In Anti & Politica

j2di GIOVANNI BIRINDELLI

È stato recentemente rilanciato con entusiasmo, anche da ambienti sinceramente favorevoli alla libertà e ostili allo statalismo, un intervento di Panebianco a proposito di Keynes vs. Scuola Austriaca/statalismo vs. libero mercato.

Ora, che Panebianco dica quello che dice non mi stupisce. Tuttavia non riesco a non stupirmi del fatto che ci sia ancora qualcuno, fra coloro che hanno letto gli autori coerentemente libertari, che confonde il collettivismo strisciante di Panebianco con una difesa del libero mercato.

Lasciamo perdere il fatto che all’inizio dell’intervento Panebianco sembra annoverare gli austriaci fra i neoclassici (!?!). Gli perdoniamo questo fatto a) perché riconosce lui stesso di non capire nulla di economia (per questo ne discetta) e b) perché più tardi parla di ‘tre gruppi e non due’ (anche qui sbagliando, in quanto trascura quanto meno i monetaristi, ma appunto lasciamo perdere).

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In quanto segue mi scuso per le evidenziazioni in maiuscolo ma Facebook non consente il corsivo. Panebianco dice: “Quali che fossero i DANNI prodotti dai FALLIMENTI DEL MERCATO, i fallimenti dello stato POTEVANO essere più gravi. Questo era il nodo vero”

In primo luogo, i fallimenti del mercato NON ESISTONO. Questo non vuol dire che il libero mercato produca l’Eden. Vuol dire che il libero mercato è quel processo (peraltro autocorrettivo) che è in grado di utilizzare al meglio, all’interno della Legge intesa come principio, le conoscenze, le capacità e le energie che sono disperse fra i diversi individui e che nessuna mente direttrice può possedere.

Il fatto che uno abbia i mezzi migliori per scalare una montagna e che li usi al meglio possibile, data la situazione, non vuol dire che se non raggiunge la vetta (che peraltro al di fuori della metafora è un concetto che non ha senso) sta fallendo e sta producendo “danni”.

Hayek parlò di qualcosa che poteva essere ricondotto ai cosiddetti ‘fallimenti del mercato’ quando espresse il suo pensiero a favore della produzione, da parte dello stato, di alcuni ‘beni pubblici’. L’incoerenza di questa sua posizione (e di altre ancora) col resto delle sue stesse posizioni di fondo a favore del libero mercato e della sovranità della Legge intesa come principio è nota e immediatamente evidente (peraltro è stata definitivamente dimostrata da Rothbard e più recentemente ricordata da Salin, Cubeddu e altri).

Parlare di ‘fallimenti del mercato’ di per sé vuol dire non aver capito cos’è il mercato. Quindi il confronto non è fra i presunti ‘fallimenti del mercato’ e i fallimenti dello stato, ma fra la capacità creativa del mercato e i successi dello stato nel distruggerla. In secondo luogo, e di conseguenza, l’inferiorità dello stato rispetto al mercato non è una “possibilità” (come Panebianco mette in bocca a Mises oltre che a Hayek) ma una NECESSITA’ LOGICA.

E quello che caratterizza la Scuola Austriaca di economia e che Mises, Hayek (nonostante le sue contraddizioni) e Rothbard hanno messo in evidenza, è proprio la necessità del fatto che, a causa di problemi legati all’uso della conoscenza nella società, in particolare relativamente al valore economico e alla formazione dei prezzi, il mercato è economicamente (oltre che moralmente) non tanto superiore quanto opposto allo stato; il primo crea valore economico, l’altro necessariamente lo distrugge.

Panebianco dice: “gli austriaci sostenevano che l’allocazione delle risorse POTESSE essere MOLTO PIU’ DISTORTA da interventi della mano pubblica rispetto a un mercato… eh…”. A parte il discorso sulla differenza fra possibilità e necessità, già discusso, gli austriaci, correttamente, NON HANNO MAI SOSTENUTO che il mercato DISTORCA ALCUNCHE’.

Stampando denaro, fissando un tasso d’interesse arbitrariamente basso, monopolizzando la moneta, tassando, regolamentando il commercio, fissando i salari minimi, impedendo a Uber Pop di lavorare, ecc. LO STATO distorce la struttura produttiva.

