In Anti & Politica, Economia, Libertarismo, Saggi

DI GIUSEPPE DE BELLIS

Moltissime discussioni nell’ambito delle scienze sociali soffrono di due difetti profondi:

• il pregiudizio ideologico, per cui, ad esempio, gli scritti di un autore vengono interpretati-fraintesi sulla base del proprio orientamento politico anche se questo vuol dire distorcerne il pensiero e passare sotto silenzio spunti anche interessanti;

• l’ignoranza mascherata, vale a dire il fatto che si pretende di discutere di un autore anche senza avere letto i suoi scritti, almeno quelli più importanti, e ci si basa solo su riassunti e commenti di seconda o di terza mano.

Tutto ciò è avvenuto, ad esempio, per gli scritti di Karl Marx, soprattutto ad opera di presunti marxisti che, avendo manipolato il suo pensiero, talvolta senza nemmeno leggerne una riga, hanno poi riempito pagine di riviste e giornali e scritto libri offrendone una visione sempre più dogmatica e lontana dal vero, in linea con le esigenze del Partito e delle proprie personali ambizioni.

Per questo le scempiaggini scritte dai lumpenintellettuali riguardo a Marx sono colossali. Quello che essi fanno passare per il pensiero di Marx e chiamano marxismo sono soprattutto le idee di Ferdinand Lassalle e del partito socialdemocratico tedesco, in cui lo stato diventa l’entità suprema della vita sociale. Lassalle era talmente infatuato dallo stato da considerare il reazionario e autoritario Bismarck come un possibile veicolo per la realizzazione delle sue idee.

La diffusione del pensiero di Marx presso il pubblico di lingua inglese è dovuta soprattutto agli scritti e alla propaganda di Henry Hyndman, un uomo politico affascinato anch’egli da Lassalle. Con Hyndman il socialismo in Inghilterra diventa strumento di lotta politica avente come obiettivo quello di accedere al potere dello stato. Questa visione socialdemocratica di uno “stato socialista” sarà poi portata al suo estremo parossismo attraverso il pensiero e l’operato di Lenin. Con Lenin il pensiero di Marx da analisi della società capitalistica avanzata e dei suoi sviluppi futuri diventerà l’ideologia di una società pre-capitalistica arretrata e lo strumento autoritario per una industrializzazione forzata (il cosiddetto capitalismo di stato).

Per cui, unendo il socialismo di stato di Lassalle con il capitalismo di stato di Lenin, il risultato è lo statismo puro e semplice e non certamente il socialismo marxista.

Comunque, dal momento che questo travisamento totale in direzione dello statismo passa ancora per “marxismo” è giusto, per semplice onestà scientifica, elencare alcuni punti fermi del pensiero di Marx e di Engels che susciteranno una certa sorpresa non solo tra i suoi avversari ma, soprattutto, tra i suoi sostenitori.

1. La borghesia come classe rivoluzionaria. Nel Manifesto dei Comunisti Marx e Engels fanno un panegirico della borghesia che può apparire a taluni addirittura eccessivo. Scrivono infatti: “La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria.” “Essa per prima ha mostrato che cosa possa l’attività umana. Essa ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche.” “La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali.”(1848)

2. Per l’internazionalismo e il globalismo. Marx è un fautore acceso dell’espansione del capitalismo a livello mondiale perché solo attraverso uno sviluppo generalizzato e sostenuto delle forze produttive sarà possibile il passaggio dal regno della necessità al regno della libertà. Per Marx globalismo è sinonimo di pace e di sviluppo: “Le differenze nazionali e l’antagonismo tra i popoli stanno scomparendo ogni giorno di più, grazie allo sviluppo della borghesia, della libertà di commercio, del mercato mondiale, della diffusione dello stesso modo di produzione e delle relative condizioni di vita.” (Manifesto dei Comunisti, 1848)

3. Per il libero scambio. Marx è assolutamente favorevole al libero scambio a livello mondiale come risulta dal suo intervento di fronte alla Associazione Democratica : “in generale, il sistema protezionistico dei giorni nostri è conservatore, mentre il libero commercio è rivoluzionario. Esso frantuma le vecchie nazionalità e spinge all’estremo l’antagonismo tra borghesia e proletariato. In sostanza, il libero commercio accelera la rivoluzione sociale. È proprio per questo motivo che io, signori, sono a favore del libero commercio.” (Bruxelles, 9 Gennaio 1848)

4. Sul massimo sviluppo della tecnologia. Marx è un sostenitore convinto dello sviluppo tecnologico e dell’introduzione di tutti i ritrovati tecnici che permettono di ridurre la giornata lavorativa. Tale è il suo interesse e attenzione per la tecnologia che uno studioso, Kostas Axelos, appose alla sua tesi di dottorato divenuta poi famosa, il titolo “Marx penseur de la technique” (Università della Sorbona, Parigi, 1959)

5. Contro l’intervento dello stato nei processi educativi. I presunti socialisti che parlano a favore della scuola pubblica intendendo con ciò scuola statale non sanno o ignorano volutamente che Marx era decisamente contrario a che lo stato intervenisse nel campo dell’istruzione. Nella “Critica del programma di Gotha (1875), Marx afferma esplicitamente : “È assolutamente da respingere una ‘educazione del popolo ad opera dello stato’.”

