In Anti & Politica, Economia

HENRYGeorgeDI MATTEO CORSINI

“Per combattere la disuguaglianza nella ricchezza, ciò di cui abbiamo realmente bisogno non è redistribuire redditi dalle imprese, ma dai proprietari terrieri. Come si può fare? Consentire di costruire di più nelle aree urbane sarebbe un buon punto di partenza. Ma la vera arma è la tassa di Henry George, o tassa sul valore dei terreni. E’ simile a una tassa sulla proprietà, ma tassa solo il valore dei terreni, non il valore delle strutture costruite sui terreni stessi. Incoraggia un uso efficiente dei terreni ed è il modo più efficiente per redistribuire ricchezza”. (N. Smith)

Come è noto, il libro che si occupa di economia che ha avuto più risonanza nei media nel corso del 2014 è “Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty. La tesi contenuta in quel libro è che il tasso di rendimento del capitale è superiore a quello di crescita del Pil, il che porterebbe a un progressivo aumento della diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza a favore dei proprietari di capitale. Per ovviare a tutto ciò, Piketty ipotizza il massiccio ricorso alla scure fiscale a fini redistributivi, togliendo al capitale per dare al lavoro (mi si passi l’estrema semplificazione).

Noah Smith si dice in disaccordo con Piketty, quanto meno su come “combattere la disuguaglianza nella ricchezza”. A suo parere, “il modo più efficiente per redistribuire ricchezza” è “la tassa di Henry George”, dal nome del suo proponente. Si tratta di una imposta (che nella proposta di George dovrebbe essere unica) che colpisce la rendita dei terreni, con la modica aliquota del 100 per cento. Di fatto sarebbe un modo indiretto per espropriare i proprietari.

Chi sostiene la tassa unica georgista lo fa per motivi economici, per motivi morali, o per entrambi. Dal punto di vista economico, il presupposto sarebbe che il semplice fatto di essere proprietari di un terreno non comporta lo svolgimento di alcun servizio produttivo, pertanto non sarebbe giustificata la percezione di rendite. Dal punto di vista morale, l’argomento principale consiste nel ritenere ingiusto che qualche individuo sia proprietario di beni considerati doni di Dio, pertanto beni di tutti.

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Smith vorrebbe introdurre la tassa di Henry George in quanto la ritiene “il modo più efficiente per redistribuire ricchezza”, quindi si ferma al punto di vista economico.

In realtà ogni distribuzione di ricchezza non derivante da scambi volontari ha controindicazioni sia dal punto di vista dell’efficienza economica (la storia insegna che il mercato alloca le risorse in modo più efficiente dello Stato), sia con riferimento all’equità, non essendo equo né giusto aggredire la proprietà di Tizio per beneficiare Caio.

Murray Rothbard si occupò a più riprese di mettere in evidenza i limiti tanto economici quanto morali del georgismo (su tutti segnalo “The Single Tax: Economic and Moral Implications” e “A Reply to Georgist Criticism”, disponibili su mises.org).

Credo che a Smith non avrebbe fatto male a leggere anche Rothbard prima di scrivere quel pezzo.

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Comments
  • Albert Nextein
    Rispondi

    Io ritengo che la scure potrebbe esser proficuamente usata nei confronti di quei cretini che perorano una tassa del genere.

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