In Economia

DI MATTEO CORSINI

“C’è o, per fortuna, c’era una scuola di pensiero dell’”austerità espansionista” che suona così: riducete il deficit e l’economia ripartirà, perché famiglie e imprese, confortate da queste “coraggiose” misure, ritroveranno fiducia e voglia di spendere: la maggiore spesa privata si sostituirà alla minore spesa pubblica e l’economia, alleggerita e salubre, ritroverà la via della crescita… Le cose, come sappiamo, non stanno andando così. Nei Paesi dove è stata più forte l’austerità imposta da quella improbabile scuola di pensiero l’economia sta soffrendo di più. La polemica sull’eccesso di austerità si è riaccesa a causa di un capitoletto nell’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario. Il box, di cui è autore il capoeconomista del Fmi, Olivier Blanchard, sostiene che i moltiplicatori fiscali sono stati sottostimati… il Fmi ha appunto calcolato che, col senno di poi, i moltiplicatori fiscali possono essere stimati a livelli fra 0,9 e 1,7! Tutto questo rappresenta una grande rivendicazione delle teorie keynesiane.” (F. Galimberti)

La pubblicazione periodica del World Economic Outlook del Fmi fornisce solitamente spunti di discussione a chi si interessa di economia. Questa volta l’attenzione si è concentrata su un box curato dal capoeconomista, Olivier Blanchard, che ritiene siano stati sottostimati i moltiplicatori fiscali, il che spiegherebbe la dannosità di politiche di contenimento del deficit pubblico nelle economie in difficoltà.

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Non è un mistero che il Fmi, già con la direzione di StraussKahn
(socialista) e ancor oggi con Lagarde (che era ministro con Sarkozy, il cui governo è stata una versione neppure troppo annacquata di socialismo) abbia virato verso il keynesismo, ancorché venga ancora considerato, nell’immaginario collettivo e soprattutto nell’universo noglobal, come fautore di diaboliche politiche “neoliberiste”. Lo stesso Olivier Blanchard è un economista keynesiano, e non stupisce affatto che cerchi di portare acqua al mulino interventista.

Fabrizio Galimberti, gongolando non poco, riferisce dello studio di Blanchard come se si trattasse di un testo sacro, traendone subito la conclusione che esso “rappresenta una grande rivendicazione delle teorie keynesiane”. Il succo della questione è presto detto: ridurre il deficit quando l’economia va male è controproducente, alla faccia della “improbabile scuola di pensiero” che starebbe prevalendo in Europa.

Curiosamente lo stesso Galimberti utilizza, in forma grafica, dei dati sulle variazioni del Pil e dei saldi della pubblica amministrazione che non farebbero sembrare così autoevidenti le tesi keynesian-blanchardiane. A parte questo, qualche precisazione credo meriti di essere fatta. Se in un Paese la pressione fiscale e la spesa pubblica sono già superiori alla metà del Pil, magari con un debito pubblico già in partenza elevato, il problema non è l’austerità in quanto tale, bensì l’austerità praticata con netto sbilanciamento dal lato dell’aumento delle entrate. Manovre del genere sono sicuramente controproducenti, anche se rimandare il risanamento non sarebbe un’alternativa praticabile, se non facendo default. Ogni riferimento al caso italiano non è affatto casuale, ma ritengo che il principio sia valido in generale.

Se si ritiene che la produzione di ricchezza sia prerogativa del settore privato (mentre lo Stato può tutt’al più redistribuirla o distruggerla), la logica impone che si debba auspicare che al settore privato sia lasciata la maggior quantità di risorse possibile. Ciò comporta minore pressione fiscale e, di conseguenza, minore spesa pubblica. Per questo il risanamento deve essere basato sui tagli di spesa pubblica e non sull’aumento delle tasse. A questo punto, solitamente i welfaristi iniziano a lanciare grida di allarme, perché, a loro dire, verrebbero tagliati i servizi essenziali.
Credo si tratti di pretesti utilizzati per evitare che si tagli qualsiasi spesa, anche la più parassitaria. Che, poi, il welfare state debba essere quello attuale, penso sia del tutto opinabile, al di là della sua ormai evidente insostenibilità.

