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SVIZZERADI GIOVANNI BIRINDELLI

In un interessante articolo, il bravo Guglielmo Piombini ha tessuto le lodi del sistema politico svizzero. Grazie anche alla decentralizzazione, a un ricorso ampio allo strumento referendario, alla competizione fiscale fra comuni e fra cantoni e a un’apertura resa necessaria dalle sue piccole dimensioni, in Svizzera il Leviatano è contenuto in uno spazio molto più ristretto di quanto lo sia in altri paesi europei (e in particolare nei più collettivisti fra questi come l’Italia). Di conseguenza, relativamente a questi paesi, i risultati economici della Svizzera sono naturalmente molto positivi.

Personalmente, tuttavia, pur riconoscendo tutti i vantaggi discussi da Piombini nel suo articolo, non considero la Svizzera una società libera. Nei limiti in cui il l’obiettivo è ridurre il totalitarismo e avvicinarsi al proprio potenziale di crescita (e trascurando in questa sede per motivi di spazio la strategia del “votare con i piedi”), a mio parere è solo alla libertà che è necessario puntare, e a niente di meno. Questo non solo per motivi ideologici, ma anche per motivi strategici: nella loro astrattezza, gli ideali di libertà, se difesi in modo coerente, sono l’unica cosa che concretamente è in grado di contrastare la coercizione statale; e tanto maggiore è questa coercizione, tanto più fondamentale per ridurla è il ruolo giocato dagli ideali di libertà.

Il totalitarismo non consiste nell’esercizio di un potere politico illimitato, ma nell’assenza di limiti non arbitrari (e più precisamente nell’assenza di limiti di Legge intesa come principio, cioè come regola generale e negativa di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo) a questo potere politico e cioè alle decisioni di chi lo detiene (p. es. la maggioranza rappresentativa o quella dei cittadini). Quindi una democrazia non è non-totalitaria se a un referendum la maggioranza vota contro un salario minimo: lo è se il principio della libertà contrattuale non può essere violato dalle decisioni di una maggioranza, per quanto ampia essa sia. Lo è, quindi, se la sovranità non è di una maggioranza ma della Legge intesa come principio e se l’unico compito della maggioranza è, eventualmente, non quello di “fare la legge”, ma quello di decidere la migliore strategia per difendere la Legge. In altre parole, una democrazia è non-totalitaria se la legge non è il provvedimento particolare e burocraticamente corretto deciso da alcuni (pochi o molti non importa) ma un principio astratto e generale che (come una lingua, ad esempio), essendo il risultato di un processo spontaneo e disperso di selezione culturale di comportamenti individuali socialmente sostenibili, non può essere deciso da nessuno ed esiste indipendentemente dalla volontà di chiunque e soprattutto della maggioranza.

La libertà può essere difesa solo in quanto tale. La difesa di una “forma minore” di totalitarismo non è una difesa della libertà: rimane una difesa del totalitarismo. Se l’idea di “legge” rende possibile l’imposizione coercitiva di un salario minimo (o massimo) attraverso referendum, allora il sistema è totalitario (indipendentemente dal fatto che quel referendum passi o meno). Se l’idea di “legge” consente la stampa di moneta fiat da parte delle banche centrali e il corso forzoso, allora il sistema è totalitario (indipendentemente dal fatto che la contraffazione del denaro –la stampa di denaro fiat da parte delle banche centrali– sia inferiore rispetto al caso di altri paesi).

Per l’idea di “legge” sui cui si basa (il positivismo giuridico: la “legge” intesa come provvedimento particolare burocraticamente corretto), ogni “forma minore” di totalitarismo ha in sé tutto ciò che serve per passare a “forme maggiori”, se si dovessero creare le condizioni. Ed è proprio al verificarsi di queste condizioni che l’impossibilità che questo “salto di qualità” avvenga risulta essere più preziosa.

