In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI

“Di fatto, l’aumento dei tassi di riferimento adottato dalla Bce ha nuociuto a tutti: le banche pagano di più il risconto, il loro costo di raccolta sale ed i tassi di interesse sui debiti pubblici devono adeguarsi al rialzo… questa decisione ha messo in difficoltà soprattutto le banche che avrebbero dovuto essere le principali beneficiarie. Visto poi che gli istituti di credito, soprattutto quelli italiani, hanno i portafogli pieni di titoli del debito pubblico, il mercato finanziario li ha penalizzati a causa di questo investimento e la Bce lo ha reso meno redditizio… Tornare indietro e abbassare i tassi… sarebbe saggio.” (G. Salerno Aletta)

Quando leggo ragionamenti come questo, mi chiedo se chi li fa e li scrive sa di cosa parla oppure no. E ho il sospetto che non lo sappia.

Se vivessimo in un sistema di libero mercato, non dovremmo neppure stare a discutere di manipolazioni dei tassi e della moneta da parte delle banche centrali, perché la moneta non sarebbe alla mercé di Stati e banche centrali. Ma non viviamo in un sistema di libero mercato (checché ne dicano i tanti avversari del mercato stesso), per cui ci tocca fare i conti con la realtà.

E in base alla realtà, non credo proprio che si possa sostenere che gli ultimi avvitamenti della crisi in Italia e in altri Paesi europei siano dovuti al rialzo in due tempi sin qui effettuato dalla Bce del tasso di rifinanziamento (Refi), passato dall’1 all’1.50 per cento.

Partirei dai tassi di mercato, utilizzando il tratto di curva a due anni, di solito sensibile alle decisioni sui tassi da parte delle banche centrali. Alla vigilia del primo aumento del Refi, avvenuto il 6 aprile, il tasso swap a due anni era in area 2.40 per cento. In questi giorni è sceso sotto l’1.85 per cento. Sui titoli di Stato tedeschi biennali, il rendimento è passato nello stesso periodo dall’1.84 all’1.10 per cento. Al contrario, il rendimento sui titoli di Stato italiani a due anni era allora pari al 2.40 per cento, mentre oggi è attorno al 4.60 per cento. Mi pare del tutto evidente che la divergenza tra Italia, Germania e curva swap sia attribuibile a un aumento del premio per il rischio di credito sull’Italia e non ai rialzi del tasso Refi operati dalla Bce.

E veniamo alle banche italiane. Certamente hanno un’esposizione consistente in titoli di Stato italiani (anche per via della regolamentazione del settore), ma mediamente si attesta tra il 5 e il 15 per cento del totale attivo di bilancio. Ciò significa che la gran parte degli impieghi bancari non è in titoli di Stato.

Ovviamente l’avvitamento dei prezzi dei titoli di Stato ha ripercussioni negative per le banche italiane, perché ne aumenta sia il rischio liquidità, sia il costo della raccolta, ma ancora una volta a causa dell’aumento del rischio Paese, e non tanto per via del rialzo del Refi da parte della Bce.

Per contro, l’incremento dei tassi Euribor (in parte dovuto ai rialzi operati dalla Bce), a cui sono indicizzati buona parte degli impieghi bancari, continua ad avere effetti per lo più favorevoli alle banche commerciali.

Non è quindi il caso che si invochino tagli dei tassi da parte della Bce, che non risolverebbero nulla. Anzi, l’avere mantenuto i tassi bassi a lungo, per di più finanziando illimitatamente le banche, ha indotto queste ultime ad assuefarsi al doping monetario. Cercare di ottenere margine di interesse comprando titoli di Stato e finanziandosi presso la Bce ha rallentato il doveroso aggiustamento dei bilanci bancari (e, di conseguenza, di tante imprese decotte e mantenute in vita artificialmente con credito non adeguatamente remunerato) e ha solo comprato tempo, ma ora i nodi sono giunti al pettine.

Con lo scoppio della crisi, i regulators hanno creduto di risolvere il problema inducendo le banche ad aumentare la loro esposizione ai titoli di Stato. Ma dove gli Stati avevano conti pubblici già traballanti, questo ha finito per generare un circolo vizioso che ha portato la Bce a svolgere non già il ruolo di prestatore di ultima istanza, bensì di prestatore unico per diversi sistemi bancari europei.

In questo contesto, invocare un taglio dei tassi mi pare proprio segno che non si capisce come vanno le cose.

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