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DI SALVATORE ANTONACI

E finalmente governo fu! Dopo oltre 570 giorni di crisi politico-istituzionale, infatti, il Belgio avrà, presumibilmente da lunedì, un esecutivo nuovo di zecca guidato da Elio di Rupo, esperto mestierante socialista, uscito indenne da una sciarada interminabile che avrebbe potuto abbattere chiunque. Non questo virtuoso della mediazione, capace di far accordare i principali partiti del paese su un corposissimo e defatigante dossier, istituzionale oltre socio-economico.

Basti pensare che il programma della neonata compagine risulta “condensato” in qualcosa come 179 pagine fitte fitte. Ma, passata l’euforia del giorno dopo, bisognerà fare i conti con la dura realtà dell’immediato futuro che si riassume in una frasetta semplicissima quanto gravida di conseguenze future: il Belgio è un paese fallito.

Nonostante, infatti, gli sforzi di socialisti, democristiani e liberali abbiano consentito di raggiungere un fragile compromesso, in articulo mortis, su diversi temi scottanti quali la ripartizione delle spese per il welfare statale o l’assetto del famigerato distretto BHV, l’inerzia volge ineluttabilmente in direzione di una separazione fra le due comunità. A congiurare verso questo esito l’insofferenza ed il malessere crescente verso una struttura tarlata da troppi errori ed orrori burocratici, affrettatamente passati in cavalleria come “contributi alla realizzazione di un autentico spirito federale”.

Fatto sta che, ad un certo punto, la frustrazione maturata per il freno unitario alle velleità di sviluppo, modernizzazione, elasticità decisionale della parte più dinamica nel connubio fiammingo-vallone si è trasformata in un rigetto puro e semplice di tutta l’architettura statale. E quanto la mistica della nazione una ed indivisibile, verrebbe da dire mutuando formula di quel passato francese non certo estraneo al singolare ircocervo belga, sia in crisi lo testimoniano le prime reazioni alla nascita del gabinetto Di Rupo. Nelle Fiandre, infatti, la formazione autonomista-indipendentista, la N-VA(nuova alleanza fiamminga, erede della VolksUnie) è volato ad un incredibile 40% di potenziali consensi, eguagliando, da sola, i tre partiti formanti la coalizione. Cosa ciò significhi non dovrebbe sfuggire a Bart de Wever, il leader dei regionalisti: nonostante il fiume di retorica patriottarda che si è riversato in ogni casa, la risposta è il rigetto vieppiù amplificato.

Si tratterà di vedere ora se a dare il colpo di grazia al castello dell’unione sarà il salasso fiscale in arrivo imposto dall’UE o non piuttosto il fragoroso crollo del colosso bancario-assicurativo Dexia, fino a non molto tempo fa fiore all’occhiello della finanza brussellese.

Comunque sia, non serve di certo la sfera di cristallo a prevederlo, non sarà un’attesa molto lunga.

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Showing 5 comments
  • lafayette

    Mi associo ai timori espressi da ambedue i commentatori: la crisi può indurre a tentativi autoritari. Ma, a differenza del passato, la coscienza individuale( e quindi anche sociale) è più vigile. Non una garanzia, certamente, ma una difesa in più. Speriamo basti.

    • Borderline Keroro

      Veramente questa vigilanza non la vedo. Se salta tutto, e salta di sicuro, la gente avrà problemi di pancia.
      Di riempimento della pancia, intendo, per cui avranno gioco facile i dittatorelli che indicano l’untore di turno come causa del male.
      Succede in tutti i campi dell’attività umana, dallo sport all”industria, dalla politica all’economia.
      I media mainstream sono in prima linea ad imboccare la gente, altro che a formare le coscienze e fare i cani da guardia della democrazia.
      Speriamo bene. Ma molto meglio, agiamo bene.

  • Fidenato Giorgio

    @riccardo.
    Il pericolo c’è, bisogna vigilare e non cedere mai. Poi succederà quel che deve succedere.

  • Riccardo

    Il Belgio fallisce. Non è l’unico. Il fallimento delle democrazie parlamentari determinò le dittature del XX° secolo. Adesso assistiamo ad un fallimento peggiore. Quello del concetto di Stato democratico. E questo fallimento coinvolge l’intero pianeta. Non vorrei che tutto ciò possa aprire la strada a dittature ben più feroci. In fondo, quacuno potrebbe pur sempre dire: “La Cina comunista è l’unica che ha una cresita economica inarrestabile. Quindi, bisogna fare come lei, cioè, più poteri allo Stato” Non sarebbe la prima volta che l’agonia di un sistema politico genera dei crimini ben peggiori di quelli che commetteva quando era in salute.

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