In Anti & Politica, Economia

DI ANDREA FENOCCHIO

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La Chiesa Cattolica, tallonata e minacciata dal marxismo che ormai dominava nella cultura occidentale, si era decisa a portare una ventata di novità con il Concilio Ecumenico Vaticano II. Conseguentemente un padre della Chiesa come sant’Agostino, col suo pessimismo e con la sua «scomoda» visione della religiosità, finì in soffitta. Per parlare della «scomodità» di sant’Agostino un libro non basterebbe e probabilmente nemmeno un’enciclopedia. Ci limiteremo perciò ad alcune considerazioni generali.
Sant’Agostino, innanzitutto, non credeva nella bontà dell’uomo: a causa del peccato originale siamo tutti dannati e solo l’intervento della grazia di Dio può determinare la nostra salvezza. Possiamo comportarci rettamente, fare la carità e andare a messa per le feste comandate, ma se Dio non ci redime con la sua grazia noi siamo tutti pronti per l’inferno. Da questa visione deriva la sua concezione politica illustrata nella Città di Dio («De civitate Dei»).
Per Agostino gli statisono un bene negativo: sono nati dal sangue («Il primo fondatore di città fu dunque un fratricida» scrive il santo riferendosi a Caino) e servono unicamente a far sì che gli uomini si scontrino tra loro il meno possibile. Se gli uomini non fossero malvagi, chi più chi meno, per natura, gli stati non servirebbero.
È bene tuttavia ricordare, come osserva Dino Bigongiari nel suo saggio The political ideas of Saint Augustine che Dio non ha creato gli stati ma ne ha soltanto permesso la costituzione. Lo ricordiamo prima che a qualcuno venga in mente di dire che gli stati ce li ha mandati confezionati così come sono Nostro Signore.
Altro elemento, infine, che ha reso «pericoloso» il santo africano per i chierici innovatori è la definizione di guerra giusta, che in passato è servita a tutti gli apologeti della guerra. Agostino non poteva certo essere un guerrafondaio: si limitava ad accettare la triste necessità dello scontro bellico, a distinguere tra guerra e guerra ma soprattutto a distinguere le responsabilità. Per lui infatti non poteva essere condannato il soldato che uccide obbedendo agli ordini dei superiori. Colpevoli, caso mai, sono i capi degli stati che muovono la guerra. O voi credete che il soldatino sia tale e quale al grosso capo di stati che danza al suono delle bombarde e dei cannoni?
Nota
1. Al tempo di Agostino, lo stato così come lo conosciamo non esisteva: tale termine dunque è improprio e qui designa, per semplificare, il potere coercitivo e l’obbligazione politica.
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  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    Egregio Fenocchio,
    mi aiuti a trovare nei documenti del Concilio che lei non cita, la “messa in soffitta” di Sant’Agostino.
    Sant’Agostino e quello che lei definisce impropriamente il suo pessimismo era già una seconda replica del concetto che non è affatto pessimista, ma soltanto vero. Gesù nel Vangelo a più riprese indica la condizione umana senza Dio e le sue tragiche conseguenze. La seconda replica appartiene già a San Paolo che scrive ai Romani “So infatti che in me, in quanto uomo peccatore, non abita il bene. In me c’è il desiderio del bene, ma non c’è la capacità di compierlo. Infatti io non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio.”
    Gli stati sono di certo un invenzione umana e come tale destinata solo alla sparizione e all’oblio. Non c’è stato per i santi, e non c’è santo che riconosca altro stato che quello della città celeste.
    Quanto alla responsabilità dei potenti sta scritto al capitolo 6 del libro della Sapienza :
    La vostra sovranità proviene dal Signore;
    la vostra potenza dall’Altissimo,
    il quale esaminerà le vostre opere
    e scruterà i vostri propositi;
    poiché, pur essendo ministri del suo regno,
    non avete governato rettamente,
    né avete osservato la legge
    né vi siete comportati secondo il volere di Dio.
    Con terrore e rapidamente egli si ergerà contro di voi
    poiché un giudizio severo si compie
    contro coloro che stanno in alto.
    L’inferiore è meritevole di pietà,
    ma i potenti saranno esaminati con rigore.

  • Nereo Villa
    Rispondi

    Agostino è caratterizzato da Rudolf Steiner come uno dei primi statalisti, cioè promotori dell’istituzione, e dello Stato come quello che abbiamo, cioè impastato di impero romano. Se volete, posso trovare i miei appunti comprovanti quanto ho detto.

