In Anti & Politica, Economia, Esteri

DI SALVATORE ANTONACI

Tutto quello che a suo tempo (la stagione recente delle midterm elections) era stato detto e scritto a proposito dell’avanzata impetuosa del fenomeno tea party rispunta fuori in questo psicodramma nazionale che è la discussione sull’innalzamento del tetto dell’enorme debito americano.

Come tre anni fa, giunti peraltro ormai alla vigilia del volatone per il rinnovo della Casa Bianca, i toni accesi si sprecano e gli ottimati liberals (ma anche i conservatori “per bene”, fautori dell’inciucio permanente) tendono a perdere la propria flemma ed il tradizionale aplomb lanciandosi in invettive alquanto sguaiate nei confronti dei freshmen approdati in Congresso con l’intenzione o l’illusione di dare uno scossone alla baracca.

Innanzitutto tentando di ricondurre entro l’argine della ragionevolezza (impresa improba) il Minotauro federale attraverso un taglio radicale ai programmi di spesa improduttivi ed impopolari, oltreché in odore di incostituzionalità (come l’Health Care, la famigerata riforma sanitaria obamiana) e senza risparmiare nemmeno il santuario del complesso militare industriale da sempre depositario di una speciale franchigia.

Queste perlomeno le intenzioni del movimento. Poi, come spesso accade, le proposte si sono trasformate in qualcosa di meno ambizioso, depotenziandosi al contatto con l’aria mefitica del palazzo. Non è il solo ottimo Ron Paul, cavaliere solitario dello spirit of 76, a ricordarlo, ma anche tutti i più seri think-tank economici e non solo quelli devoti a Von Mises ed alla scuola austriaca.

In questo quadro il succitato tetto, che impedirebbe di sforare l’astronomica cifra di 14 trilioni di dollari, costituisce solamente l’estrema trincea di resistenza, una battaglia che, se vinta, permetterebbe un semplice dilazionamento, sia pure di breve respiro, della minaccia che incombe sulla più importante repubblica del mondo. Perchè il vero problema, come fanno notare i vari , inascoltati Paul, Schiff, Murphy, North è lo strapotere della Banca Federale, la sua sconsiderata politica di fiat money e la associazione a delinquere con il potere politico bipartisan.

Dai democratici, partito del big government par excellence nessuna sorpresa (dai tempi di Roosvelt badano agli interessi dei propri gruppi di pressione), ma è dalla cosiddetta controparte repubblicana che è venuto il vero vulnus alla lettera della costituzione elaborata due secoli orsono dai padri fondatori dell’indipendenza e dell’eccezione americana. Nel breve intercorrere di un quarto di secolo tutti i principi che avrebbero potuto se non altro rallentare la corsa sconsiderata verso l’abisso sono stati ignorati se non traditi: una politica estera dal sapore imperiale condita da interventi militari pessimamente programmati, protezionismo agro-industriale, salvataggi finanziari con pubblici denari e quant’ altro hanno trasformato il GOP in una succursale social-conservative dell’asinello.

Con buona pace per gli apologeti della Right Nation.

Ora i nodi vengono al pettine, ma è facile prevedere che oltre il default, non un dramma di per sé, si inizieranno ad intravedere le avvisaglie della vera emergenza incombente: il collasso dell’unione e la fine dell’impero.

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Mostrati 4 commenti
  • Giorgio fFidenato
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    Caro Salvatore, penso che tu abbia centrato il problema: l’estrema inaffidabilità di quelli che si definiscono liberali e/o di destra. Sono dei semplici ciarlatani ignoranti, che non capiscono i fondamentali di un’economia sana. Molti di loro poi sono in malafede (vedi i nostri Tremonti e compagnia). E’ desolante notare che la massa incolpa della situazione gli speculatori, ma non chi ha fatto i debiti (d’altronde loro ne sono stati per un poco beneficiati). Bisogna tenere duro ed essere coerenti fino in fondo. Solo la coerenza e la fermezza nei principi e nei comportamenti può far emergere nel dibattito politico le nostre tesi. Dobbiamo perseverare, tenere duro, abassare la testo ed andare avanti. Mai cedere di fronte alle stupidaggini che dicono in giro

  • lafayette
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    …e speriamo che almeno in America seguano il prezioso consiglio

  • Fabrizio Dalla Villa
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    E’ finito l’impero romano, perché mai non dovrebbe finire quello americano?

  • Tondini
    Rispondi

    40 anni fa dicevo e scrivevo che la DC avrebbe chiuso. 20 anni fa che l’impero americano era al tramonto e che incombeva un pericolo islamico. Ho pubblicato sull’argomento anche il romanzo “Il kamokaze cristiano” (Bietti) che è uscito una settimana fa negli Usa.
    Dicevano che ero pazzo. Mia madre pensava di avere un figlio scemo. Adesso c’è poco da ridere.
    Non sono un profeta: basta studiare i libri di storia.
    Angelo Tondini Quarenghi – giornalista

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