo l’opposizione fra essa e la “legge” fiat) e pretendere, soprattutto da parte dello stato, comportamenti che siano coerenti con essa.

Oggi, nell’arena politica italiana, la Legge, e quindi la libertà, non è difesa da nessuno: non esiste un solo partito politico che non si sia schierato contro la Legge e contro la libertà, cioè in difesa della costituzione e del suo collettivismo. I risultati si vedono. Dopo “Forza Evasori” di Leonardo Facco, a cui lo stato, in modo non so se legale (né mi importa) ma sicuramente illegittimo, vietò la competizione elettorale, Liberi Comuni d’Italia è la prima organizzazione politica che ha il coraggio di affrontare a viso aperto, sola contro tutti, la radice del problema: l’idea filosofica di legge e tutto ciò che ne consegue. Liberi Comuni affronta la radice del problema in modo istituzionalmente coerente, cioè proponendo una separazione del potere politico da quello legislativo, la sottomissione del primo al secondo e, nel rispetto del fondamentale principio di autodeterminazione (lo stesso principio che rende illegittimo a chiunque decidere come qualcun altro deve spendere il proprio denaro, per esempio), una struttura istituzionale decentrata. A partire da oggi, se a Liberi Comuni d’Italia lo stato non impedirà di competere, chi cerca la coerenza nell’idea di libertà ha l’opportunità di agire politicamente in sua difesa.

Come ho già accennato a Rivo Cortonesi, che mi ha fatto l’onore di chiedermi una consulenza, al di là di valutazioni di tipo strategico, il Codice dei Liberi Comuni richiede ulteriore lavoro per superare alcune contraddizioni. Tuttavia l’impianto di base c’è ed è solido e, soprattutto, c’è una totale apertura a un miglioramento continuo. Il Codice dei Liberi Comuni sta alla costituzione italiana come il sistema eliocentrico sta a quello geocentrico: nel Codice dei Liberi Comuni, infatti, non è la “legge” a orbitare attorno all’autorità ma, viceversa, è l’autorità a orbitare attorno alla Legge. Cioè, non è la “legge” a derivare dall’autorità ma, al contrario, è l’autorità a derivare dalla Legge, «non -come dice di nuovo Hayek- nel senso che l’autorità viene costituita in base alla legge ma nel senso che l’autorità richiede obbedienza perché (e fino a quando) difende una legge che si presume esistere indipendentemente da essa».

Non si tratta di una rivoluzione politica: come abbiamo visto col passaggio dal fascismo all’Italia repubblicana, le rivoluzioni politiche, quando mantengono inalterata l’idea filosofica di legge, sono solo operazioni di facciata che consentono il cambiamento di tirannia ma non la sua eliminazione. Si tratta (ed è un passo preliminare e necessario a quello di una rivoluzione politica pacifica verso la libertà) di una rivoluzione di pensiero, cioè di una rivoluzione di sistema di riferimento, esattamente come nel caso della Rivoluzione Copernicana. E come dice Arthur Koestler, «le rivoluzioni di pensiero che danno forma all’essenza di un’epoca storica non sono diffuse mediante libri di testo – esse si diffondono come epidemie, mediante contaminazione da parte di agenti invisibili e innocenti portatori-sani, attraverso le più diverse forme di contatto, o semplicemente respirando la stessa aria». Queste parole furono scritte quando non c’era Internet.

Se si guarda al successo che, soprattutto fra le nuove generazioni, il pensiero libertario sta avendo negli Stati Uniti, grazie alla tenacia di intellettuali del calibro di Ron Paul, di Lew Rockwell e del giudice Andrew Napolitano (solo per citarne alcuni), al coraggio di eroi come Edward Snowden e Chelsea Manning, e anche grazie Bitcoin e ad altre monete digitali basate su un sistema di certificazione decentrata della proprietà, si capisce che, almeno al di là dell’Atlantico, questo contagio della libertà è già in fase avanzata. Io non so se noi saremo in grado di assistervi ma sono convinto che la libertà vincerà anche in questa penisola, o almeno in alcune sue parti, non nel senso che un giorno esisterà la società perfettamente libera, ma nel senso che un giorno sarà invertita la direzione di marcia e questa sarà, invece che verso la schiavitù, verso la libertà e quindi verso la sovranità della Legge intesa come principio. Un giorno inizieremo a imparare l’arte della libertà invece che a disimpararla, e quello sarà il giorno in cui torneremo a crescere, in modo vigoroso e sostenibile.