    • Riccardo
      Rispondi

      Il teosofo Rudolph Steiner non mi sembra un punto di riferimento convincente. Almeno per quanto riguarda l’argomento in quesione.

      • Nereo Villa
        Rispondi

        Perché non ti sembra convincente? Chi conosce Steiner (che non è un teosofo anche se lo è stato ma quando ha visto che la teosofia considerava il Cristo un avatara come gli altri si defilò dai teosofi e si occupò di antroposofia) sa che non dice mai cose da credere o da non credere, bensì che dimostra con documenti quello che afferma.

    • Antonino Trunfio
      Rispondi

      Caro Nereo,
      citare in questo Steiner o chiunque, equivale a dire di qualcuno quello che un’altro ha raccontato a suo riguardo, ritenendo che questo basti a chiudere la questione.
      Non conosco Steiner ma se mi mandi i tuoi appunti per mail li leggerò certamente.
      Una cosa la posso dire per me : da miserabile seguace di Gesù non riconosco stato, apparati, burocrazie di poteri terreni. Ma solo la città celeste di cui anche Sant’Agostino ebbe a scrivere.
      E’ bellissima a riguardo la storia dei tre giovani nella fornace ardente, condannati a morte dal un tiranno di cui parla anche la sacra scrittura : Nabucodonosor.
      Ciao

  • Nereo Villa
    Rispondi

    “citare in questo Steiner o chiunque, equivale a dire di qualcuno quello che un’altro ha raccontato a suo riguardo, ritenendo che questo basti a chiudere la questione”?
    Questo sarà così per te forse. Ma non di certo per me. Io la questione l’ho scritta per aprirla non per chiuderla. Oggi comunque non si tratta di seguire Gesù, ma casomai il Cristo, dato che si parlava di “Gesù, detto il Cristo”. Il Cristo era il nome tecnico per indicare il figlio dell’uomo (altro nome tecnico), cioè l’io… Prima l’uomo non indicava se stesso con la parola “io”, bensì in terza persona come fanno i bambini: “Mario vuole giocare”, e non: “io voglio giocare”, così si diceva: “l’anima mia esulta” e non “io esulto”, “l’anima mia magnifica il Signore…”, e non “io magnifico il Signore”. Insomma il nome di Dio era “Eié escèr eié”, che significava e significa “Io sono l’IO SONO”, e questa forza di autopresentazione di se stessi si manifesta col Cristo… Comunque ti cerco i documenti.

  • Nereo Villa
    Rispondi

    Da quegli appunti su Agostino (che ti cerco stanotte a casa mia; in questo momento non sono a casa) ricordo di aver ricavato questo scritto, che ho trovato in una mia chiavetta:

    “L’amore della verità ha bisogno del tempo della riflessione” era solito dire un Agostino. Diceva, sì, il vero ma negava poi realtà al concetto di tempo. Non vi è contraddizione? Con Agostino infatti, l’Occidente incomincia ad essere spinto nel processo dell’astrazione e quindi dello statalismo. Questo processo contina poi a protrarsi fino ad incorporarsi completamente in tutto l’Occidente.
    “Solo i grandi spiriti si ribellano a questo processo di astrazione” era solito dire circa un secolo fa Rudolf Steiner, citando Goethe come uno dei massimi fra questi grandi spiriti, e Kant come quello che più di tutti cadde preda dell’astrazione statalista: “Si provi un po’ a prendere la “Critica della ragion pura” (so di dire un’eresia, ma quanto dico è pur vero), se ne leggano gli assiomi, e si converta ognuno di essi nel suo contrario: si otterrà la verità. Bisogna veramente pensare così dei più importanti principi kantiani, riguardanti il tempo e lo spazio. Si possono con tranquillità voltare quei principi nel loro contrario; si può dire no dove è detto sì, e sì dove è detto no: si ottiene circa qualcosa che può essere valido di fronte ai mondi spirituali. Da ciò si potrà dedurre quale grande interesse ci sia nel mondo a falsificare Goethe che sta agli antipodi di Kant” (Rudolf Steiner, “Contributi alla conoscenza del Mistero del Golgota”, conf. di Berlino del 19 aprile 1917).
    Chi si basa sui contenuti della filosofia di Agostino o di Kant senza verificarne gli assunti è poi costretto a procedere dogmaticamente, ponendo contenuti di pensiero (validi in un determinato periodo storico, cioè in periodi temporali alieni da quello presente) come verità di fede, che se non credute generano “eresia”. Ma le verità di fede di queste teste coatte, che si fanno poi “frati” e fratricidi bruciando gli eretici, sono verità o falsità? Sono cose giuste o errori?
    Sono errori. Errori che per accidia ci si “dimentica” di correggere.
    E così, a furia di “dimenticanze” si diventa keynesiani dicendo “meno Stato”; Berlusconi ne è un esempio prototipico.
    Ci vogliono regole autoritarie dice Agostino: “Non accetterei la dottrina di Cristo se non fosse fondata sull’autorità della Chiesa”! Non è proprio un libertario che si appella all’autorità come fa Agostino. Purtroppo perfino oggi ci sono dei libertari che si appellano a questo modo di ragionare! Infatti che differenza c’è fra esso e quello di chi afferma (non è una mia invenzione ma proprio questo mi scrisse un sedicente libertario): “Il libertarismo è pur sempre un’ideologia, e poiché i nostri principi, o i miei principi, sono conformi ad essa, io non accetto altro sistema che non sia fondato sull’autorità di essa, anzi, li giudico una catastrofe”! È un fatto realmente accaduto questo! (che conservo in altri appunti del mio vecchio sito)!!!
    Si veda la vita della politica. Nella sua forma odierna, la politica – ideologica, partitocratica, o democratica che sia – non è altro che il medesimo o totalitarismo o fascismo o imperialismo dei tempi antichi. Le cose cambiano per essere gattopardianamente le stesse: si può essere comunisti o libertari, ma se l’uomo non passa a essere individuo anziché mero gregario o mero esemplare della specie-animale-uomo, la sostanza rimane.
    Lo stesso può dirsi dell’abominevole e menzognera chiesa cattolico-romana (già nel suo essere cattolica, che significa universale, e contemporaneamente romana, vi è una menzogna colossale che nessuno vede, o quanto meno un’impossibilità di universalità del pensare).
    La chiesa, dai tempi di Agostino fino al secolo quindicesimo, attraverso i mistici si definì, sì, cristiana, ma la sua forma non fu altro che quella del vecchio impero romano: vita irrigidita nella forma. Tutto ciò che prima era repubblica e poi impero, lo Stato romano lo trasmise – mediante le proprie manifestazioni di piazza – irrigidito nelle sue forme – al cristianesimo successivo. Trasmise al cristianesimo perfino la capitale, Roma, già capitale dell’impero! E persino gli amministratori delle province si perpetuarono nei presbiteri e nei vescovi. Ciò che era vita precedente, diventa forma successiva per il suo gradino successivo di vita. E ciò continua fino ad oggi con lo IOR, la banca vaticana del papa Ratzinger, nuovo… imperatore e nuovo… faraone perfino nei faraonici paramenti!