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L’unica cosa che fa il mercato, attraverso la crisi, è quella di CORREGGERE queste distorsioni. Panebianco dice: “Il rimprovero mosso a Keynes è quello di avere aperto un’autostrada, di aver legittimato o di non aver introdotto sufficienti OSTACOLI alla legittimazione dell’USO PER FINI POLITICI DELLA SPESA PUBBLICA. Questo è il vero rimprovero che è stato fatto a Keynes”.

Non esiste logicamente una spesa pubblica che non avvenga per fini politici. Quindi se si vuole ostacolare la spesa pubblica per fini politici occorre necessariamente impedire la spesa pubblica. La ‘terza via’ suggerita implicitamente da Panebianco non solo in questo intervento ma anche nei suoi articoli, non esiste logicamente: è una contraddizione in termini.

È il modo migliore che gli statalisti che non hanno l’onestà intellettuale di ammettere che sono tali hanno per sembrare ‘liberali’. È il vero ostacolo culturale e intellettuale da superare se vogliamo fare passi avanti nella direzione di una maggiore libertà e prosperità economicamente ed eticamente sostenibili

Angelo Panebianco imperdibile. Keynes ha legittimato l’uso a fini politici della spesa pubblica, ovvero il capitalismo clientelare. Se c’è stata, e sottolineo se, una così detta rivoluzione liberista in Inghilterra e Stati Uniti, di sicuro in Italia questa non si è mai vista..

Pubblicato da Quinto Leprai su Venerdì 26 febbraio 2016

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  • Mauro Gargaglione
    Rispondi

    Come sempre Giovanni Birindelli fa pensare.

    Effettivamente l’espressione “fallimenti del mercato” è assimilabile a “fallimenti dell’evoluzione”. L’evoluzione non fallisce mai proprio perchè è una forza che trova sempre l’adattamento al cambio di condizioni ambientali al contorno, e lo fa attraverso la sperimentazione continua.

    Se l’evoluzione fallisse non ci sarebbe vita biologica sul pianeta. Mutazioni andate a male, analogamente a iniziative economiche andate a male, sono indice che il processo “funziona”, non che è fallimentare.

    La differenza fondamentale tra i due processi è l’arco di misurazione temporale, miliardi di anni di evoluzione contro una manciata di decenni nel caso di economia di mercato, che è un processo che riguarda l’Uomo, unica specie sulla Terra che produce e scambia.

    Nè vale l’obiezione che con le tecnologie moderne noi si sia in grado di manipolare i geni, infatti anche la manipolazione genetica è un derivato dell’intelligenza umana che è una caratteristica naturale.

    Ma torniamo al mercato. Il mercato non può fallire perchè è un processo naturale che è il prodotto delle relazioni tra le persone. Nelle relazioni tra cavalli o gorilla il mercato non nasce. Anche l’aggressività e la violenza sono connaturate all’animo umano ma queste possiamo riscontrarle anche nei cavalli e nei gorilla. Il fatto è che la “quantità media” di violenza negli animali è regolata dall’evoluzione ed è funzionale all’adattamento della specie.

    Al contrario l’aggressività e la violenza dell’essere umano, unica specie in grado di manipolare la natura per i suoi bisogni, devono essere regolate da qualcos’altro che non sia unicamente la soddisfazione ad essere riusciti ad accoppiarsi o aver trovato un pascolo erboso.

    Io penso che questo qualcosa sia l’istinto a produrre e a scambiare coi propri simili perchè “è così che siamo fatti”. Cioè il mercato. La vera violenza contro natura quindi è quella che cerca di opporsi a un processo (o a comprimerlo), emerso proprio come il miglior regolatore di conflitti che si possa immaginare. Molto più di qualunque credo religioso o filosofico.

    D’altro canto la violenza (individuale e organizzata) esercitata a proteggere la libertà di produzione e scambio, è l’unico tipo di violenza sana e necessaria, perchè è paragonabile all’aggressione alle minacce da parte del sistema immunitario che mantiene sano l’organismo.

    I violenti nazicomunisti che hanno impedito al Professor Panebianco di tenere lezione, sono figli della cultura che considera il mercato una fonte di fallimenti. C’è solo una differenza di misura tra le due posizioni, la loro cultura non lo vuole del tutto, quella di Panebianco lo immagina più o meno controllato dallo Stato. E sono entrambe culture contro natura.

  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    Grazie Mauro per il bel commento.

    Concordo con la sostanza di quello che hai scritto. Su due punti non sono perfettamente d’accordo o avrei espresso la cosa con altre parole.