Qualcuno, però, potrebbe sostenere che la produzione di ricchezza non sia prerogativa del settore privato. Costui dovrebbe chiarire, allora, da dove prende le risorse lo Stato, oltre a spiegare come mai all’aumento dell’intervento massiccio e continuativo statale fanno seguito per lo più alti debiti pubblici e scarsa crescita economica. Come funziona, in quel caso, il famoso moltiplicatore?

L’accumulazione di debito potrebbe trovare spiegazione nella volontà di non prelevare troppe risorse al settore privato mediante tassazione, per non soffocare la crescita del Pil, fornendo al tempo stesso i servizi pubblici.
Oppure, quando le cose vanno male, per non peggiorare la recessione. Ma che fare quando finanziare ulteriori deficit diventa impraticabile (per mancanza di finanziatori o per costo del debito insostenibile)? Quando, cioè, la favola del “piano di risanamento dei conti per il medio termine” (noto mantra keynesiano) a fronte di ulteriori deficit nel breve non viene più creduta? Qui intervengono due possibilità, non a caso reclamate assieme dai keynesiani nell’attuale crisi europea:
mutualizzazione del debito e sostegno da parte della banca centrale, ossia monetizzazione. In entrambi i casi, si tratta di una redistribuzione di ricchezza, per di più su scala continentale, a conferma del fatto che lo Stato (o il super Stato) è, nella migliore delle ipotesi, un mero redistributore.

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Comunque la si metta, la storia si ripete: ogni debito pubblico rappresenta imposte che qualcuno prima o poi dovrà pagare, o esplicitamente, o mediante inflazione. Questa è la conseguenza del keynesismo, al di là delle chiacchiere sul moltiplicatore.

 

 

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Showing 6 comments
  • Anthem
    Rispondi

    Analisi chiara inoppugnabile rapida… perfetta! Purtroppo chi non vuol capire non capirà mai (o forse non PUO’ capire, per occlusione mentale ideologia o pigrizia neuronale). Comunque grazie

  • cristian
    Rispondi

    “…ogni debito pubblico rappresenta imposte che qualcuno prima o poi dovrà pagare, o esplicitamente, o mediante inflazione. ”
    Gran bel finale!
    Peccato che il debito di uno stato non è paragonabile a quello di un privato.
    Son due cose ben distinte. Uno stato con moneta sovrana non potrà mai fare default, perché sarà sempre in grado di ripagare i suoi creditori. ..e questo non lo dico io… https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=4XtQqRVba_Y
    Ovviamente l’Italia non ha moneta sovrana al momento, in quanto con l’Euro dal 2002 ha abbandonato il potere di CREARE moneta; oggi lo Stato è UTILIZZATORE di una moneta (l’Euro) come il settore privato. La deve prendere in prestito dai mercati privati e in cambio deve ripagare gli interessi tagliando in spesa pubblica e alzando la tassazione. E’ questa la causa maggiore della crisi attuale in Italia e in tutta la zona euro. Soprattutto la causa dell’incapacità di uscire da questa crisi.
    Il settore privato (cittadini e imprese) non crea ricchezza al netto. Non crea moneta, ma la utilizza, semplicemente. E’ lo Stato che ha la possibilità di creare ricchezza al netto nel settore privato. E solo lui ne ha la possibilità. Perchè crea moneta. E ovviamente deve possedere una sovranità monetaria, cosa che l’Italia purtroppo oggi non ha.

    • Libermer
      Rispondi

      La moneta NON è ricchezza, ma un mezzo di scambio.
      Se lo stato invece di indebitarsi, crea moneta per coprire le sue spese, non avrà debito, ma i cittadini di quello stato avranno una moneta iperinflazionata dal valore tendente a zero. E con un mezzo di scambio il cui valore tende a zero non scambi proprio nulla. Niente scambi, niente mercato, niente di niente. Solo morte e miseria!

  • Alessandro
    Rispondi

    Secondo nicola, basterebbe aggiungere uno zero a tutti i conti correnti per ritrovarci tutti dieci volte più ricchi. Ciao.

  • Alessandro
    Rispondi

    Nel post prescedente ho scritto nicola ma intendevo cristian, scusatemi. Ciao.

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