Tuttavia, anche se non ci fosse nessuna speranza che la direzione di marcia possa essere invertita (e non credo che sia così), questo non vorrebbe dire che battersi per la libertà sia tempo perso. Stare coerentemente dalla parte della libertà fa bene all’anima: consente quella stima si sé, quel guardarsi allo specchio con occhi limpidi, quell’integrità del proprio onore, che rimangono sempre intatti in mezzo a ogni difficoltà della vita e che sono fonte, se non di gioia, di serenità e di equilibrio.

*Discorso tenuto alla Assemblea di “Liberi Comuni d’Italia” il 4 maggio scorso a Siena

QUI IL VIDEO DELL’INTERVENTO DI BIRINDELLI

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  • CARLO BUTTI
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    Articolo molto bello, non solo chiaro concettualmente, ma anche ben scritto (cosa sempre più rara). Rimango però dell’idea che al concetto di Legge, nel senso che qui s’intende, si può arrivare in modo più rigoroso riprendendo e ripensando in modo radicale il principio, oggi dai più ritenuto obsoleto, di “diritto naturale”. Certamente appare più in linea con la mentalità scientifica odierna l’idea di una Legge nata casualmente attraverso un processo evoluzionistico, alla stregua delle lingue e -perché no?- delle stesse specie viventi, non ultima quella umana. Ma un tal processo, per quanto elimini automaticamente i risultati inefficienti, non sempre produce l’optimum, anzi spesso porta con sé molte scorie. Le lingue “naturali” sono così ambigue che gli scienziati devono continuamente ridefinirne i termini; e quando possono le sostituiscono con algoritmi. Si dice che il corpo umano è perfetto, ma non ricordo più quale grande scienziato del passato arrivò ad affermare che se a produrre l’occhio dell’uomo fosse stato un ottico il suo lavoro andrebbe protestato. Anche il mercato procede per prove ed errori, e la sua efficienza è relativa: rimane insostituibile non perché sia l’optimum, ma per la pochezza e la limitatezza della mente umana. Se l’uomo avesse la mente di Dio, la pianificazione sarebbe molto migliore, perché risulterebbe infallibile. Si dirà: le scorie che il diritto consuetudinario porta con sé sono una deviazione dalla Legge rettamente intesa: vero, ma in questo modo il diritto naturale, che si credeva di aver cacciato dalla porta , rientra dalla finestra; perché solo su base razionalistica, non consuetudinaria, si può affermare che la vera Legge è una regola generale e negativa di comportamento individuale, necessariamente valevole per tutti. Ora, proprio perché su basi puramente razionali lo Stato, ogni Stato, in quanto fondato su coercizione e rapina è in conflitto con la vera Legge, ritengo contraddittorio pretendere di riformarlo dall’interno, raddrizzandone le istituzioni attraverso riforme radicali, o di superarlo spezzettandolo (col rischio di istituire nuovi steccati su basi etniche, linguistiche e d’altro genere).

    • Giovanni Birindelli
      Rispondi

      Grazie Carlo del tuo commento, che apprezzo molto. Mi ricordo che tu ritieni più solido un approccio giusnaturalistico. Come ti dissi all’epoca, pur vedendone i vantaggi (soprattutto in termini di semplicità, “coerenza interna” ed eleganza) personalmente vedo nel giusnaturalismo alcuni problemi (soprattutto in termini di “coerenza esterna” e di “super-semplificazione” che a volte porta a risultati che reputo assurdi: come ad esempio quello a cui è arrivato Rothbard che è legittimo lasciar morire il proprio figlio appena nato di fame). Sia il giusnaturalismo che l’evoluzionismo (che è cosa diversa dal diritto consuetudinario), tuttavia, partono dal presupposto che la Legge è il principio, cioè la regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo ed esistente indipendentemente dalla volontà di chi la deve difendere. La differenza filosofica sta nell’origine: per i giusnaturalisti questa è da ricercarsi nella natura, per gli evoluzionisti in un processo spontaneo e disperso di selezione culturale di usi e convenzioni di successo. Sul piano pratico ci sono delle differenze, le quali tuttavia tendono a riguardare “casi estremi”. Tuttavia, partendo da una situazione di positivismo giuridico come quella attuale, i fondamentali punti in comune a cui accennavo sopra mi fanno vedere, per così dire, il bicchiere non mezzo pieno ma quattro quinti pieno. Cioè mi sembrano più importanti i punti in comune fra le due scuole di pensiero che quelli che non sono in comune (il che si riflette nella compattezza di fondo, pur con le varie differenze dei diversi contributi, della Scuola Austriaca di economia). Questo tuo commento mi ha fatto venire in mente che, al fine di non escludere una parte importante e “diversamente coerente” di libertari, può essere opportuno cambiare il Codice così da includere entrambe le “anime”. Ho appena suggerito a Liberi Comuni di farlo. Quindi grazie due volte. Un saluto e a presto