    1. Tu scrivi che “Il mercato è un processo naturale”. Io tendo a vedere il mercato come ordine spontaneo, cioè un processo realizzato dalle azioni e interazioni delle persone ma dal disegno di nessuno. Un processo naturale, al contrario, è per esempio quello dell’espansione dell’universo: qui l’uomo non gioca alcun ruolo, né a livello di azione né a livello di progettazione. Le scienze sociali (per esempio l’economia) studiano i processi sociali, non quelli naturali. Le scienze naturali studiano invece i processi naturali. Anche assumendo che la Legge non sia essa stessa un ordine spontaneo (come io invece tendo a vederla) ma un ordine naturale, il processo realizzato dalle azioni e interazioni delle persone all’interno dei limiti della Legge (naturale) rimane comunque un ordine spontaneo, non un ordine naturale. E questa è una cosa abbastanza pacifica anche fra i giusnaturalisti.

    2. Quando tu scrivi “Al contrario l’aggressività e la violenza dell’essere umano, unica specie in grado di manipolare la natura per i suoi bisogni, devono essere regolate da qualcos’altro che non sia unicamente la soddisfazione ad essere riusciti ad accoppiarsi o aver trovato un pascolo erboso. Io penso che questo qualcosa sia l’istinto a produrre e a scambiare coi propri simili perchè “è così che siamo fatti”. Cioè il mercato.” Per quanto riguarda la seconda parte di questo passaggio, io la vedo in modo leggermente diverso (ma può essere solo una questione di termini). La limitazione della violenza dell’essere umano deriva dalla Legge, che io appunto vedo come quel processo spontaneo che, attraverso fasi successive (una versione convincente delle quali, io trovo, è stata data da Hume nel suo Trattato sulla Natura Umana), ha selezionato i comportamenti e le convenzioni di successo, cioè quei comportamenti e quelle convenzioni che aumentavano le chances di sopravvivenza degli individui, per esempio riducendo la conflittualità fra loro. Introdotte inizialmente in funzione di questi loro benefici, gradualmente queste regole (attraverso quella che Hume chiama “sympathy”) sono diventate regole morali, cioè regole che devono essere rispettata da chiunque indipendentemente dai benefici che il loro rispetto produce. Fra queste regole di comportamento, la più importante in assoluto, in quanto è quella da cui derivano tutte le altre, è ‘non rubare’, ‘rispetta la proprietà altrui’. L’introduzione di questa regola, di per sé, sostituisce l’appropriazione coercitiva di risorse (rubo la tua pecora) con lo scambio (scambio la tua pecora con i furtti del mio albero), e quindi il mercato. In altri termini, la Legge (il limite non arbitrario a ogni forma di coercizione) è la condizione necessaria della pace allo stesso modo in cui la ‘legge’ fiat (lo strumento di coercizione arbitraria) è la condizione sufficiente per il conflitto.
    Un caro saluto, e grazie ancora per il bel messaggio e gli interessanti spunti,
    Giovanni

    • Mauro Gargaglione
      Rispondi

      Anche io penso che sia una differenza di termini utilizzati. Il concetto è pressocchè analogo.

      Il termine “spontaneo” per me corrisponde al termine “naturale”. E’ una considerazione mutuata dalle scienze fisiche e biologiche. In determinate condizioni la materia organica e inorganica tende “spontaneamente” a organizzarsi in un certo modo. Il mercato è una manifestazione spontanea della natura degli esseri umani.

      Prova ne è che esso esiste “sempre”, anche dove è espressamente vietato, come lo era nell’URSS o come lo è in Corea del Nord, dove ovviamente non esiste un mercato sofisticato come in Occidente ma dove le persone scambiano (di nascosto) quel poco che hanno per sopravvivere. Succede anche nei penitenziari con le sigarette o con quei pochi oggetti che i reclusi hanno il permesso di ricevere dai famigliari.

      Il mercato quindi è una manifestazione naturale della specie umana. Discuterne la validità è insensato quanto lo sarebbe discutere la validità dell’istinto sessuale o quello di conservazione. In questo senso penso che non abbia molta ragione di essere il dibattito tra “spontaneisti” e “giusnaturalisti”.

