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mercatoDI MATTEO CORSINI

“Ci sono certamente un sacco di cose che non capiamo della macroeconomia e delle sue “strutture”. Gli imperi declinano, le età dell’oro finiscono. Ma ciò non dovrebbe scoraggiarci dal tentare politiche economiche risolutive. Se il declino è inevitabile, che sia, ma non c’è motivo per non fare il nostro meglio per prevenirlo”. (N. Smith)

Molti economisti ritengono che sia loro compito suggerire a chi governa cosa fare per ottenere i risultati desiderati. In linea di massima si tratta sempre di avere un’economia in crescita (intendendo con ciò la crescita del Pil) e una bassa disoccupazione. Alcuni aggiungono anche una certa distribuzione della ricchezza.

La maggior parte di quegli economisti trova mille difetti nel mercato, molto probabilmente senza aver voluto accettare l’idea che il mercato non è un’entità a sé stante, bensì l’insieme di relazioni e scambi volontari posti in essere da una moltitudine di soggetti. Generalmente quegli economisti definiscono “fallimento del mercato” una situazione in cui la domanda e/o l’offerta (che altro non sono che le azioni poste in essere dalla moltitudine di soggetti di cui sopra) non si comportano come essi vorrebbero. E ovviamente hanno le loro ricette per ovviare a quel “fallimento”.

Noah Smith è evidentemente uno di essi. Pur ammettendo che “ci sono certamente un sacco di cose che non capiamo della macroeconomia e delle sue “strutture”, il che lascia intendere che ammetta anche che gli interventi suggeriti ai governi potrebbero non essere risolutivi o addirittura peggiorare le cose, ritiene che l’astenersi dal consigliare interventi ai governi o consigliare ai governi di astenersi dall’intervenire non siano opzioni accettabili.

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Quindi se un intervento non funziona, se ne deve provare un altro, procedendo per tentativi. Questo è un principio che ha certamente senso se si fanno esperimenti in laboratorio o si devono risolvere problemi inerenti la produzione di un bene o servizio. Ma adottare lo stesso approccio quando in ballo ci sono lo Stato e i cittadini non è la stessa cosa, dato che questi ultimi sono obbligati a sottoporsi agli esperimenti statali, pagandone pure le conseguenze.

Sarebbe molto meglio che lo Stato non intervenisse, perché l’interventismo, di intervento in intervento, conduce prima o poi al socialismo, come sosteneva Mises. Quanto meno, sarebbe bene che constatando l’inefficacia o, peggio, la dannosità di un intervento, lo Stato si astenesse dall’intervenire ancora.

Ovviamente ogni governo preferisce economisti alla Smith. Come stupirsene.

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Showing 4 comments
  • Albert Nextein
    Rispondi

    Questo smith fa a gara con krugman, quanto ad ottusità e pregiudizio.

  • Fabio
    Rispondi

    sarebbe bene, addirittura auspicabile, se lo facessero coi soldi propri, rischiando i loro risparmi, sacrifici, notti insonni, preoccupazioni, la loro stessa casa.

    Ma quando ce li freghi! questi infami sono bravissimi… es a pagarne le malefatte sono gli altri.

  • Fabio
    Rispondi

    … se a pagarne..

  • charlybrown
    Rispondi

    “Quindi se un intervento non funziona, se ne deve provare un altro, procedendo per tentativi”

    Gli interventi funzionano sempre, visto che il loro vero scopo è, appunto, condurre prima o poi al socialismo.
    Con un bonus geniale, aver convinto la gente che vive in una società capitalista.

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