6. A favore del lavoro minorile. Marx è talmente favorevole allo sviluppo del sistema capitalistico di produzione che arriva a prendere la fabbrica come modello anche per quanto riguarda taluni aspetti dell’organizzazione sociale: “Dal sistema della fabbrica, come si può seguire nei particolari negli scritti di Robert Owen, è nato il germe dell’educazione dell’avvenire, che collegherà per tutti i bambini oltre una certa età, il lavoro produttivo con l’istruzione e la ginnastica non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come unico metodo per produrre uomini di pieno e armonico sviluppo”. (Il Capitale, Libro primo, 1867). Ribadendo la sua posizione a favore del lavoro minorile egli afferma in uno dei suoi ultimi scritti che “il legame precoce tra il lavoro produttivo e l’istruzione è uno dei più potenti mezzi di trasformazione dell’odierna società” (Critica del programma di Gotha, 1875).

7. Per il superamento della divisione manuale/intellettuale. Contro tutti gli intellettuali scaldasedie e passacarte, Marx si pronuncia ripetutamente a favore di un essere umano che associ nel corso della sua esistenza il lavoro manuale al lavoro intellettuale. Questo aspetto è stato completamente obliterato dai lumpenintellettuali, terrorizzati forse dal doversi sporcare le mani con il lavoro produttivo.

8. Per il superamento della divisione città/campagna. Gli intellettuali e i ceti burocratici si addensano essenzialmente nelle grandi città che sono in alcuni casi le capitali politiche e i centri del parassitismo nazionale. Marx era invece a favore di uno sviluppo equilibrato di tutto il territorio con una dotazione di servizi e di opportunità sociali e culturali diffusa dappertutto.

9. Contro i ceti parassitari e burocratici. Marx vuole il rivoluzionamento continuo della realtà produttiva attraverso lo sviluppo incessante delle forze produttive. Questo aspetto richiama il concetto di “creative destruction” introdotto da Schumpeter (1942) per caratterizzare la dinamica del capitalismo. Per Marx lo sviluppo pieno delle forze produttive porterà ad una rottura con rapporti di produzione basati sulla subordinazione degli individui (lavoro dipendente e alienante) e in questo consiste essenzialmente il processo rivoluzionario.

10. Contro lo stato. Innumerevoli sono le prese di posizione di Marx contro lo stato e per la sua estinzione. In uno dei suoi scritti (Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, 1852) Marx descrive lo stato (il riferimento è allo stato francese) come un “parassita disgustoso, che avviluppa l’intera società francese e ne soffoca tutti i suoi pori” con “il suo enorme apparato burocratico e militare, con la sua vasta e astuta macchina statale, con una schiera di mezzo milione di funzionari, oltre ad un esercito composto da un altro mezzo milione di persone.” Per questo, occorre “distruggere le due più grandi fonti di spesa – l’esercito e la burocrazia statali.” (La guerra civile in Francia, 1871) Anche Engels riprende spesso il tema dello stato, ad esempio quando afferma che l’essere umano socializzato “organizzando la produzione sulla base di una associazione di produttori liberi ed uguali, consegnerà l’intera macchina statale … al Museo delle Antichità, accanto al telaio a mano e all’ascia di bronzo” (1884, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato). E in uno scritto del 1891 egli ribadisce che: “lo stato non è altro che uno strumento per l’oppressione di una classe da parte di un’altra, nelle repubbliche democratiche non meno che nella monarchia. Nel migliore dei casi è un male ereditato dal proletariato uscito vincitore nella lotta per il dominio di classe; il proletariato vittorioso non potrà fare a meno di eliminare i lati peggiori di questo male fino al giorno in cui nascerà una generazione che, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, sarà capace di gettare tutto il ciarpame dello stato in un mucchio di rifiuti.” (1891, Friedrich Engels). Non molti liberali sono arrivati ad essere più chiari di così riguardo alla fine dello stato.