Proprio perché la libertà va difesa in quanto tale, essa va difesa indipendentemente dalle chances di successo che questa difesa ha nel breve periodo. In una situazione di totalitarismo di massa come quella attuale, il compito dei pochissimi che difendono la libertà non è portare a casa il risultato, ma mantenere vivo il suo ideale per le prossime generazioni, perché quando ci sarà l’opportunità (che può essere creata da una diffusione preliminare sufficientemente ampia delle idee di libertà) esso possa prevalere. Per questo Friedrich A. von Hayek scriveva tempoche «Abbiamo bisogno di leaders intellettuali che siano disposti a lavorare per un ideale, per quanto piccole possano essere le prospettive di una sua realizzazione a breve. Devono essere uomini che siano disposti a difendere dei principi e a battersi per la loro realizzazione, per quanto remota possa essere. I compromessi pratici devono lasciarli ai politici».  Il tempo della libertà e della prosperità è il lungo periodo, non il breve. Il suo metodo è la coerenza astratta, non l’arbitrarietà.Non a caso fu Keynes, l’“economista” più osannato dalla casta politica in quanto gli forniva (e ahinoi continua a fornirgli) argomenti privi di ogni senso economico per spolpare l’economia il più possibile nel più breve tempo possibile, a dire che «nel lungo periodo saremo tutti morti».

Molti potranno pensare che la società libera (la sovranità della Legge intesa come principio) sia un obiettivo troppo utopistico e lontano per essere raggiunto e quindi che sia meglio, dal punto di vista strategico, puntare a risultati concreti che, anche se non compatibili con gli ideali di libertà, l’esperienza di altri paesi ci dimostra essere possibili (strategia del second best). In altre parole, molti potranno pensare che puntare alla libertà abbia tanto meno senso quanto più distante dalla società libera è la situazione in cui ci si trova. Io credo che sia vero l’esatto contrario: tanto più distante la situazione in cui ci si trova è dalla società libera, tanto più necessario per iniziare a muoversi verso quest’ultima è puntare alla libertà. Nella sua astrattezza e coerenza, infatti, l’ideale della libertà è in ultima istanza l’unica forza propulsiva che è in grado di ridurre la coercizione statale. Puntare a una “forma minore” di totalitarismo, invece che alla società libera, significa rinunciare a questa forza propulsiva e quindi di fatto rimanere nella “forma maggiore” di totalitarismo in cui ci si trova. Non è ragionando in termini di situazioni che si producono processi. Come dice Murray Rothbard a proposito della Rivoluzione Americana (che fu un processo, non una situazione), «gli americani non sono sempre stati pragmatici e non-ideologici. Al contrario, gli storici adesso si rendono conto che la stessa Rivoluzione Americana fu non soltanto ideologica ma anche il risultato di una devozione ai principi e alle istituzioni del libertarismo. I rivoluzionari americani erano immersi nell’ideologia del libertarismo, un’ideologia che li ha portati a resistere con le loro vite, con i loro averi e col loro onore contro le invasioni dei loro diritti e delle loro libertà da parte del governo dell’impero britannico». Purtroppo la struttura istituzionale prodotta da quella rivoluzione nel lungo periodo si è dimostrata essere vulnerabile alla progressiva invasione della gramigna del socialismo: questo fatto ci offre un’importante opportunità di imparare dagli errori altrui ma non deve offuscare il successo del processo o movimento verso la libertà prodotto da quegli uomini che (aggiungo io al momento giusto) sono stati portati «a resistere con le loro vite, con i loro averi e col loro onore» dall’ideologia (non da una situazione di second best).

In ragione della minore coercizione che esercita sui propri cittadini e sulle proprie imprese, oggi la Svizzera gode di una situazione economica che, relativamente a quella di altri paesi europei che esercitano sulle persone e sulle imprese molta più coercizione, e in particolare relativamente all’Italia, è di gran lunga migliore. Frédéric Bastiat tuttavia ci insegna che quello che si vede non deve far dimenticare quello che non si vede. Quello che non si vede è la situazione economica che nel lungo periodo ci sarebbe (per esempio in Svizzera) se, tanto per cominciare, non ci fosse la manipolazione monetaria e del credito da parte dello stato e del sistema bancario. Rispetto a questa situazione che non si vede, quella che si vede e che viene ammirata sarebbe considerata pessima, specie se misurata in termini del potere d’acquisto degli “ultimi”.

A mio parere, se noi vogliamo anche solo attenuare la forma estrema di totalitarismo nella quale ci troviamo in Italia e se vogliamo anche solo avvicinarci al nostro potenziale di crescita, noi dobbiamo puntare alla libertà e cioè, per esempio, a una situazione in cui la banca centrale, il corso forzoso, l’espansione artificiale del credito, la redistribuzione delle risorse, la violazione della libertà contrattuale, le regolamentazioni diverse dalla Legge intesa come principio, dimensioni dello stato superiori a quelle strettamente necessarie alla difesa della Legge intesa come principio, non solo non ci sono, ma non ci possono essere. 