    Lo stesso si può comunque dire a proposito dell’uomo odierno. Oggi vi è infatti un colossale tabù su ciò che scaturisce dall’“io sono”, il cui nome tecnico era per gli evangelisti “figlio dell’uomo” (vedi Urs von Balthasar, “Sponsa verbi”, Ed. Jacabook, p. 480).
    C’è una paura folle dell’io umano. Si tratta di una psicosi proveniente da ogni parte religiosa e politica! E i pochi che come Urs von Balthasar osarono affermare quasi balbettando il significato di tale nome tecnico (dell’io; cfr. ibid.) sono immediatamente espulsi dalla chiesa!
    Eppure tutta la vita interiore di ogni essere umano è il risultato di questa fecondazione dell’umanità tramite l’“io sono”!
    Domanda: com’era nelle precedenti forme della vita individuale degli uomini?
    L’uomo antico si esprimeva nominando se stesso in terza persona, esattamente come fanno gli infanti: “Il mio spirito esulta”; “Mario ha fame”, per dire “io esulto”, “io (Mario) ho fame”.
    Il figlio dell’uomo – vale a dire “colui che si presenta come io ai suoi simili” – non nacque e non nasce da carne e sangue, bensì da un elemento IMMATERIALE dell’umanità la cui natura è tale che muove in sé la possibilità della scoperta dell’io. Ed oggi lo si vorrebbe ricacciare nella forma precedente la sua nascita… Però l’operazione non riesce… Perché? Perché il bambino, a un certo punto della sua infanzia dirà sempre “io” a se stesso!
    “Non bisogna avere paura dell’io, o bestie!” scrivevo…
    La nascita verginale del “figlio dell’uomo” da parte della natura umana, il senso della nascita del Cristo in quanto involucro (sindéresi) dell’“io sono” nell’uomo, non è altro che questo.
    Vi è infatti un percepibile rapporto di equivalenza fra la storia dell’individuo e quella dell’umanità: tanto nell’infanzia dell’umanità quanto in quella del bambino si passa dalla consapevolezza di sé in terza persona a quella in prima persona.
    Troviamo testimonianza di ciò nei testi più antichi: come cinquemila anni fa il faraone Azoze, V dinastia, circa 2900 a.C., diceva “La mia maestà ha visto” (G. Farina, “Grammatica della lingua egiziana antica”, Ed. Hoepli, pag. 183 e 184), anziché dire “io ho visto”, così duemila anni fa, la “madre” dice ancora “l’anima mia magnifica il Signore”, anziché dire “io magnifico il Signore” (Luca, 1,46).
    Nella misura in cui provi a ripercorrere all’indietro le antiche forme di autocoscienza dell’umanità, ricercandole dal tempi dell’avvento del “figlio dell’uomo” fino ai primordi, oltrepassando i tempi dell’essenziale esigenza mosaica di un dio che dica di se stesso “io sono l’io sono” (Esodo 3,13-16), fino ai tempi prediluviani, puoi percepire come l’umanità tenda ad indicare se stessa sempre in terza persona singolare, come gli infanti quando, prima di scoprire la parola “io”, indicano se stessi in terza persona singolare servendosi del proprio nome. Ovviamente, qui non si tratta di una percezione materiale simile a quella che si ha di un cotechino, perché qui – a parte i pochi documenti antichi rimasti – la materia percepibile è poca. Si tratta comunque di percezione sovrasensibile, vale a dire di intuizione. E questa è la stessa intuizione che permise a Steiner la seguente affermazione: “La terra degli Atlanti era quella che la mitologia germanica designa con i nomi di “Niflheim”, “Nebelheim”, “Wolkenhein”, terra delle nebbie. […] Il continente atlantico fu sommerso a seguito di una serie di diluvi nel corso dei quali l’atmosfera terrestre si rischiarò. Solo in seguito si videro il cielo azzurro, i temporali, la pioggia e l’arcobaleno. Per questo dice la Bibbia che, dopo che l’arca di Noè aveva toccato terra, l’arcobaleno fu il nuovo segno del patto fra Dio e gli uomini. […] Solo allora l’uomo iniziò a chiamarsi “io”. Gli Atlanti parlavano di se stessi in terza persona” (Rudolf Steiner, “Kosmogonie”, Opera Omnia n. 94, R. Steiner Verlag, Parigi, 26 maggio 1906; cfr. anche R. Steiner, “I manichei”, Ed. Antroposofica, Milano 1995).
    E la vita dell’io in terza persona si è fatta sentire fino nel “plurale maiestatis” degli ultimi papi, perché sempre la vita di un periodo precedente diviene la forma di quello successivo. È una legge evolutiva questa.
    La nuova forma sociale, la nuova moneta, la sovranità dell’individuo, la triarticolazione dell’ordine sociale, in definitiva la neosocietà sarà una comunità nella quale troverà posto anzitutto la reale scintilla cristiana, cioè l’io consapevole di essere assolutamente immateriale.
    Oggi dovremmo dire: Padre nostro liberaci dal male… della stagnazione che è in noi… nel nostro mero emisfero sinistro dell’ideologia che genera gregari, cioè schiavi di idee credute Dio!
