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CRETINODI GIOVANNI BIRINDELLI

Mentre aspetto che finisca per approfittare dell’opportuiNtà, faccio un giro veloce fra le discariche dell’informazione, cioè fra i siti della stampa mainstream. E trovo questo titolo: “Il Tar annulla le nomine dei direttori stranieri dei musei: in Italia il merito non vale”.

La solita confusione fra opposti (merito e valore), che forse vale la pena ricordare.

Il merito è un’opinione: per esempio in relazione all’importanza che il lavoro di qualcuno ha secondo noi. Un’opinione non costa nulla. E ciascuno ha la sua.

Il valore di qualcosa è il massimo che una persona è disposta volontariamente a cedere della sua legittima proprietà (cioè della proprietà che è frutto di libero scambio e non di aggressione) in cambio di quella cosa. Quindi il valore (che generalmente è sempre maggiore del prezzo) implica una rinuncia. Ed è definito dall’azione: in particolare, da una scelta.

Merito e valore sono dunque due concetti logicamente opposti: il primo riguarda esclusivamente la sfera del pensiero, il secondo anche la sfera dell’azione.

Ciascuno può avere la propria idea in relazione al merito del direttore di un museo pubblico: Tizio può ritenere che il suo lavoro abbia merito, Caio può ritenere che abbia demerito. Entrambe le opinioni hanno pari dignità.

Quello che è oggettivamente certo e logicamente inconfutabile, è che il lavoro del direttore di un museo pubblico non ha alcun valore: per il suo stipendio, infatti, nessuno rinuncia a qualcosa di sua legittima proprietà. Il denaro con cui quel direttore viene pagato non è frutto di libero scambio, ma di estorsione (p. es. di imposizione fiscale).

Quindi la frase “in Italia il merito non vale” non ha più senso della frase “per il mio lavoro mi dovrebbe essere corrisposto quello che io ritengo essere giusto”. In altri termini, non ha alcun senso.

A differenza di quello che credono molti cialtroni sedicenti liberali, la “meritocrazia”, il potere del merito, è il sistema di redistribuzione di risorse compatibile col socialismo, non con la società libera. L’unico sistema di distribuzione di risorse compatibile con la società libera, e quindi con la prosperità sostenibile, è quello basato sul valore, cioè il capitalismo (o libero mercato) che oggi non c’è.

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  • Albert Nextein
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    Un direttore di un museo rinuncia a parte del proprio tempo di vita per impiegarlo , dietro pagamento, nel gestire il museo.
    Il tempo della sua esistenza è suo e lui liberamente ne può decidere.
    Potrebbe nel medesimo periodo di tempo svolgere altre attività, ma gli piace gestire luoghi d’arte che, purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi in italia sono di proprietà pubblica.
    Che valore ha il tempo del direttore?

    • Giovanni Birindelli
      Rispondi

      Ha il valore che, all’interno dello scambio libero e volontario, altri sono disposti a ricnoscergli. Questo valore è misurato da quanto della loro legittima proprietà questi “atri” sono (in ogni momento) disposti a cedergli in cambio del suo tempo. In assenza di scambio volontario, il valore del suo tempo è nullo nel senso che non esiste. Esso comincia a esistere solo quando quella persona si mettesse sul mercato e trovasse qualcuno disposto a pagere per il suo tempo senza avere una pistola puntata alla testa.

      • Giovanni Birindelli
        Rispondi

        errata corrige: “inizierebbe a esistere”

        • Albert Nextein
          Rispondi

          Il funzionario politico che sovraintende il museo non impiega soldi suoi, ma soldi pubblici.
          Egli ha un incarico pagato con soldi pubblici.
          Ma può intavolare legittimamente una trattativa oculata col direttore per stabilire il prezzo della prestazione.
          Il direttore rinuncia al suo tempo in cambio di un prezzo concordato con sovraintendente pubblico che spende denari non suoi.
          Se il sovrintendente non è un babbeo cerca di spendere il meno possibile.
          Raggiunto l’accordo , pur trattandosi di soldi pubblici, viene stabilito il quantum.
          Questo quantum non è indicativo del valore del tempo impiegato dal direttore perché esso viene pagato con soldi pubblici?
          Ho capito bene?
          D’altro canto, se il sovrintendente fosse dipendente di un mecenate privato che decide di spendere un milione all’anno per pagare il direttore di tasca sua , allora il valore della prestazione è indicativo ?

          Io vedo la trattativa quale punto focale.
          La trattativa, se non è forzata, rappresenta un libero scambio tra gli interessati.
          Uno si propone, l’altro contropropone.
          Si trova l’accordo sulla prestazione e si fissa il compenso.
          Il compenso è indicativo del valore reale solo se il controproponente spende dei suoi o spende soldi di un privato?
          Concordo anche io che i soldi pubblici , derivando da tasse o debito pubblico, sono un furto ai danni di chi viene spremuto o imbrogliato.
          Ma solo per questo non servono a determinare il valore attendibile di una prestazione?

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Il valore di una prestazione lo stabilisce il cliente. Se si sbaglia, peggio per i suoi soldi. Anzi, peggio per lui. Da cliente di musei e siti archeologici, posso dire “bravo” a un direttore che mi lascia entrare la domenica e che riesce a mantenere puliti gli ambienti. Altri clienti possono dire “bravo” al direttore che chiudendo il sito o il museo nei giorni festivi “salvaguarda i diritti dei lavoratori”. Quando i soldi sono estorti, spesso manca anche la qualità e ciò in quanto il direttore in questione prende comunque lo stipendio. Il problema da sottolineare a mio avviso è un altro. Tutti i babbei contro il Tribunale Amministrativo Regionale (questa volta la magistratura non è amica), “reo” di aver applicato una normativa che gli stessi babbei hanno approvato e mai abrogato. Se veramente vogliono premiare chi secondo loro “merita”, indipendentemente dalla nazionalità, eliminino per via giuridica le norme ostative. L’assessore cretino che mette il divieto di sosta dove non ve ne è bisogno e che poi si lamenta con la polizia municipale perché multa i sostanti, è sen’altro uno che merita. Di essere chiamato, appunto, cretino. O quanto meno, ipocrita.

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