In Anti & Politica, Economia

DI ROBERTO SCAVINI

Ci risiamo. Era già da un po’ di tempo che non si sentiva un “dagli ai ricchi” in piena regola e qualcuno magari si era anche illuso che qualcosa stesse cambiando dopo decenni di vomitevole litania socialdemocratica o anche solo sperare avessero allentato la presa.

Dico socialdemocratica ma potrei dire comunista, tanto è la stessa cosa, un po’ come l’Aspirina e l’acido acetilsalicilico o il Moment e l’ibuprofene, alla base di qualunque definizione che abbia “social” al suo interno c’è sempre la malcelata volontà di chi vive di estorsioni di ampliarne la portata e di punire i meritevoli per evitare si arricchiscano come loro. Invece ieri ci siamo dovuti sorbire nuovamente il classico “non bisogna aiutare i ricchi” stavolta in bocca a un ministro che ogni volta mi fa venire alla mente la definizione che dava Fabio Padovan 25 anni fa di certi soggetti che facevano capolino nelle nostre aziende, “foresti dal colorito olivastro, dall’eloquio forbito e dal cavillo che inguaia”.

Al netto dell’eloquio non sempre forbito, eccolo lì il Robespierre de noantri, il Che Guevara dei sintatticamente poveri con l’ennesima esortazione a punire chi, in buona parte dei casi, ha un merito, quello di aver accumulato ricchezza. Un po’ come se qualcuno si mettesse in testa di punire chi guadagna poco perché non si impegna a sufficienza non tenendo conto di chi per varie ragioni potrebbe essere impossibilitato a svolgere mansioni ad alta redditività, si spara nel mucchio facendo leva sull’invidia sociale e sui bassi sentimenti. Il ricorrente risuonare di questi strali mi fa venire in mente la storia vera e riscontrabile che riguarda una persona fortunatamente vivente che ho avuto la fortuna di conoscere: un ricco.

Questa persona si chiama James Truchard e la trovate su Wikipedia: credo sia una delle migliori metafore di come aiutare i ricchi possa essere il miglior aiuto per i meno ricchi se non per i poveri. Il Dottor T come viene soprannominato in azienda, nel 1976 fonda con due soci nel classico garage dove evidentemente nascono la buona parte delle aziende a stelle e strisce, National Instruments, un’azienda che produce schede elettroniche per acquisizione dati. I primi tempi sono duri anche perché il trio di giorno deve lavorare all’Università dove sono impiegati ma già nel 1977 riescono ad assumere il loro primo dipendente e, dopo poco a trasferirsi in un locale più conosono di ben 56 metri quadri. Alla fine degli anni ’80 ha già un piano intero in un bel palazzo e, negli anni ’90, l’azienda si trasferisce in un edificio tutto loro, di quelli fighi con le pareti in vetro.

Negli anni 2000 viene costruito un campus intero dove l’azienda si trasferisce e da dove segue le sedi ormai sparse in tutto il mondo fino al 2017 quando il nostro Dottor T, passati i 70 anni, va in pensione con un patrimonio di 1.1 MILIARDI di dollari (il patrimonio di Trump è di 3 miliardi di dollari). Bella storia direte, si è fatto i soldi e ora si gode la pensione. Già, però grazie agli aiuti ai ricchi che le leggi del Texas e degli USA danno con gran scandalo per i nostri Floris/Report/Lerner e altri ex katanga e non, da 3 soci in un garage in 40 anni siamo arrivati a un campus e 8.500 dipendenti con sedi in tutto il mondo oltre che a un’azienda considerata da Fortune uno dei migliori 100 posti dove lavorare.

E sorvolo sul contributo all’evoluzione della tecnologia che ha dato National Instruments perché ci vorrebbe una serie di volumi ed interesserebbe a pochi, sicuramente non a chi, come tanti, troppi in fallitaglia, ambisce unicamente a un posto pubblico, a un concorso o peggio, a una poltrona. Ah, Dr. T non ha mai avuto il suo stallo nel parcheggio aziendale e ha sempre lavorato in un ufficio delle stesse dimensioni di quello dei suoi dipendenti con la porta sempre aperta, alla faccia del grasso capitalista in tight col sigaro e l’ufficio dirigenziale.

Se poi non bastasse, ha recentemente contribuito con un assegno da 5 milioni di dollari all’Oskar Fischer Project per la lotta all’Alzheimer, tra le tante cose. Soldi regalati ben inteso: proviamo a pensare se ci fossero tanti Dr. T quanti ospedali di Vibo in meno ci sarebbero? Ma no, non bisogna aiutare i ricchi, anzi leviamogli il patrimonio e diamolo ai poveri che così oggi magari mettono assieme il pranzo e la cena. Domani? Domani potremmo essere tutti già morti.

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Mostrati 3 commenti
  • Stefano
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    Non per nulla Jean Paul Getty disse: ” Se tutte le ricchezze venissero equamente ridistribuite tra la popolazione mondiale, in breve tempo ritornerebbero tutte nelle stesse tasche.”

  • malgaponte
    Rispondi

    E’ l’invidia non tanto per i ricchi ma per coloro che hanno una marcia in più nel creare ricchezza (ovviamente non parlo dei disonesti e dei criminali) che ha sempre mosso le masse stolte ad abbracciare le ideologie di sinistra.

  • Ciccio Addamurì
    Rispondi

    Floris & Lerner sono due debosciati che farebbero fatica a tenere in mano una Beta 12, altro che Katanga.

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