  • Roberto Bolzan
    Rispondi

    Non per togliere validità alla interessante replica ed al dialogo sopra riportato, ma il contesto preciso nel quale parlava Panebianco era la disoccupazione e la sua frase va intesa in questo modo: per quanto possa aver fallito il mercato nel produrre la piena occupazione, i fallimenti dello stato sono maggiori.
    Anche vista in questo modo la frase si presta a commenti, quindi; che ne pensate?

  • Ari
    Rispondi

    Ci si ostina a considerare il “mercato” alla stregua di una delle tante possibili metodologie di organizzazione economica escogitate dall’Uomo. Da qui infinite discussioni tra quelli a cui piace, a chi no a chi così-così. Invece, secondo me non ha senso criticare o esaltare il “Mercato”, come non ha senso dire che non da la piena occupazione perché è come criticare il brutto tempo.
    La mia sensazione è che quello che tutti chiamiamo “Mercato”, non è altro che la vita, la condizione umana.
    Il cosiddetto “Mercato”, al contrario di tutte le sue supposte alternative non è frutto di una teorizzazione, è un dato di fatto che si crea spontaneamente. Il Mercato non è altro che la condizione umana nella quale si trova qualsiasi società in assenza di condizionamenti e coercizioni appena si esce dalla giungla.
    Tutte le altre alternative vengono da chi, constatato che la vita sulla Terra è dura e a volte persino spietata, si mette in testa di rimediare prefigurando paradisi in terra.
    A me il mercato non entusiasma, ma tutte le sue alternative fino ad oggi applicate, lungi dal rimediare le storture della condizione umana, hanno sempre, dico sempre, portato dalla miseria fino ai campi di concentramento a secondo delle percentuali di mercato che si son volute abolire.
    Tutte queste alternative per modificare la realtà del mondo che non piace (che poi si riducono al social-comunismo nelle sue varie intensità), avranno sempre credito malgrado i disastrosi risultati, perché fanno credere ai fessi o semplicemente ai non informati, che le storture connaturate alla condizione umana sono eliminabili.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Visto e considerato che spesso si creano problemi terminologici, ritengo sarebbe più accurato non utilizzare la locuzione “fallimenti dello stato”: All’interno dello stato non esistono “i fallimenti” al plurale. Lo stato è “un” fallimento su tutto e nient’altro. Al contrario, il fatto che alcuni vincitori del premio “Strega” siano dei falliti in campo contenutistico e lessicale, non significa che la letteratura (come il mercato) sia di per sé un’operazione fallimentare. Anzi.

  • spago
    Rispondi

    O.T. ma non troppo

    Panebianco mi sembra una sorta di neocon in salsa italiana: un keynesiano guerrafondaio.

    Sappiamo che la guerra è il peggiore dei crimini di Stato e che opporsi alla guerra senza se e senza ma è imprescindibile per il libertarismo.

    https://www.movimentolibertario.com/2016/01/raimondo-murray-rothbard-libertario-contro-guerra/

    https://mises.org/library/war-peace-and-state

    Sappiamo che Panebianco è uno che sulla guerra sostiene cose tipo queste:

    http://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_15/noi-libia-saremo-mai-pronti-1ff3c7ce-d364-11e5-9081-3e79e8e2f15c.shtml

    Sostanzialmente vuole più guerra, più America e più Nato in Medio Oriente, contro la Russia, la Siria e l’Iran. Depreca il declino militare degli Stati Uniti e depreca la resistenza italiana rispetto agli impianti che l’America vuole installare da noi. E così via.

    Uno così insegna all’università, scrive gli editoriali sul Corriere, presenzia nei talk e sostiene queste cose. Battersi per la guerra (in Libia) significa battersi per l’uccisione, il ferimento, la menomazione, la distruzione delle proprietà e dell’economia (dei libici), per la tassazione degli italiani (la guerra costa), il mantenimento dell’imperialismo americano, l’aumento dei contraccolpi teroristici, il cronycapitalism (che si accompagna sempre alla guerra) e tutto ciò che sappiamo.

    Contestarlo mi sembra il minimo. Sostenere che l’Italia e la Nato dovrebbero aggredire, uccidere e ferire qualche decina di migliaia di persone non è esprimere un’opinione come un’altra. Capisco che sembri tanto un brav’uomo in giacca e cravatta, con la barba curata, il tono pacato e l’aspetto borghese-professorale, e che a contestarlo sono andati degli scalmanati fasciocomunisti, ma nel caso specifico sto più con loro che contro.