Il fatto che Marx sia stato utilizzato come campione dello statismo è quindi un fatto paradossale che rivela l’ignoranza e la malafede degli intellettuali da strapazzo, i pennivendoli che imbrattano carta e riempiono i salotti del loro chiacchiericcio. Non per nulla Marx, che era una persona estremamente intelligente e percettiva, pur con tutti i suoi difetti caratteriali, sembra abbia detto un giorno: “Io non sono marxista”. Forse aveva capito già a suo tempo quali castronerie sarebbero state dette e quali misfatti sarebbero stati compiuti in suo nome.

Con ciò, qui non si sostiene affatto che si debba tornare a Marx per il semplice motivo che, non solo Marx, nonostante la sua intelligenza e il suo acume, rimane un uomo dell’ottocento e noi viviamo la realtà dell’inizio del 21° secolo, ma anche perché vi sono aspetti del pensiero marxiano estremamente criticabili, quali ad esempio:

• La mitizzazione del proletariato. L’assegnare al proletariato il ruolo di classe rivoluzionaria ha congelato il marxismo in una camicia di forza che ha poco di scientifico e parecchio di millenaristico. Nella realtà dei fatti, non esiste una classe di per sé rivoluzionaria ma individui che esprimono tendenze di progresso e di autonomia rispetto ad altri che mostrano aspetti di parassitismo e di sfruttamento.

• La mitizzazione dei capitalisti. Marx ha avuto nei confronti dei capitalisti una visione molto più ingenua di Adam Smith per il quale “Le persone che praticano lo stesso commercio raramente si incontrano, anche solo per svago e divertimento, senza che la conversazione finisca per trasformarsi in una congiura contro i consumatori, o in qualche artificio per innalzare i prezzi” (La Ricchezza delle Nazioni, 1776). Marx invece, nonostante il suo cinismo di facciata, è totalmente affascinato dalla “grande influenza civilizzatrice del capitale” (Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-1858) e vede nei capitalisti gli agenti volti a incrementare la produzione e a diffondere dappertutto nel mondo la civiltà industriale, distruggendo barriere commerciali e residui feudali. L’idea di una ripresa del nazionalismo, del protezionismo, del parassitismo burocratico-finanziario, in una parole del corporativismo dei capitalisti in combutta con il Monopolista Nazionale Territoriale, lo Stato, non sembra averlo sfiorato, intento come era a sognare il Regno della Libertà e dell’Abbondanza di cui i capitalisti stavano, a suo parere, ponendo irrevocabilmente le basi.

• La mitizzazione del metodo dialettico. La dialettica marxiana si basa sulla triade tesi-antitesi-sintesi e si applica a qualsiasi dinamica sociale. Purtroppo un uso eccessivo e del tutto rozzo di questo strumento ha fatto sì che esso diventasse “o un guazzabuglio di banalità, una forma di doppiosenso, un oscurantismo pieno di pretese, – o un insieme dei tre.” (Charles Wright Mills, The Marxists, 1962)

Ad ogni buon conto, pur andando oltre Marx, è necessario ristabilire la verità delle idee tutte le volte che i lumpenintellettuali ci presentano un Marx sostenitore dello stato, portabandiera della scuola di stato, favorevole al protezionismo, contro il globalismo e altre simili idiozie. Essi vanno smascherati come propagandisti disonesti o ignoranti imbrattacarte. In sostanza è tempo di smetterla di usare Marx come arma ideologica per lotte di potere. Coloro che lo ritengono utile devono ritornare a prenderlo in esame come uno dei pensatori del passato e valutarlo-criticarlo per quello che ha realmente detto e fatto e non per le invenzioni prodotte su di lui dai tanti quaquaraquà del regime statista.

Sbugiardando i marxisti inventati e il loro socialismo da Grande Fratello facciamo non solo opera scientifica ma anche un lavoro necessario di controinformazione sulle manipolazioni degli imbonitori politici di tutte le sette. A quel punto, tra un onesto socialista, un onesto capitalista e un onesto liberale le differenze potrebbero risultare meno profonde di quanto sono fatte apparire dai propagandisti dello stato, e un punto di incontro per una comune lotta di liberazione potrebbe essere trovato in nome della scienza, della sperimentazione e della libera scelta. E forse scopriremo che “Gli aspetti di maggior valore del liberalismo classico sono stati incorporati nel modo più convincente e più fecondo nel marxismo classico.” (Charles Wright Mills, The Marxists, 1962)

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Mostrati 6 commenti
  • Daniele
    Rispondi

