In Primo Piano

di Matteo Corsini

“Era necessario accumulare imponenti deficit pubblici per contrastare la Grande recessione? Sì, era necessario. L’esplosione dei deficit è stata una scelta obbligata: se i privati tirano in barca i remi della spesa, è indispensabile, per evitare che l’economia si avviti, che sia il pubblico a spendere. Era inevitabile che i deficit pubblici si trasformassero in altrettanto imponenti debiti pubblici? No, non era inevitabile… In circostanze eccezionali ha senso prendere alla lettera l’espressione “spesa in deficit”, e finanziare il disavanzo pubblico con creazione di moneta, così da evitare quell’accumulo di debito oneroso che tanto preoccupa oggi? Messa così, l’affermazione pare uno scandalo… Troppo facile ricorrere al torchio, direbbero gli scettici: non esistono pasti gratis in economia. Ma non è vero: l’economia prevede pasti gratis, a cominciare dal semplice scambio, che crea utilità, dal nulla, per ambedue i contraenti. E pasti gratis esistono quando le risorse sono inutilizzate, quando c’è disoccupazione involontaria: le misure giuste possono creare ricchezza dove prima non esisteva… E l’inflazione? Il pericolo c’è, ma ci sono gli strumenti per prosciugare, in futuro, la liquidità creata con l’emergenza.” (F. Galimberti)

Fabrizio Galimberti scrive sul Sole 24 Ore, occupandosi per lo più di (macro)economia da una prospettiva sostanzialmente (anche se non dichiaratamente) keynesiana. Cercando di ribattere alle obiezioni relative all’aumento del debito pubblico connesso alle politiche fiscali espansive, Galimberti dice che si poteva fare deficit senza aumentare il debito: bastava stampare moneta, addirittura senza passare dalla monetizzazione del debito.

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E, dato che “ci sono gli strumenti per prosciugare, in futuro, la liquidità creata con l’emergenza”, gli effetti collaterali possono essere evitati.

Oltre tutto, contrariamente a quanto suggerirebbe il buon senso, è possibile avere pasti gratis.

Ora, prima di entrare brevemente nel merito delle questioni affrontate da Galimberti, mi chiedo se questo signore si sia mai fermato a riflettere sul perché, se è possibile avere pasti gratis e stampare moneta senza danneggiare nessuno, storicamente il “gioco” non abbia mai funzionato.

Ciò detto, Galimberti sostiene che “l’economia prevede pasti gratis, a cominciare dal semplice scambio, che crea utilità, dal nulla, per ambedue i contraenti”. Questa è un’affermazione del tutto priva di fondamento. E’ vero che nello scambio (dando per scontato che si tratti di scambio volontario) entrambi i contraenti ricevono qualcosa a cui attribuiscono un valore superiore a quello di ciò che hanno ceduto. Ma i beni o i servizi scambiati non vengono dal nulla.

Ed è bene che dal nulla non derivi neanche il denaro. Non a caso storicamente la funzione monetaria è stata svolta da beni reali (tipicamente oro o argento) che, in virtù delle loro caratteristiche, erano ritenuti i più adatti a essere utilizzati come mezzo generale di scambio, consentendo a compratori e venditori di superare le difficoltà connesse al baratto. La moneta fiat totalmente disancorata da un bene reale non è un’evoluzione spontanea di mercato, bensì un’imposizione per legge da parte degli Stati, che dapprima hanno monopolizzato l’emissione di moneta, poi, per alleggerire i loro debiti e continuare a finanziare la spesa pubblica senza ricorrere alla sola tassazione, hanno pensato che fosse il caso di togliere ogni vincolo alla quantità di moneta stampabile. Va anche detto che, per rafforzare la “fiducia” nella moneta fiat, l’uso dell’oro per fini non industriali/ornamentali fu sovente messo fuori legge.

Tutto ciò detto, secondo Galimberti, il denaro fresco di stampa potrebbe essere impiegato per “creare ricchezza dove prima non esisteva”, generando una domanda per le risorse inutilizzate. Implicito nella sua affermazione c’è il concetto per cui a una maggiore quantità di moneta corrisponda maggiore ricchezza. Ma non è così.

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Supponiamo, per semplicità, che l’unica risorsa inutilizzata sia il lavoro di coloro che, al livello corrente dei salari, sono disoccupati. Se lo Stato stampa denaro e li assume non crea ricchezza, semplicemente abbassa il salario reale tramite la diminuzione del potere d’acquisto della moneta.

Bastiat direbbe che ciò che si vede sono i lavoratori assunti dallo Stato che percepiscono uno stipendio; ciò che non si vede è la diminuzione del potere d’acquisto subita da una moltitudine di altre persone.

Galimberti potrebbe obiettare che gli indici dei prezzi al consumo non aumentano immediatamente se si stampa moneta quando c’è molta disoccupazione. Come ho già scritto molte altre volte, valutare gli effetti dell’espansione monetaria concentrandosi solo sull’andamento degli indici dei prezzi al consumo induce a mettere mano all’estintore quando l’incendio, partito dal piano terra, ha già raggiunto l’ultimo piano di un grattacielo.

Se si immette denaro fresco di stampa nel sistema economico, il prezzo di qualche bene deve per forza salire, a parità di altre condizioni. Si tratta di un effetto asimmetrico, sia per i prezzi, sia per le persone. I primi a entrare in possesso del nuovo flusso di denaro ne traggono beneficio; gli ultimi ne subiscono solo le conseguenze negative. Nel complesso, non vi è alcun pasto gratis.

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