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  • Mauro Gargaglione
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    Su Birindelli e Piombini non si deve scegliere nessuno dei due semplicemente perchè non c’è alcuna posizione da scegliere. C’è solo da leggere e meditare.

    La conclusione che ne ho tratto è che i due articoli sono capitoli dello stesso libro. La Svizzera, lodata da Guglielmo, è da ammirare perchè è la nazione dove più pronunciato risuona l’eco (si badi bene, l’eco) di una concezione della Libertà quale quella descritta da Giovanni.

    Quest’ultimo mi sta dicendo che bisogna mirare al concetto pieno e senza compromessi di libera convivenza e di scoperta e custodia della Legge, mutuato dai grandi del pensiero libero austro-libertario. Così facendo (mia conclusione) male che va … ti ritrovi a vivere in un’altra Svizzera (smile!).

    E’ sempre uno scrigno di pensieri stimolanti questo sito. Grazie Leo.

    • leonardofaccoeditore
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      Sottoscrivo il tuo post Mauro. Grazie a te!

  • CARLO BUTTI
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    In quanto dittatura della maggioranza la democrazia, intesa nel senso più radicale del termine e non nei suoi vari temperamenti (il più classico dei quali è la cosiddetta “democrazia liberale”, il dio che ha fallito), è la forma peggiore del totalitarismo. Ecco perché, a mio parere, un libertario deve sempre diffidarne, come ne diffidava il liberale Tocqueville pur nel suo elogio del sistema americano. Piaccia o non piaccia, la Svizzera con la sua enfasi plebiscitaria rappresenta un sistema pericoloso. Che poi il “buon senso” del “popolo” molto spesso celebri, nelle tornate referendarie, il successo delle proposte meno illiberali è un dato di fatto che va registrato con piacere. Ma il sistema non è bello.

    • Mauro Gargaglione
      Rispondi

      Sempre Birindelli ci insegna che la diatriba tra democrazia, monarchia, oligarchia, e in generale tra tutte le forme di governo che l’uomo si è inventato, non è rilevante.

      Il problema non è chi gestisce il potere, come ci arriva, come è selezionato, chi lo autorizza a gestirlo, etc , ma come questo potere, qualunque sia il regime politico, può essere limitato.

      Se il potere è costretto entro paletti invalicabili, democrazia, estrazione a sorte, ordine alfabetico, diventano modalità quasi ininfluenti per l’individuo.

  • Albert Nextein
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    Marlon Brando aveva capito tutto una cinquantina di anni fa.
    Quando acquistò un’isola , mi pare , in polinesia.

  • Sigismondo di Treviri
    Rispondi

    La Svizzera non è perfetta perchè gli svizzeri, in quanto esseri umani, non sono perfetti. La società perfetta non esiste e non sarebbe perfetta neanche quella libertaria. L’imperfezione è insita nell’uomo. Chi ha cercato di realizzare società perfette a tavolino, ha innalzato il suo monumento su montagne di cadaveri. Ma pur nella sua imperfezione, in quanto a libertà e ad efficienza, la nazione elvetica è sempre decine di anni luce avanti alla maggioranza delle nazioni europee.

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Non mi parte ci siano “paletti invalicabili” in un sistema che consente di sottoporre a referendum scelte concernenti principi di libertà. Tutto è lasciato, come si diceva, al “bon sens”” del “pòpol”. E se a un certo punto il popolo perde il buon senso? Questo è il problema, il resto è chiacchiera.

  • Guglielmo Piombini
    Rispondi

    Mauro Gargaglione ha espresso anche il mio pensiero. Non credo che il mio articolo sulla Svizzera sia in contraddizione con quello di Giovanni Birindelli, anche perché è difficile non essere d’accordo con uno studioso così preparato e così logico nei suoi ragionamenti.

    So bene che quello della Svizzera non è un sistema ideale. Sta anche peggiorando sotto alcuni aspetti: sul segreto bancario, sulla politica monetaria, ecc.

    In teoria esistono dei modelli di società nettamente migliori, da un punto di vista libertario: la società anarco-capitalista descritta da Murray N. Rothbard, oppure il modello pluralistico proposto dai Liberi Comuni d’Italia.