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    Ho letto con molta attenzione il tuo commento Carlo. Sull’ultima parte relativa allo stato, sposerei la tua posizione se avessi trovato, cosa che non è ancora, nonostante sforzi e amici comuni, una via pacifica per azzerare lo stato o ridimensionarlo tanto da non farlo più nuocere ad alcuno. A me sembra, ma accetto critiche e suggerimenti, che con l’avventura politica, si decide di sconvolgere le cose dal di dentro, altrimenti la Storia ha sempre insegnato che arriva uno che non ha tempo da perdere e va le spicce e lo stato lo demolisce come sappiamo. Peccato che sostituisca sempre uno stato vecchio con uno nuovo. Ciao

  • gastone
    Rispondi

    antonino, esiste una terza via, è quella certa e ineludibile, e stà dando la precedenza alle due esposte sopra, proprio come farebbe un cavaliere d’altri tempi nei confronti di due vecchie dame. se le due dame declinassero la gentilezza
    il collasso da dentro ad opera dello stesso stato, senza tanti preamboli farà quello che nessuno avrà avuto il coraggio e la forza di fare.
    non domandarmi i tempi, è un esercizio sterile.

  • Pedante
    Rispondi

    Credo che le leggi sono sempre stabilite da qualcuno e non emergono spontaneamente. Devono essere fatte rispettare, altrimenti leggi non sono. Quando il capotribù impone una regola non gradita il dissidente o lascia la tribù o sfida il despota per poi imporre la sua volontà.

  • gastone
    Rispondi

    pedante, credo tu faccia una piccola confusione tra l’arbitrio e la legge.
    il primo è spesso esercitato da un singololo individuo o da pochi, in grado di imporlo attraverso la coercizione, la seconda è espressione dei più intesi come società, che attraverso il sedimento di costumi e usanze e comportamenti, sono in grado di produrre un corpo giuridico che le rispetta e ne asseconda le necessita attraverso la legge.
    il primo meccanismo è fortemente individuale e denota una decisa volontà, il secondo invece, è un meccanismo collettivo perfettamente impersonale in cui le singole volontà non possono in nessun modo governarlo o pianificarlo.
    il primo è un mezzo spesso brutale e inadeguato per ottenere un fine, il secondo è un fine cui l’individuo tende da cui scaturisce equilibrio e armonia.

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    A proposito dell’ esposizione di infanti, mi pare che Rothbard nella sua brutalità sia molto più coerente di chi oggi ne prova raccapriccio ma poi ammette senza difficoltà la legalizzazione dell’aborto: per lui, secondo il diritto naturale sono leciti entrambi; e infatti, dov’è la differenza? Simul stabunt, simul cadent. Tra l’altro queste due pratiche erano molto diffuse, senza alcuna riprovazione sociale, nel mondo antico: dove si vede che anche la consuetudine può portare a norme discutibilissime. Il problema è molto complicato: l’etica cristiana, che s’è imposta nei secoli e oggi, piaccia o non piaccia, modella anche il pensiero di chi si dichiara ateo, ci fa inorridire davanti ad alcuni comportamenti che un tempo erano considerati normali. Difficile in molti casi distinguere fra reato e peccato. Mi sembra che Rothbard in qualche modo ci riesca: penso che sarebbe il primo a provar repulsione per l’abbandono di un infante, secondo un sentimento di morale “cristiana”; ma secondo la sua rigorosa riconsiderazione del diritto naturale non lo reputa un reato: e in questo si ritrova in compagnia degli antichi. Non può seguirli invece sulla liceità della schiavitù: qui la consuetudine antica si scontra con la razionalità moderna (e, perché no, “cristiana”:fides et ratio…)

