In Anti & Politica, Economia

CESOIEFORBICIDI MATTEO CORSINI

“In positivo, quel divorzio provocò l’abolizione della scala mobile, raffreddò di poco l’inflazione e rafforzò l’autonomia della Banca d’Italia. Ma non giovò affatto al bilancio dello Stato. E il debito pubblico, che nel 1980 era pari al 57,7% del pil, salì al 124,3% nel 1994. Pochi dati documentano quella svolta: la spesa pubblica, al netto degli interessi, era pari al 42,1% del pil nel 1984 e dieci anni dopo (sempre al netto degli interessi) era salita appena al 42,9%, in linea con il resto d’Europa. Gli 80 punti in più accumulati in soli dieci anni (fino al 124,3% del pil) erano dovuti alla maggiore spesa per interessi, che cresceva a un ritmo tra l’8 e l’11% l’anno. Dunque, come gli economisti keynesiani sostengono da tempo, il divorzio Tesoro-Bankitalia si rivelò un grave errore di politica economica, di cui continuiamo a pagare le conseguenze”. (T. Oldani)

Commentando su MF l’annuncio del quantitative easing da parte della Bce, Tino Oldani sostiene che essendo la Banca d’Italia destinata a comprare per lo più titoli di Stato italiani, verrà quasi fatta marcia indietro rispetto al divorzio tra Tesoro e banca centrale voluto nel 1981 da Beniamino Andreatta (che, contrariamente a quanto potrebbe sembrare leggendo Oldani, non era un antikeynesiano!).

Oldani ne approfitta, quindi, per fornire una lettura critica del divorzio. In primo luogo credo che sia corretto, quando si vuole commentare l’andamento di alcune serie storiche, prendere come riferimento lo stesso lasso temporale. Secondo i dati forniti dall’Istat, la spesa pubblica al netto degli interessi nel 1980 era pari al 36,9% del Pil. Questo significa che, in ogni caso, la spesa pubblica in rapporto al Pil è aumentata di 6 punti percentuali dal divorzio al 1994.

Che, poi, a seguito della mancata monetizzazione esplicita del debito pubblico da parte della Banca d’Italia vi sia stato un aumento della spesa per interessi, ciò era inevitabile. Il divorzio aveva lo scopo di consentire alla Banca d’Italia di poter controllare (usiamo questo eufemismo) l’offerta di moneta, cosa che non poteva avvenire finché era obbligata a finanziare direttamente il Tesoro, nonché a porre un freno alla spesa pubblica.

E’ evidente che il contenimento della spesa pubblica non c’è stato. Ma, a differenza di quanto sostengono i keynesiani (per la verità non tutti), l’errore non fu il divorzio, bensì il continuare a spendere e spandere da parte dei governi dell’epoca. Senza, peraltro, che l’opposizione dell’epoca auspicasse un contenimento della spesa stessa.

E’ appena il caso di ricordare che nei venti anni successivi le cose non sono certo migliorate e la spesa pubblica, sempre al netto degli interessi, è aumentata di altri 5 punti abbondanti di Pil. Quello che nel frattempo è cambiato è stato l’aumento della pressione fiscale perseguito da governi di ogni colore per rincorrere con le entrate una spesa che non si è mai voluta tagliare.

E’ dei mancati tagli di spesa che continuiamo a pagare le conseguenze, non del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia.

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