In Anti & Politica, Economia, Libertarismo, Saggi

di GIOVANNI BIRINDELLI

Il concetto di gentiluomo, termine che originariamente aveva un’accezione esclusivamente maschile e che oggi, senza essere costretti a modificarlo in gentildonna quando ha un’accezione femminile, può essere riferito all’uomo in quanto persona umana, è stato ben descritto da Samuel Smiles, nel 1859: “Il vero gentiluomo ha un profondo senso dell’onore ed evita scrupolosamente di compiere azioni meschine. Il suo livello di probità, sia nelle sue azioni che nella sua parola, è alto. Egli non schiva le sue responsabilità né prevarica, non si nasconde né si muove furtivamente, ma è onesto, ha la schiena dritta ed è schietto. La sua legge è la rettitudine – azione in linea retta. Quando dice ‘si’ è legge .. Soprattutto, il gentiluomo dice la verità” .

Nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale (1700-1850), dal 1707 la Gran Bretagna, l’essere gentiluomini aveva anche una precisa funzione economica: quella disegnalare fiducia. In quel periodo, infatti, si assiste a una de-burocratizzazione dei rapporti economici: come scrive Joel Mokyr nel suo bellissimo libro The Enlighted Economy, An Economic History of Britain 1700-1850 (2009, Yale University Press) “gli accordi formali e siglati, di cui nel diciassettesimo secolo veniva fatto un uso ampio, a partire dal 1750 lasciano il posto ad accordi verbali e a strette di mano fra gentiluomini”. È chiaro allora che, in un sistema economico estremamente dinamico fatto prevalentemente di relazioni orizzontali fra individui, il loro essere gentiluomini (e l’essere percepiti come tali) diventa necessario per svolgere il proprio lavoro, per scambiare beni e servizi con gli altri agenti economici e per progredire economicamente e socialmente (lo stesso principio della reputazione oggi lo vediamo su internet, per esempio su siti quali eBay, dove ancora resiste il libero mercato).

L’intensità delle relazioni orizzontali, quelle fra individuo e individuo (che in Gran Bretagna nel periodo della Rivoluzione Industriale era molto alta), è inversamente proporzionale all’intensità delle relazioni verticali, quelle fra individuo e stato, e quindi alle dimensioni e alle funzioni dello Stato. In quel periodo infatti, pur non essendo minimo (tutt’altro), lo Stato era piuttosto ridotto rispetto a oggi. Per esempio, il suo ruolo nella difesa della legge e nella sanzione di coloro che la violavano avveniva solo in circostanze eccezionali ed era residuale: normalmente queste funzioni venivano svolte dalla società civile, per esempio mediante l’isolamento dei trasgressori (di nuovo come su eBay). Se di norma fosse dovuto intervenire lo Stato nella difesa della legge e nella sanzione dei trasgressori, il sistema economico che ha creato le basi per la crescita più portentosa della storia del pianeta sarebbe collassato: sempre Mokyr scrive che “il sistema della giustizia penale era nel complesso una misura di ultima istanza”.Nell’economia britannica all’età dell’Illuminismo le istituzioni informali e le norme sociali che favorivano il comportamento collaborativo funzionavano, e funzionavano bene. Se i codici morali fossero stati rispettati meno ampiamente e la cultura (cultural beliefs) fosse stata meno incline a comportamenti collaborativi, i mondi del credito e del commercio si sarebbero disintegrati rapidamente. Codici informali di comportamento e applicazione formale da parte dello stato attraverso le corti di giustizia non dovrebbero essere visti come sostituti ma come complementari… Senza capire come i diritti di proprietà fossero sempre più rispettati e i contratti onorati (invece che applicati dallo Stato – enforced) non si riuscirebbero a capire le radici istituzionali della susseguente [alla Rivoluzione Industriale] crescita economica. Insomma, forse non è azzardato dire che senza istituzioni informali (cioè con uno Stato più intrusivo di quello che c’era all’epoca) la Rivoluzione Industriale in Gran Bretagna e l’impressionante crescita economica da essa prodotta probabilmente non ci sarebbero state o comunque sarebbero state estremamente rallentate e limitate.

In un ambiente economico in cui lo Stato era arretrato al punto che la difesa della legge e la sanzione dei trasgressori in prima istanza avveniva mediante la società civile, la reputazione dell’individuo, il suo essere gentiluomo ed essere percepito come tale, era dunque fondamentale per migliorare la propria posizione economica e sociale. Parte dell’essere gentiluomo era anche l’aiutare non tanto gli “altri” quanto le persone o gli interessi che erano in qualche modo relazionati all’essere gentiluomo. Questo aiuto non era necessariamente frutto di generosità, ma faceva spesso parte di quella segnaletica che, con uno Stato molto ridotto, era fondamentale per comunicare agli altri un’immagine di sé che ispirasse fiducia e consentisse quindi gli scambi volontari di mercato: “[All’epoca della Rivoluzione Industriale] i membri delle classi medie partecipavano a (e sottoscrivevano) questi progetti [filantropici] per assicurarsi di segnalare agli altri che erano bravi cittadini e quindi meritevoli di fiducia. Le persone volevano fare del bene perché volevano essere viste come persone buone, e questo andava a loro vantaggio” . Si ha così una forte produzione privata dei cosiddetti “beni pubblici” (quelli che producono esternalità positive e per i quali non è possibile far pagare il biglietto – come i fari per la navigazione tanto per intenderci o i miglioramenti al sistema di navigazione fluviale) dei “servizi” (strade, porti, ponti, etc.) e del volontariato/organizzazioni filantropiche. Nasce e prospera in questo modo la civil economy in cui i famosi “servizi” vengono in buona parte  e spesso in prima istanza finanziati volontariamente da privati e non mediante coercizione statale (tasse).