    Vera stagnazione è infatti quella del cervello malato di coloro che pretendono l’attuazione della neosocietà e della neofiscalità, retrocedendo, attraverso le forme di ieri, attraverso la democrazia che in verità è usurocrazia: forme antiche che generano altre forme antiche, spingendo le persone a formare da un lato fazioni in lotta fra loro, e contemporaneamente a risparmiare, portando i loro soldi in banca… È la follia! Queste persone, altro non sono altro che un’ignara espressione (una delle tante) della “belva feroce” di cui parlava Nietzsche (F. Nietzsche, “Genealogia della morale”, Adelphi, Milano 1995, pag.30-32) preparando il futuro.
    Invece agli antipodi del futuro, Agostino, uno degli spiriti più eminenti per la chiesa cattolica, che nel suo “De Civitate Dei” diede appunto forma alla chiesa – forma che è ancora quella di oggi – fu necessariamente il più attivo avversario della forma che preparava il futuro.
    Circa 17 secoli fa, Faustus ed Agostino, erano uno di fronte all’altro come il fenomeno goethiano di due polarità di colori: Agostino che, partendo dall’antica autorità dell’impero romano, costruiva sulla chiesa nella sua forma attuale, e Faustus che, movendo dall’uomo, intendeva preparare il senso per la forma dell’avvenire. Questo contrasto, che si sviluppò nel terzo e nel quarto secolo dopo Cristo rimase, e si manifestò poi nella lotta della chiesa cattolico-romana contro i Templari, i Rosacroce, gli Albigesi, i Catari e gli altri.
    Ecco perché Jacques de Molay, l’ultimo dei templari, bruciando sul rogo, disse agli astanti: “Le eresie e i peccati che ci vengono attribuiti non sono veri […]. Sono degno della morte e mi offro di sopportarla, perché prima ho confessato per paura delle torture, e per le moine del papa e del re di Francia”.
    Tutti vennero distrutti sul piano fisico, ma la loro vita interiore continua ad agire.
    E ciò in fondo non è altro che lo swing della vita che agisce, con la sua diastole e sistole.
    La lotta di Agostino contro Faustus non fu altro che un primo aspetto di tale contrasto.
    Se tramite compurerizzazione della mia attività cardiaca costringo meccanicamente il mio cuore ad andare a tempo secondo una media parametrica scientificamente esatta fra un battito e l’altro, non opero per la mia vita ma per la mia morte. E ciò è come portare i soldi in banca, credendo di risparmiare… È come predicare bene e razzolare male. Predico bene, semino la buona novella, le nuove teorie monetarie, economiche, sociali, ecc., ma se continuo a seminare anche i miei soldi in banca, succede come alla semina di Pinocchio. Qui Collodi è bravo nello spiegare le attuali truffe: Pinocchio semina le sue quattro monete nel campo dei fiori su indicazione del gatto (lo Stato) e della volpe (la banca, lo IOR, sua santità Ratzinger, ecc.), e se ne torna gongolando al luogo della buca chiedendosi quante migliaia di monete troverà sull’albero cresciuto dove aveva seminato i soldi “investiti” con grande fiducia nei lestofanti usurai di allora: “‘Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro. Pigliatelo e mettetelo in prigione’. Il burattino rimase di princisbecco e voleva protestare, ma i gendarmi gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia”(Carlo Collodi, “Pinocchio”, Ed. Salani, 1995, in Carlo Alberto Brioschi, “Breve storia della corruzione dall’età antica ai giorni nostri”, Ed. Tea, Milano, 2004). La colpa di Pinocchio è il torto imperdonabile di farsi derubare, esattamente come i “burattini” d’oggi, che si fidano delle banche di Stato. I burattini d’oggi sono coloro che costituiscono il “popolo bue”, gli uomini senza meraviglia, quelli che Pound chiama “uomini di marmo”: “gli uomini di marmo trapasseranno nel nulla” (“Canti pisani”, op. cit.).
    I loro soldi continuano a diminuire; ognuno dice la sua, tutti predicano riforme del sistema monetario, però tutto resta come prima: il “seminato” non da’ frutti, o da’ frutti appassiti.
    In tutta la storia della politica, in quella delle confessioni religiose, e di tutte quelle consorterie del malaffare, che non vogliamo verificare alla radice i propri presupposti, e correggerli, inserendo il nuovo, vi è sempre un “bene fuori tempo” che aspetta di andare a tempo.
    Purtroppo chi paga questi errori è sempre il popolo… “Tutto cambia affinché niente cambi” ma anche affinché il “bene fuori tempo” possa godersi in tempo…