    • Tommasodaquino
      Rispondi

      Vorrei farle notare che lo stesso Ron Paul è contrario all’aborto. In effetti essendo uno dei principi del diritto naturale fondanti il Diritto alla Vita, non si capisce per quale ragione dovrebbe esserci una deroga sul concepito. Ha bisogno di una norma del diritto positivo per permettere ad un altra persona di eliminarne un’altra senza il suo consenso (verosimilmente sarebbe contraria). Tra l’altro senza il diritto alla vita, cioè contestando questo dato della legge naturale non si capisce come possano derivare gli altri diritti che necessariamente possono esistere solo se è permessa la vita.

  • Pedante
    Rispondi

    @ gastone:
    Grazie della riflessione. La mia critica era più diretta a questa presunta spontaneità (hayekiana?). Ovviamente un saggio capotribù prenderà in considerazione le usanze già consolidate e apparentemente accettate all’interno del gruppo, ma spetterà a lui come legislatore a intuire i sentimenti della tribù. Dal momento che è impossibile leggere nel pensiero ai sudditi (magari non dicono ciò che pensano davvero), per forza lui deve indovinare le possibili pro e contro di qualsiasi riforma. Che i membri della tribù non si ribellano e non lascino il gruppo non vuol dire che siano contenti, solo che giudicano che i benefici del continuare a farne parte superano quelli di abbandonare il gruppo o di rovesciare il capo.

  • Pedante
    Rispondi

    Scusate i vari refusi.

  • Liberalista
    Rispondi

    Ma perchè dobbiamo ancora ragionare in termini di capi e sudditi?

  • Pedante
    Rispondi

    @ Liberalista:
    Perché è la realtà. La natura umana è così.

  • Liberalista
    Rispondi

    Non sono affatto d’accordo. La “natura umana” è una mistificazione. E’ come parlare di “volontà popolare” o di “gggente”. Ognuno è differente e vi sono tantissime persone che non vogliono comandare e non vogliono essere comandate. Saranno l’1%, il 2% o il 10%, ma non cambia la sostanza delle cose. Il fatto che una maggioranza di pecore voglia essere tosata da una minoranza di bulli non significa che esistano solo le pecore e i bulli.
    Scusa se intervengo in maniera “dura”, ma certe cose devono essere messe in chiaro, soprattutto in un sito come questo che anela alla libertà e alla liberazione dell’essere umano dal potere di coercizione degli altri individui, singoli o uniti in gruppi. Certi fraintendimenti non sono ammissibili.

  • Pedante
    Rispondi

    @ Liberalista:
    “Il fatto che una maggioranza di pecore voglia essere tosata da una minoranza di bulli non significa che esistano solo le pecore e i bulli.”

    Mi sembra di capire che pure Lei è d’accordo con me che pecore si nasce e non si diventi (idem per i bulli e i libertari). Anziché mistificazione, direi che la natura umana è un mistero di cui finora si sa relativamente poco in termini scientifici, ma che una persona abbia determinati tratti caratteriali relativamente stabili mi sembra incontrovertibile.

    La classificazione “sudditi” descrive solo la posizione di subordinazione, e quindi può benissimo includere i libertari (sofferenti) assieme alle pecore (contente). Non fosse così non staremmo qui a discutere. Sono d’accordo sul fatto che i libertari saranno sempre una minoranza, e proprio per questo mi sembra importante essere realisti.

    Le critiche dure non mi offendono minimamente.