Non è che l’economia dell’epoca fosse il libero mercato (e quindi che lo Stato fosse minimo): politiche mercantilistiche, discriminazione delle donne, lavoro minorile pesante (questo soprattutto all’inizio della Rivoluzione Industriale, meno dopo) e altro impediscono di considerare quella del periodo un’economia di mercato, la quale nasce e muore con la sovranità della legge intesa come principio astratto e generale (e quindi con lo Stato minimo). Ma la tendenza era in quella direzione. Né è lontanamente immaginabile che tutte le persone che partecipavano agli scambi economici fossero dei gentiluomini, ma il gentiluomo era il modello di riferimento: “Il punto non è tanto se la preponderanza degli agenti economici britannici si comportassero così [da gentiluomini], quanto se questi ideali influenzavano il loro comportamento abbastanza da rendere un’economia di mercato possibile senza la mano dura dell’applicazione della legge da parte dello Stato” (sempre Mokyr, che evidentemente ha un’idea di “economia d mercato” più ampia del sottoscritto).

Adesso facciamo un salto di un secolo e mezzo (decennio più decennio meno). La situazione è esattamente a rovescio. Le relazioni coercitive verticali (quelle fra individuo e Stato) hanno sostituito quelle volontarie orizzontali (quelle fra individuo e individuo) e continuano a sostituirle sempre di più e sempre più velocemente. Questo assetto piramidale con al vertice il burocrate statale ha contribuito a sostituire il modello del gentiluomo col modello del leccapiedi, del parassita, del lacché, del portaborse. I “beni pubblici” e i “servizi” si dà per scontato che li debba e addirittura che li possa produrre solo lo Stato e, parafrasando Frédéric Bastiat, si dà per scontato che tutto muore tranne ciò che lo stato fa vivere. Di nuovo il modello del gentiluomo viene sostituito da quello del suddito che, incapace di distinguere fra solidarietà e coercizione, concepisce l’aiuto agli altri solo mediante lo Stato e l’imposizione. Il risultato è la decimazione della civil economy: come ricorda per esempio Milton Friedman, “l’apice del laissez-faire verso la metà e la fine del diciannovesimo secolo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ha visto una proliferazione straordinaria di organizzazioni e istituzioni filantropiche. Uno dei costi maggiori dell’estensione dello Stato sociale è stato il corrispondente declino nelle attività di carità private”.

I sistemi cosiddetti “democratici” (che nulla hanno a che vedere con la democrazia per come era originariamente intesa, al punto che Friedrich von Hayek per esempio è stato costretto a inventare un nome di sana pianta, demarchia – in inglese demarchy –, per distinguere la democrazia da quella porcheria che oggi viene chiamata con lo stesso nome) danno non solo la possibilità ma anche gli incentivi ai detentori del potere politico di comprarsi legalmente i voti degli elettori usando il potere coercitivo dello Stato per fornire sempre più “servizi”, cioè di sottrarre sempre più risorse al settore privato e di distorcere e distruggere sempre di più l’ordine spontaneo del libero mercato. Per pagare questi “servizi” che ha bisogno di aumentare continuamente per sopravvivere, lo Stato ha tre soli possibili canali coercitivi: le tasse, il debito pubblico e l’inflazione (la stampa di moneta legale), nessuno dei quali può aumentare all’infinito (più del 100% lo Stato non può tassare; più di un tanto non può indebitarsi altrimenti perde la sua capacità di ripagare il debito e non troverà più nessuno disposto a fargli credito; più di un certo livello l’inflazione non può crescere altrimenti il sistema economico crolla). Lasciamo perdere per motivi di spazio gli ultimi due concetti e concentriamoci sul primo: le tasse.

Nei paesi in prima fila in questo processo di decadimento economico e sociale (tipo l’Italia), le tasse sono spesso vicine al limite del 100% così lo Stato, non potendo più facilmente finanziare i suoi “servizi” crescenti con nuove tasse, e rifiutandosi ovviamente di ridurre le proprie dimensioni e funzioni, per raschiare il barile colpisce l’evasione fiscale, cioè la sottrazione di risorse produttive alle strutture parassitarie (qui mi immagino il sollevamento di scudi da parte di molti: per una mia discussione più approfondita dell’evasione fiscale rimando al seguente articolo: parte 1parte 2) e a questo scopo mette in atto una campagna mediatica e normativa che, agendo sulle corde dell’invidia e sulla strategia del divide et impera, contribuisce ulteriormente a sostituire quel poco che ancora rimane della figura del gentiluomo in quella del delatore, della spia e perfino del ladro (pare che in Grecia il governo stia seriamente considerando l’ipotesi di permettere il furto ai clienti di coloro che non emettono scontrino fiscale, e ovviamente la cosa ha suscitato grande entusiasmo in Italia, dove un sondaggio de Il Sole 24 Ore ha mostrato circa il 90% di voti favorevoli all’introduzione di questa misura nella penisola). Il risultato di tutto questo (anche di tutto questo) è la catastrofe economica.

Mettiamo da parte per un attimo la preparazione economica e la conoscenza/comprensione delle teorie economiche della scuola austriaca (le quali sono evidentemente assenti in chi ha e ha avuto responsabilità di governo in Italia, tanto per fare un esempio): che il sostituire le relazioni volontarie orizzontali (che presuppongono, come modello di riferimento, quello del capitalista gentiluomo) con quelle coercitive verticali (che presuppongono invece il modello del leccapiedi, del parassita, del lacché, del questuante, del delatore e del ladro) possa produrre crescita economica invece che progressivo decadimento, lo può concepire solo una mente malata, oppure una in malafede.

Tratto da http://www.lindipendenza.com/

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