    Ritengo tuttavia che per far avanzare la libertà non basta proporre dei modelli solamente teorici. Le persone hanno bisogno di vedere anche degli esempi concreti; non si convincono solo con le astrazioni.

    Occorre far sapere a quali risultati straordinari può portare anche solo un po’ di libertà in più. Per questo credo sia importante conoscere la lezione che può offrirci una società, come quella svizzera, decisamente più libera della nostra.

    • Giovanni Birindelli
      Rispondi

      Caro Guglielmo,

      grazie per il tuo commento. Dal mio punto di vista, ci sono molti modelli sociali possibili (ognuno con un grado e un tipo di coercizione diversi), tuttavia ci sono due soli possibili sistemi sociali.

      Il primo dei due soli possibili sistemi sociali è quello in cui la “legge” è la decisione arbitraria dell’autorità e quindi deriva da quest’ultima. Michael Oakeshott chiama questo sistema “telocratico” per sottolineare la natura collettivista di questo sistema, e cioè il fatto che in esso il potere politico illimitato viene usato in funzione di particolari fini (telos = fine, scopo) decisi da chi lo detiene e al raggiungimento dei quali tutti devono in qualche misura essere obbligati a dare il loro contributo. Io chiamo questo sistema “cratocentrico” per mettere in evidenza che il problema che abbiamo davanti è un problema di sistema di riferimento che coinvolge non alcuni concetti particolari, ma la prospettiva da cui si vedono tutti i concetti. In un sistema cratocentrico tutto orbita attorno alla “legge” fiat cioè alla decisione arbitraria dell’autorità e quindi al suo potere. Un sistema cratocentrico può essere comparato a uno geocentrico in cui tutto (Sole e pianeti) orbita attorno alla Terra.

      Il secondo dei due possibili sistemi sociali è quello in cui la Legge è il principio generale e astratto. Oakeshott chiama questo sistema “nomocratico” per sottolinearne la natura individualista: purché ciascuno agisca all’interno di regole generali di comportamento individuale valide per tutti allo stesso modo (la Legge, il nomos) ognuno è libero di perseguire i propri fini individuali. Io chiamo questo sistema “nonomcentrico” per enfatizzare il fatto che in esso non è la “legge” a derivare dall’autorità ma, al contrario, è l’autorità (e tutto il resto) a derivare dalla Legge, cioè a orbitare attorno a essa. In un sistema nomocentrico il centro attorno a cui tutto ruota è la Legge intesa come principio.

      Nonostante le note differenze metodologiche fra scienze sociali e scienza naturali, io credo che quella a cui ho fatto ricorso (cratocentrismo vs. nomocentrismo = geocentrismo vs. eliocentrismo) sia molto più di una metafora: credo che i sistemi di riferimento siano il punto in cui, su diversi piani, scienze sociali e scienze naturali si incontrano. Ma questo è un discorso complesso che richiederebbe un’analisi che non può essere fatta qui.

      Ora, come dicevo, esistono molti modelli cratocentrici (p. es. quello italiano, quello svizzero, quello della Corea del Nord), allo stesso modo in cui esistono molti modelli geocentrici (p. es. quello aristotelico, quello tolemaico, quello di Tycho Brahe, quello di Ursus e altri ancora). Alcuni di essi hanno livelli di arbitrarietà (e quindi di coercizione) inferiori rispetto ad altri: il modello di Tycho Brahe ha per esempio molta meno arbitrarietà di quello Tolemaico e quindi possiamo dire che esso sta a quest’ultimo come il modello svizzero sta a quello italiano. Tuttavia, rimangono entrambi modelli geocentrici. E se i nostri problemi derivano dal geocentrismo, finché cerchiamo una soluzione al suo interno noi quei problemi non li risolviamo. Sulla Luna noi ci siamo potuti andare non perché siamo passati da un modello geocentrico a un altro modello geocentrico che avesse minore arbitrarietà, ma perché qualcuno, andando contro tutti (al punto da essere imprigionato, osteggiato, vilipeso, deriso ecc.), ha avuto il coraggio di mettere in discussione il paradigma del geocentrismo e, non allontanandosi dal metodo scientifico (cioè ricercando sempre la coerenza astratta) ha puntato al modello eliocentrico e alla fine ha dimostrato che era vero (cosa che nelle scienze sociali è molto difficile se non impossibile da fare, ma è possibile trovare la coerenza astratta).

