In Anti & Politica, Economia

codice_fiscaleDI MATTEO CORSINI

“L’Italia ha bisogno di più propensione al rischio nel senso sano del termine, in modo che maggiori risorse confluiscano verso l’economia reale”. (P. C. Padoan)

Questo ha dichiarato il ministro dell’Economia, intervenendo al Salone del risparmio, organizzato da Assogestioni.

Aperta parentesi. Come tutte le associazioni di categoria, anche Assogestioni, pur lamentandosi nei confronti del governo per il (bis)trattamento fiscale del risparmio, non riesce a far altro che assumere nei confronti del potere atteggiamenti che a me sembrano da accattoni. E’ evidente che questi signori ritengano controproducente (quanto meno per i loro interessi, non direi per quelli dei risparmiatori) avere un atteggiamento meno servile nei confronti dello Stato, ma a mio parere invitare e riverire il ministro dell’Economia chiedendo solo sommessamente di inveire meno sul risparmio è come se l’Avis invitasse come ospite d’onore Dracula nella (vana) speranza che costui riducesse il consumo di sangue altrui. Chiusa parentesi.

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Quanto alle parole di Padoan, mi limito a ricordare che uno dei primi provvedimenti del governo di cui fa parte è stato aumentare dal 20 al 26 per cento l’aliquota dell’imposta sostitutiva sui redditi di capitale e sui redditi diversi di natura finanziaria, fatta eccezione per i titoli di Stato, tassati al 12.5 per cento. Ricordo anche che nell’ultima legge si Stabilità – quella per la quale Renzi ancora oggi va in giro dicendo spudoratamente che ha ridotto le tasse – è stata aumentata dall’11.5 al 20 per cento (tra l’altro in modo retroattivo per tutto il 2014) la tassazione sui redditi maturati annualmente dai fondi pensione e dalle altre forme di previdenza complementare. Addirittura gli investimenti delle Casse professionali sono tassati al 26 per cento. Anche in questo caso con l’eccezione dei titoli di Stato, per i quali l’aliquota resta pari a 12.5 per cento.

Unica concessione, un credito di imposta, peraltro assai limitato nell’ammontare massimo annuo disponibile (80 milioni in tutto), ottenibile con un percorso a ostacoli degno della burocrazia italiana e solo investendo in progetti stabiliti dal MEF.

Un modo quanto meno controintuitivo, anche sorvolando sulla immancabile nota dirigista dell’elenco degli investimenti “meritevoli” stabilito dal MEF, per far sì che maggiori risorse confluiscano verso l’economia reale.

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