  • Pedante
    Rispondi

    “non si diventa

  • Liberalista
    Rispondi

    “Credo che le leggi sono sempre stabilite da qualcuno e non emergono spontaneamente. Devono essere fatte rispettare, altrimenti leggi non sono. Quando il capotribù impone una regola non gradita il dissidente o lascia la tribù o sfida il despota per poi imporre la sua volontà.”
    “Dal momento che è impossibile leggere nel pensiero ai sudditi (magari non dicono ciò che pensano davvero), per forza lui deve indovinare le possibili pro e contro di qualsiasi riforma. ”

    Se queste due frasi riassumono il tuo pensiero (e da come hai impostato il ragionamento critico nei confronti del senso dell’articolo sembrerebbe proprio così) , e non una esposizione storica di ciò che è avvenuto finora, allora ribadisco quanto ho detto prima.
    Aggiungo: i libertari non vogliono sostituirsi al potere “costituito” e non dicono alle persone cosa fare della loro vita. Insomma, un “capotribù” libertario è una contraddizione in termini.
    Il libertario non sente nemmeno l’esigenza di avere capi, e soprattutto di avere una società organizzata in senso gerarchico.
    Il principio di non-aggressione su cui si basa il libertarismo non consente deviazioni da questo assunto, altrimenti tutto diventa incoerente e, in ultima analisi, inutile.

    Concordi?

  • Pedante
    Rispondi

    No. La società non gerarchica non è mai esistita né esisterà mai. È una chimera. Pure i bambini all’asilo stabiliscono una gerarchia. È una tendenza umana innata.

  • Pedante
    Rispondi

    L’uomo solo è come la formica sola, condannato a morte. Gli enormi vantaggi della divisione del lavoro fanno della vita sociale – e le sue gerarchie – quasi una necessità.

  • Pedante
    Rispondi

    Come la vedo io, è il carattere monopolistico del sistema legale il male di fondo. Più giuridizioni ci sono, meno dispotismo (fisiologico, purtroppo) c’è.

  • Liberalista
    Rispondi

    L’esigenza di persone che comandano la nostra vita è tutt’altro che un dato di fatto.
    Siccome non vogliamo essere comandati da nessuno, nella nostra vita privata e sociale, sarebbe quantomeno curioso sostenere che invece noi possiamo comandare (cioè imporre il nostro modo di vedere le cose) su qualcuno…

  • Liberalista
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    E il “vivere insieme” è tutt’altra cosa dallo stabilire gerarchie. Un gruppo collaborativo-competitivo non è destinato alla morte più di quanto lo sia un gruppo gerarchico.
    Anzi. Il fatto che società in cui minore è il totalitarismo (cioè il dispotismo e la gerarchizzazione della società) abbiano prosperato molto più a lungo delle altre, in tutti i sensi, qualcosa l’avrebbe dovuta insegnare, no?
    Non avrei mai pensato di doverlo scrivere su un sito libertario, presupponendo che ci commenta lo sia già, ma tant’è.

  • Pedante
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    Ma qual è la società senza gerarchie? L’irlanda medievale, benché fosse anarchica non lo era. Non mi viene un mente neanche un esempio tribale. Dal momento che le persone non sono identiche mi sembra evidente che in un determinato gruppo ci saranno persone che hanno più capacità di leadership, altri meno. All’interno di qualsiasi azienda si osserva una specie di selezione darwiniana. Dispotismo? No, perché ci si può sempre dimettere.

  • Pedante
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    “Siccome non vogliamo essere comandati da nessuno, nella nostra vita privata e sociale”

    Chi lo dice? Io spesso mi lascio comandare perché conviene. In certi contesti sono contento che qualcun altro si assuma la responsabilità e i pensieri. Cedo volentieri la mia autonomia.

  • Liberalista
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    Perfetto. Tieniti lo stato, ma non chiedere a me di pagartelo.

  • Liberalista
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    Anzi, no. Ci ho ripensato. Siccome a te piace essere comandato, ti ordino di darmi tutti i tuoi beni e di venire a lavorare gratis per me. Ci stai?

  • Pedante
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    Trovo l’anarchia l’unico sistema politico moralmente difendibile, quindi l’invito è fuori luogo. Comunque la domanda resta – dove sono le società, pure quelle senza lo Stato, senza gerarchie? La Somalia, fino a non molto tempo fa un’anarchia, era tornata alla tradizionale struttura sociale tribale, con i signori della guerra a lottare tra di loro.

    In seguito all’implosione dello Stato nei prossimi decenni, il vuoto di potere verrà colmato da altre forme di autorità. La mia speranza è che queste siano numerose e variegate, così che la gente può votare con i piedi scegliendone la meno opprimente.

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