      Ho fatto ricorso a questa metafora astronomica per spiegarti perché, nonostante la grande stima reciproca (almeno da parte mia nei tuoi confronti) e il fatto che siamo entrambi schierati a difesa della libertà, le nostre posizioni su questo punto specifico (che ha carattere strategico) sono in effetti, dal mio punto di vista, in contraddizione: tu ricerchi minore coercizione all’interno del paradigma cratocentrico, io nel sistema nomocentrico che è incompatibile col primo.

      Dal mio punto di vista, non solo il sistema nomocentrico (con tutti i suoi possibili modelli e i suoi limiti) è l’unico dei due sistemi compatibile con la libertà, ma esso può generare un forte spinta attrattiva in quanto la Legge intesa come principio sta già dentro le persone, anche se coperta da tonnellate di positivismo giuridico: quindi le persone, per trovarla, non devono guardare fuori di loro, ma, se qualcuno le aiuta a togliere il cemento del positivismo che la copre, dentro di loro. Il passaggio da un sistema cratocentrico peggiore a uno migliore, invece, oltre che a non risolvere il problema, non crea alcuna spinta propulsiva: le persone in questo caso infatti dovrebbero trarre energia da qualcosa che sta fuori di loro, non dentro di loro.

      Con sincera stima e gratitudine per i tuoi bellissimi articoli,

      Giovanni

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Sono abbastanza vecchio da ricordare che a metà degli anni Sessanta del secolo scorso a proporre come modello ideale la Svizzera era l’allora segretario dell’austero e paludato PLI, Giovanni Malagodi: un galantuomo del buon tempo antico, un liberal-conservatore classico, non certo un libertario. Dopo mezzo secolo siamo ancora lì? Non è il caso, come diceva Solgenitsin, di togliere la polvere dai quadranti dei nostri orologi?

  • Pedante
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    Non mi piace questa idea hayekiana della legge quale “risultato di un processo spontaneo” (Azione umana, no?). Una legge per essere tale deve essere codificata e fatta rispettare da qualcuno, implicando volontà e forza. Le convenzioni sociali non sono leggi pur condizionando il comportamento dei membri di una collettività.

  • Giacomo Consalez
    Rispondi

    l’italia è il luogo in cui la legge ha trionfato incontrastata sulla libera deliberazione da parte dei cittadini. Lo stato si è fatto forte della legge per rinchiudersi nel proprio fortililizio di assoluta autoreferenzialità, in strenua difesa dell’abuso di potere eletto a sistema. In italia la facoltà dei cittadini di modificare la legge è semplicemente negata dallo stato sovrano. La democrazia diretta, specie se adottata a livello locale, rappresenta il migliore, seppur doloroso, compromesso tra i diritti naturali degli individui e il fatto che questi occupano un territorio ristretto, utilizzando risorse vitali e limitanti, e facendo ricadere le conseguenze del proprio agire su tutta la collettività che lo abita.

  • alessandro vitale
    Rispondi

    Naturalmente Piombini non ha cercato di descrivere il Paradiso terrestre, ma un Paese esistente ben diverso dall’Italia. Questo non è sufficiente, ma è un argomento fortissimo per chi è scettico sulla possibilità di creare Paesi differenti.
    Attenzione poi al termine “decentralizzazione”, che non ha niente a che fare con una struttura federale. Quest’ultima contiene in sè, a differenza del primo, i limiti al potere, che non sono contenuti nemmeno nell’ottimistica concezione hayekiana della legge come “principio astratto e generale”… Naturalmente la Svizzera deve recuperare gli strumenti del federalismo che ha perduto con il compromesso che ha fatto nel 1848 con lo Stato moderno (cosa che invece era impossibile ad es. per l’Hansa germanica e dell’Europa settentrionale, in quanto incompatibile con quest’ultimo). In ogni caso l’rticolo di Piombini rimane molto importante.

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      Grazie Alessandro

    • Guglielmo Piombini
      Rispondi

      Grazie Alessandro. Il parere di un grande esperto di federalismo come te è importante.