    Premettendo che il sottoscritto non ha mai letto una riga scritta da Marx in vita sua, posso confermare che effettivamente l’idea che ne avevo finora era quella che in questo articolo viene fatta passare per sbagliata. Detto questo, che fondamentalmente avvalla la tesi principale di questo articolo, non posso fare altro che considerare che effettivamente leggendo i virgolettati dello stesso Marx sopra citati mi rendo conto che si aprano a molte diverse interpretazioni, che possono essere positive o meno, e non mi meraviglio pertanto che a distanza di anni il suo pensiero possa essere stato frainteso, questo succede ed è successo non solo per Marx.
    Questo perchè, come giustamente si dice anche nell’articolo, Marx era un uomo dell’ottocento e il suo pensiero non poteva che partire dall’ottocento per arrivare…all’ottocento. Condivido pertanto appieno la conclusione che usare Marx come strumento per una lotta ideologica o politica sia assolutamente inutile e controproducente.

  • Azrael
    Rispondi

    Quando non scrivete per slogan, gli articoli sono interessanti. Cercate di ricordarvelo più spesso e invece di rivolgerle solo agli altri certe critiche, ogni tanto fatevi un esame di coscienza

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      Consiglio accettato, ma gli slogan servno proprio – dal punto di vista della comunicazione – a focalizzare taluni concetti in modo immediato. Grazie!

  • bbiero
    Rispondi

    GRAZIE PER QUESTO EDITORIALE,GRAZIE

  • Dria
    Rispondi

    Molto interessante e istruttivo.
    Ricordiamoci però, riguardo al punto 7, che lo stesso Marx non ha mai fatto un cazzo in vita sua oltre a scrivere e si è sempre fatto mantenere dalla famiglia prima e dagli amici poi.

  • Haleorom Lefirio
    Rispondi

    Articolo interessante. Vorrei però ricordare che per Marx lo Stato era in mano ai borghesi (ergo: capitalisti), poi per quanto riguarda lo sfruttamento minorile mi sembra un punto totalmente mancato, si è fatto apparire che Marx è uno a cui piacerebbe vedere bambini lavorare e studiare tutto il giorno, ma questo è una incomprensione dell’autore, facile prendere una frase lì e una frase qui, se è per quello ci sono circa una 50ina di pagina nel Capitale dove Marx denuncia apertamente lo sfruttamento minorile (sarebbe opportuno leggersi il Manifesto, sono solo 20/30 pagine o poco più, quanto meno quei 20 minuti spesi a leggerlo avrebbero contribuito a l’articolo). Le frasi riportate sotto intendono che la società sia già comunista, cioè dove lavoro intellettuale e produttivi sono uniti e dove un bambino di 10 anni non deve fare 8 ore al giorno di lavoro. Per quanto riguarda il metodo dialettico lo stesso Marx ha detto che lo ritiene (per la completa analisi che ha fatto del sistema capitalista) il “motore” dei fenomeni sociali, quindi non di TUTTI i fenomeni del mondo. Poi ribadì anche che esso era solo un “modo di vedere” che non costringe al suo uso come DOGMA, molti punti (anche sul Capitale) non sono risolti dialetticamente. Per la maggior parte della tua analisi concordo, molti non lo hanno capito, anzi, molti credono che lui abbia dato la soluzione di tutto e non si chiedono nemmeno cosa sia realmente il comunismo essendo sopraffatti dalla ideologia (cosa a cui Marx si è sempre opposto, all’ideologia intendo), ma nessuno può darla. Cmq anche Darwin è vissuto nell’800, questo non vuol dire che non potesse formulare (sebbene a grandi linee) una teoria esatta sull’evoluzione delle specie, non si possono negare le sue scoperte solo perchè il mondo è molto cambiato, perchè il mondo risponde alle stesse “leggi” sia oggi che ieri, Marx ha eseguito l’analisi più dettagliata della storia del capitalismo e ne ha individuato le “leggi” che ancora oggi sono valide, non esiste capitalista che possa mettere in discussione i suoi studi (la scienza può essere applicata a qualsiasi cosa, quindi anche alla società, che non è altro che un insieme di rapporti umani, spiegati benissimo anche dalla psicologia, l’economia nasce nella società e quindi anche essa rientra nel campo scientifico e può essere spiegata), l’unica cosa che può essere messa in discussione forse sono le sue teorie riguardo la trasformazione del valore in prezzo, ma le “spiegazioni contrarie” sono totalmente ipotetiche e, alle volte, assurde (per esempio il classico esempio “Se io sono nel deserto l’acqua vale di più del diamante”, grazie al cazzo, non c’è il capitalismo nel deserto) e comunque al di fuori che la teoria del prezzo sia corretta o no non può minare l’analisi del rapporto tra venditori di merci.

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