In Economia, Libertarismo

Immagineaabdi PASQUALE MARINELLI*

Non sono solito scrivere post sul mio blog per commentare gli articoli altrui. Ho sempre preferito usare il mio blog per divulgare i miei studi e le mie opinioni sull’attualità economica; al massimo l’ho usato per fare critica economica (non giornalistica) sugli scritti di altri blogger di economia.

Ma in questo caso farò uno strappo alla regola, visto che l’inconsistenza di quanto sto per segnalarvi non mi permette di fare di più.

Non ho potuto sottrarmi dal leggere questo post dal titolo “Un dibattito mancato e la cosiddetta teoria austriaca”, e di esprimere con queste due righe cosa ne penso (anche se avrei tanto voluto evitare di fare entrambe le cose), visto che a chiedermi ciò sono stati alcuni lettori del blog.

Ebbene, l’autore di questo articolo afferma che la scuola economica austriaca, quella che è per il minor interventismo dello stato nella vita delle persone e contraria alle banche centrali, non esisterebbe. Ad esistere sarebbero solo le sue idee.

Contrariamente a quanto questo signore dice nel suo post, la Teoria della Scuola Austriaca esiste eccome! Egli cerca di smontarne i cardini riferendosi ad un estratto a portata di click ripreso da Wikipedia (???), quando in realtà, da ricercatore economista quale egli sarebbe, circa la scuola austriaca mi sarei aspettato argomentazioni riferite direttamente a contenuti ripresi dalla vastissima antologia di questo secolare pensiero economico, costituita da saggi e trattati economici, scritti da economisti illustri come Menger, von Bohm-Bawerk, von Mises, Rothbard, Hazlitt, de Soto, solo per citarne alcuni, spesso anche da premi Nobel per l’economia del calibro di von Hayek.

A lasciarsi ispirare dalle teorie austriache ci sono stati politici come Margaret Tatcher e Ronald Reagan. Di politici contemporanei, l’unico degno di menzione è per me l’americano Ron Paul, membro attuale della Camera dei Rappresentanti. Troppo pochi, purtroppo!

Lo so, leggere i trattati degli economisti su elencati non è veloce e semplice come leggere un sunto su Wikipedia o divertente come leggere le divulgazioni dei signoraggisti e dei signori della teoria delle scie chimiche, o quelle della MMT, standosene comodamente seduti sotto l’ombrellone.

Leggere gli scritti economici dei personaggi di cui sopra richiede dedizione e concentrazione tali da impegnare molto tempo, energie e studio per la loro comprensione. Forse l’autore economista del post in oggetto non ha tempo, voglia o forse chissà cos’altro gli mancherebbe per ridursi a “studiare”, per poi scrivere, semplicemente documentandosi da Wikipedia.

Ritengo che il problema non sia tanto il fatto se la Scuola Austriaca esista o meno. Vorreste vedere che non basterebbero a dimostrare la sua esistenza tutto quanto ci è stato lasciato in eredità dai suoi fondatori economisti (li ho citati prima), dai suoi padri intellettuali (fra i quali vi sono filosofi come George, Locke, Bastiat, Hoppe, ecc.) e i loro tantissimi divulgatori, iniziando dagli illustri Gary North e Philipp Bagus, fino ad arrivare ai tanti autori di testi divulgativi e blogger italiani, dei quali ne cito solo alcuni, senza pretesa di esaurimento,  www.vonmises.it, www.usemlab.com, www.movimentolibertario.com, www.johnnycloaca.blogspot.it,  www.rischiocalcolato.com, compreso (permettetemi) questo mio personale e modestissimo blog di economia?

Il problema di fondo, infatti, consiste nel fatto che ad esistere ancora siano proprio quelle teorie diffuse di economia di cui l’autore del post ne parla a favore (quella keynesiana e neo-keynesiana, per intenderci), le quali, da decenni, procurano ai più conseguenze economiche negative, che la scuola austriaca ha studiato e da sempre denunciato, spiegato e dettagliatamente dimostrato.

Trovo ridicola la “supercazzola” usata dall’autore del post per dire che una secolare scuola di pensiero addirittura non esisterebbe. E quale sarebbe la “geniale” dimostrazione? Sarebbe quelle secondo cui, considerato che, tutto ciò che c’è di buono (per lui) della teoria austriaca già sarebbe presente nella teoria diffusa, mentre ciò che di non buono c’è (sempre per lui) nella teoria austriaca sarebbe stato scartato dalla teoria diffusa, allora la scuola austriaca non esisterebbe.

Una “supercazzola” questa, impropriamente promossa dall’autore nella sfera dell’ontologia, che è senza alcun senso oggettivo. A questo punto, utilizzando lo stesso ragionamento puerile dell’autore, si potrebbe anche dire che nemmeno la scuola economica di Chicago esisterebbe, in quanto ciò che c’è di buono in essa è già presente nella teoria austriaca e ciò che di non buono c’è in quel pensiero è stato rifiutato dalla scuola austriaca; quando in realtà la scuola di Chicago esiste tanto quanto esiste quella austriaca o quella keynesiana.

In pratica, l’autore pare proprio dire a chi legge il suo articolo che, o la si pensa come dice lui, oppure il pensiero diverso dal suo non esiste. E’ assurda come argomentazione. Soprattutto se ad asserirla fosse un ricercatore.

Dopo aver faticosamente letto (lo ammetto) il lunghissimo post ad oggetto, mi chiedo solo queste due cose: se non si è d’accordo con una scuola di pensiero, non si fa prima e migliore figura se si dice semplicemente che non si è d’accordo con essa, punto e basta? Se si conosce solo da Wikipedia ciò di cui si scrive, non sarebbe il caso di non perdere la ghiotta occasione di starsene zitti?.

*Articolo tratto da http://www.pasqualemarinelli.com

 

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Showing 4 comments
  • fabrizio
    Rispondi

    Penso che il professore “giullare”si sta rendendo conto che le sue teorie hanno fallito e questo lo rende nervoso.

  • saldisaldi
    Rispondi

    Sicuramente sono stati degli artefici del laissez faire, ma dire che Reagan e la Tatcher si sono ispirati alla scuola economica di Vienna mi sembra un’affermazione un pò azzardata.

    • Pedante
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      Reagan e Thatcher di liberali avevano solo la retorica.

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Credo che le supply side economics cui si ispirò Reagan non siano propriamente riconducibili alla scuola austriaca. Rothbard fu duramente critico con la politica reaganiana, che con le spese militari aveva enormemente gonfiato il debito pubblico. Anche la politica economica della Thatcher mi pare improntata, piuttosto che agli austriaci, alla scuola di Chicago, come dimostra il fatto che sia tanto esaltata dal nostro Antonio Martino, che è stato discepolo di Milton Friedman.

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