  • eridanio
    Rispondi

    la cosa più difficile è comprendere, scoprendolo con stupore, che la violenza o la minaccia di violenza NON siano necessarie alla vita ed all’armonioso sviluppo spontaneo della cooperazione sociale.
    Si fa prima a promettere il paradiso in cambio di costumi miti che spiegandolo in altri termini civili e non trascendentali. Se prometti il paradiso qualcuno ti crede. Questo non accade se invece spieghi che è dimostrabile (in assenza di violenza o minaccia di violenza) che l’uomo abbia la sraordinaria capacità di darsi conto di quello che lo circonda; che sia in grado di addomesticare e ridurre l’incertezza della sua condizione biologica con conoscienza nuova, originale ed efficace al margine di una situazione disperata di base.
    Non ci sarebbe paradiso in terra migliore e tra l’altro non sarebbe il caso di scomodare nessun essere ultra terreno. Questo non sarebbe nemmeno in contrasto con la personale visione del mistico e di quell’ordine superiore che per scelta ci avrebbe dotati del libero arbitrio.
    Nulla osta ad un credente di accettare una spiegazione umana alla nostra condizione mantenendo una dimensione personale e comunitaria di fede nel ultaumano.
    Certo sarebbe tutta da ridere vedere lo sbigottimento di Peppone nel doversi ingentilire ed addomesticare un’anima tanto quanto lo stordimento di Don Camillo nel dover prendere atto che il messaggio di amore e carità fosse valido a prescinedere dall’ incarico ricevuto dal Principale.

    Con tutto il rispetto e la convinzione che la visione nomocentrica é (con tutti i limiti ed i difetti delle umane creazioni) l’unica compatibile con la tendenza dell’evoluzione della cooperazione sociale nel “verso”; la “direzione” si accomodi ad intercettare la prossimità di più anime (in carne ed ossa :-) ) possibili.

    In fondo una visione nomocentrica che non agguanti consenso concreto è tremendamente inutile anche se verissima. (Peggio..si può perdere e dimenticare).

    La mia è una visione convinta che ha il difetto del migliorismo.

    Si può pensarla diversamente anche facendo la stessa strada e condividendo i principi di fondo. L’importante in itere è ingrossare le fila.

    Grazie a tutti

  • Pedante
    Rispondi

    http://www.goldfranc.org/it/l-iniziativa-monete-d-oro-svizzeri

    Non c’è possibilità di una società libera quando sono i banchieri e i politici a controllare la moneta. Spero che un sistema monetario parallelo e privato possa un giorno essere la via di uscita dal dominio dagli gnomi.

  • Pedante
    Rispondi

    Al commento di Sigismondo di Treviri aggiungerei che ogni società possiede le sue distinte imperfezioni, cioé delle caratteristiche di gruppo. Posso ammirare la feroce indipendenza del popolo afgano, altra zona montagnosa, ma niente riesce a convincermi che l’Afganistan possa diventare mai una Svizzera, neache se bombardassimo il paese di Man, Economy and State invece di TNT.

  • eridanio
    Rispondi

    la libertà parte da dentro e non da fuori, la si offre perchè venga percepita la convenienza di ricambiarla.
    Da dentro per valutazione individuale e conveniente come osservazione libera e volontaria.
    L’esperienza individuale non è esportabile se non attraverso la comunicatività del dono fatto nel proprio interesse senza violentare il prossimo, ma per invitarlo allo scambio.
    Se l’Afganistan debba diventare qualcosa non è affare di nessuno. Ma proprio di nessuno. Ne per pietà, ne per amore, ne per diritto.
    Solo chi è libero riesce a “conquistare”, direi meglio, contagiare altri. In difetto quel che si propaga è il giogo. Che queste forche siano più o meno dolci non è rilevante.
    Tutto va applicato con proporzionalità e sensibilità estraibile solo dal contesto. Se volessi farti un dono ed avessi il sospetto che tu voglia tagliare la mano che te lo porge, non rileva qualsiasi ragione, preventivamente mi asterrei dal porgerti qualcosa. Riproverò più tardi perchè so che dallo scambio, presto o tardi, non potrai esimerti. Se la cosa dovesse prendere molto tempo, lascerei memoria dello stato dei fatti, inviterei chi venisse poi a non dimenticarsi le ragioni della convenienza della pacifica collaborazione.

  • Pedante
    Rispondi

    @ eridanio:
    Pur riconoscendo la produttività della pacifica collaborazione, da Adamo in poi bisogna confrontare il fatto che il male è parte integrante dell’uomo e che la scarsità delle risorse non fa che lo acutizzarlo.

    Certo che l’Afganistan va lasciato in pace (pure da campagne mirate a esportare i valori occidentali).

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