    Probabilmente sono agli antipodi rispetto a tutto ciò che questi “pseudo antagonisti” pensano, ma anche un orologio fermo segna l’ora esatta due volte al giorno. Forse sono gli stessi – o parenti stretti – che vanno a distruggere i campi di Fidenato. Ma resta il fatto che Fidenato vuole solo fare ciò che crede nel suo campo e non si sogna di voler uccidere, ferire, derubare, etc.. nessuno. Panebianco invece sì.

    Mi chiedo chi sia più fascista fra chi impedisce e disturba una lezione o più lezioni e chi sostiene la guerra in Libia e nel Medio Oriente. E mi rispondo anche: il secondo.

    http://www.tribunapoliticaweb.it/oggi/2016/02/22/27490_contestato-panebianco-in-universita-per-articolo-su-guerra-in-libia-rettore-attacco-alla-democrazia/

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      infatti

      • Ari
        Rispondi

        Considerazione a margine:
        Ma perché per definire la violenza dei comunisti, la si deve definire “fascista”? Come se la definizione “comunista” già non contenesse il concetto.
        Il fascismo, non ha neanche la primogenitura della violenza politica che abbondò nella Rivoluzione Francese, mentre Lenin, quando Mussolini faceva ancora il direttore di giornale, aveva già fatto montagne di cadaveri con gli oppositori o presunti tali.
        Ma soprattutto, ciò che rende puerile questo epiteto è che il Fascismo è morto e sepolto da quasi ottant’anni.
        Non sono dettagli, è il sintomo della vittoria culturale della sinistra in questo Paese. Il segno evidente della subordinazione culturale ai comunisti che ha permeato le menti anche chi di sinistra non si ritiene.
        Panebianco ha delle idee magari discutibili, ma non è un violento. Chi sfascia e mena lo è!!
        Trovo gravissimo non saper distinguere l’esprimere idee, ancorché aberranti (e non è il caso di Panebianco), dalla pratica violenta.

        I Libertari quando parlano di aggressione non credo che definiscano “aggressione” le idee che non gli piacciono.
        Politicamente parlando, l’aggressione è solo quella fisica alla persona e alla proprietà. I violenti che contestano Panebianco e l‘eroico Fidenato, sono gli stessi e sono comunisti… non fascisti né nazicomunisti..

        • Pedante
          Rispondi

          Opposizione all’ideologia regnante = odio. Il dominio della sinistra sulla cultura è quasi totale.

        • spago
          Rispondi

          I libertari non definiscono aggressione le idee che non gli piacciono. Definiscono – Rothbard in testa – aggressione, omicidio di massa, strage, salute dello stato, il più atroce dei crimini.. la guerra.

          Panebianco fa parte dell’establishment che vuole più NATO, più Europa, più militarismo americano ed europeo, più guerra, più interventismo in Medio Oriente, più contrapposizione con la Russia, etc.. e quindi in definitiva più Stato per tutti.

          In un momento in cui l’interventismo è sempre più forte, la contraposizione con la Russia sempre più grave, il contraccolpo terrorista sempre più pericoloso, cosa dovrebbe fare un libertario, cosa dovrebbe fare un rothbardiano se non opporsi alla guerra e a tutti i Panebianco?

          Certo la contrapposizione non dovrebbe avvenire tramite azioni “teppistiche” come quella di disturbare le sue lezioni, ma mettiamo anche le cose in proporzione. Il disturbo di una lezione in proporzione a una guerra.

          Con la questione di Fidenato c’è una differenza infinita. Fidenato vuole fare quel che preferisce delle sue proprietà. Panebianco vuole l’opposto. Se vogliamo fare un paragone, Panebianco è più simile a chi simpatizza per i teppisti che devastano il campo di Fidenato, solo che lui non si accontenta di così poco, preferisce battersi per bombardare e invadere un intero paese.

          Ad ogni caso di cronaca difendiamo il tabaccaio/il benzinaio/il pensionato/il padre di famiglia che spara ai rapinatori. Diamo del pazzo a chi si indigna per la loro reazione “eccessiva”, “disumana”, etc.. e finisce per stare coi poveri rapinatori (vittime della società, del razzismo, della povertà generata dal neoliberismo, etc..). Lo stesso buon senso che applichiamo nel micro, dovremmo applicarlo al macro: difendiamo chi sta a casa propria, chi vede la sua proprietà invasa, e non chi lo aggredisce, anche quando l’aggressore porta la divisa militare italiana, europea o americana.

