In Anti & Politica, Economia

fjbwejfijdwq412DI MATTEO CORSINI

“I ruling fiscali non sono di per sé illegali. Sono un utile strumento di tassazione per dare alle imprese la certezza di cui hanno bisogno per la loro pianificazione finanziaria. Il problema risiede nella loro opacità e nella discriminazione che talvolta creano all’interno del mercato unico. Troppo spesso i Paesi non sono a conoscenza dei ruling fiscali emanati dalle autorità fiscali di altri Stati membri della Ue, anche se questi possono avere un impatto diretto sulle loro entrate fiscali. In un mercato unico della Ue in cui contano l’efficienza economica e l’equità sociale, questo tipo di concorrenza fiscale sleale è inaccettabile”. (P. Moscovici)

Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane, chiede trasparenza negli accordi più o meno sottobanco che taluni Stati dell’Unione europea fanno con le grandi imprese per concordare preventivamente il carico fiscale (mi si conceda la semplificazione).

Proprio l’attuale presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, già primo ministro del Lussemburgo ininterrottamente per quasi 19 anni (alla faccia di Andreotti!), ha una discreta esperienza in fatto di ruling fiscali.

Che un’impresa cerchi di minimizzare il carico fiscale e, possibilmente contare su una certa stabilità dell’obolo da pagare, a me sembra più che comprensibile.

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Meno comprensibile mi sembra la frequente lamentela in merito a una presunta concorrenza sleale praticata da quegli Stati che fanno accordi con le grandi imprese senza sventolare ai quattro venti i contenuti di tali accordi. Dietro a lamentazioni di questo genere ci sono solitamente ministri delle finanze le cui casse erariali sono perennemente bisognose di denaro, nonostante pressioni fiscali già elevate, perché non vi è la volontà di ridurre la spesa pubblica, a sua volta elevata.

Dietro a formule di rito come “equità fiscale” e “concorrenza fiscale più equa” c’è il vero obiettivo di armonizzare non già la definizione delle basi imponibili (finto obiettivo), bensì le aliquote e, di conseguenza, la quota di ricchezza assorbita (e solo in parte redistribuita) dallo Stato. Ben difficilmente ciò potrebbe avvenire con un livellamento verso il basso, data la già menzionata mancanza di volontà di ridurre la spesa pubblica, anche quando supera la metà del Pil.

Per questo credo sia bene leggere con preoccupazione dichiarazioni come quelle di Moscovici (non casualmente un socialista).

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