        • Pedante
          Rispondi

          “Il passato è proibito.”
          https://www.youtube.com/watch?v=KdaFadcwfCg

    • Roberto Bolzan
      Rispondi

      Beh, anche Miglio diceva che le costituzioni migliori (vado a memoria, ma probabilmente ha detto “le uniche”) sono quelle imposte dai vincitori ai vinti.
      Non è diverso dal dire che le unificazioni politiche le fanno i cannoni e non il burro.
      Non vedo nell’articolo una particolare volontà guerresca, solo uno sguardo disincantato sulla realtà. Ma potrei sbagliarmi.
      L’unica cosa che mi sento di giudicare sbagliata è l’identificazione di ISIS come il nemico dell’Europa. Che sia un elemento perturbatore, non c’è dubbio, ma la vera guerra, quella da milioni di morti, come sempre da un paio di secoli a questa parte almeno, è stata portata ed è portata dagli stati: dal nazionalismo arabo in primo luogo e fino al recente passato, in futuro, temo, dalle potenze che agiscono adesso, a cominciare da Russia e Turchia.
      Ma su questo si può dissentire e discutere educatamente e soprattutto intelligentemente. Ci sono tanti spazi per discutere e dissentire: il monopolio della cultura non è più nell’aula universitaria, per fortuna.
      Che le idee cozzino contro le idee, quindi. Ma menare le mani è sempre un brutto vedere.

    • Pedante
      Rispondi

      Neocon solo in parte. Sembra avere qualche riserva sulla convenienza dell’immigrazione non europea, in modo particolare quella musulmana.
      http://www.corrieredellemigrazioni.it/2014/01/20/bianco-e-nero/

  • Alberto Gregorio
    Rispondi

    Quando Birindelli scrive e Gargaglione risponde, ascolto con meraviglia e imparo sempre qualcosa di nuovo. Grazie ragazzi.

  • Ari
    Rispondi

    Questi della “Terza via” son quelli che tra incendio e pompieri cercano una terza soluzione.
    L’incendio ringrazia.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    “Perché la violenza dei comunisti la si deve definire “fascista?” Per fare arrabbiare quelli di sinistra. Non sopportano di essere chiamati in quel modo e personalmente provo un esecrabile gusto a vedere le loro reazioni quando li definisco “corrente di sinistra del fascismo”. (anche se a volte sono costretto a darmela a gambe). Lo stesso atteggiamento provocatorio mi piace riservarlo ai nostalgici del ventennio quando li apostrofo come “comunisti di destra”. Non è un atteggiamento esemplare il mio, ma ognuno ha i suoi difetti.

  • Ari
    Rispondi

    @Alessandro Colla
    Mi hai convinto, grazie. Sono d’accordo che l’uso di “fascista” con i rossi e viceversa con i neri coglie più nel segno (e in più è giustificato in quanto la parentela c’è).
    Mi premeva solo precisare che il prefisso “nazi” o “fascista” non rende più pesante l’insulto di “comunista” che già contiene tutte le più grandi infamie.
    @Spago
    Prendo atto della tua posizione. Ti ringrazio comunque della risposta, anche se continuo a pensare che è mille e mille volte peggio un “pacifista” che sfascia e picchia chi non la pensa come lui, piuttosto che un mite che esprime a voce o per iscritto idee violente. Trovo comunque interessante vedere quante diverse interpretazioni può avere il concetto di “libertà di idee e pensiero”.

    • Spago
      Rispondi

      Andiamo ad un nuovo intervento in Libia a breve e il battage propagandistico per preparare / infinocchiare l’opinione pubblica è all’opera. Penso che panebianco debba poter pensare e parlare liberamente, come chiunque, ma sia pure come intellettuale e opinionista e non arruolandosi personalmente, da il suo contributo a qualcosa che è in atto. E per quanto limitato anche il suo intervento – sul primo quotidiano italiano – avrà il suo peso nel portare alla guerra.

  • spago
    Rispondi

    Visti una serie di recenti episodi di cronaca sono tornato a rileggere questa discussione. Devo dire che la penso ancora come me stesso. Disturbare un evento è sbagliato e lo condanno, ma vale la pena guardare anche alle ragioni dei contestatori e ai torti dei contestati. Al di là che di volta in volta gli episodi coinvolgano studenti di sinistra, skinhead, casa pound o non so chi.

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