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    ciao Nereo, attendo se trovi il resto degli appunti quando torni a casa. Grazie davvero.

  • Nereo Villa
    Rispondi

    Caro Antonino,
    quanto segue è una mia lettera del 2002 che spedii ad un amico prete, infervorato di Agostino. Non so se lo sai, comunque nel 1980, volevo fare il prete in quanto speravo ancora in una chiesa sana (poi mi accorsi che la mia speranza era infondata, esattamente come la speranza odierna di chi crede di risolvere il problema del signoraggio nella misura in cui lo Stato stampi la propria moneta), e per molti anni poi fui in contatto con amici, preti e teologi, coi quali avevo fatto amicizia. Speravo di trovare la brutta copia di questa lettera in quanto in essa vi erano i riferimenti degli scritti di Steiner di quanto vi affermo. Però non la trovo (ho cambiato tre computer e le cose si perdono). Sono comunque disposto a trovarti tutti i necessari riferimenti (di cui questa lettera è una sintesi), anche se mi ci vuole un po’ di tempo. Semmai te li invio poi personalmente. Un caro saluto [ho inserito una parentesi quadra pensando alla Merkel e a suo marito].

    Castell’Arquato, 25/10/02
    Caro Don ***,
    Agostino, speculativo e platonico, poteva dire che Dio è in tutte le cose, che è l’essere più intimo dell’anima, ma il suo concetto di trascendenza non poteva avere una consistenza logico-razionale. Se ai suoi tempi la tradizione mistica insiste sull’uomo-immagine-di-Dio, il cui essere è nulla in sé, dato che l’unico essere è Dio, ciò non toglie che l’esemplare che si riflette nell’immagine la costituisca. Tommaso infatti, servendosi di Aristotele, stabilisce anzitutto la logica della trascendenza e della distinzione dell’essere di Dio da quello della creatura (analogia entis, analogia fidei, ecc.) sostenendo che non c’è identità di essere tra Dio e la creatura, ma neppure alterità totale, poiché è Dio che da’ l’essere (nesciamà) alla creatura. Credo che se non si vuole ragionare semplicisticamente come Bart, Rahaner e compagnia bella, occorre superare questo aspetto dell’agostinismo.
    Mi sento di dirti queste cose, perché riflettendo su ciò che sta accadendo in Cecenia e nel “teatro russo” (terrorismo) credo che Roma abbia un’unica via oggi per continuare la sua pastorale nel mondo: Soloviev (anche se purtroppo oramai è probabilmente troppo tardi, visti gli ultimi avvenimenti).
    L’idea cristiana dello Stato, che questo teologo russo offriva ed offre come alto ideale, come un sogno dell’avvenire, era ed è un concetto cristiano di Stato e di popolo che afferra l’uomo intero per offrirlo all’io superiore (io superiore, o sé spirituale, o il “non io ma il Cristo in me” di Paolo di Tarso) che si riversa dall’alto per avviarlo all’avvenire, affinché le potenze dell’avvenire lo pervadano di forza cristica. Ma non vi è contrasto maggiore tra l’idea di questa comunità cristiana, in cui il concetto del Cristo è tutto dell’avvenire, e l’idea dello Stato divino di Sant’Agostino (sviluppato in “De civitate Dei”). Agostino accetta, sì, il concetto del Cristo e di Stato, ma lo Stato in questione è quello romano, che accoglie il Cristo nell’idea di Stato trasmessa dallo Stato romano.
    Per me è importante invece anche un sapere adatto al cristianesimo che si evolve verso l’avvenire.
    Nello Stato di Soloviev, il sangue che pervade tutta la vita sociale è il Cristo stesso. E ciò che più conta, è proprio lì che lo Stato viene pensato dotato di tutta la concretezza dell’individualità, e non della burocrazia, pur agendo come essere spirituale, adempiendo cioè la sua missione con tutte le caratteristiche della personalità capace di evolversi in individualità (individualismo etico). Agli inizi del 1900, questa filosofia era ancora in germe, ma l’operazione romana (vaticana) contro il modernismo (cioè contro ogni anelito spirituale altrettanto capace di essere pervaso dal concetto del Cristo come lo fu per esempio la scienza dello spirito di Steiner) non fece che comprimere e scotomizzare le coscienze nel loro anelito cristico di ricerca. Ciò ha provocato, a mio parere, i sintomi di decadenza attuali che si esprimono, per es., nell’attuale slogan terroristico: “O vittoria, o Paradiso”, segno di un impulso cristico senza Cristo (distruggete il mio corpo, e io lo farò risorgere, ricordi?).
    Tutto quello che troviamo in Oriente, dal sentimento popolare fino alla filosofia, non è che il germe di un futuro sviluppo. In altre parole doveva essere lo spirito dell’antico popolo greco, e che divenne guida del cristianesimo, a dirigere l’Europa, non lo spirito giuridico romano [qui, caro Antonino sta ancora il problema della Grecia di oggi, ridotta secondo me ad essere ancora colonia romana o tedesca o americana].
    L’umanità del futuro non può più accettare il civis romanus, nella misura in cui il diritto romano è fondato sulla violenza, vale a dire sul fratricidio (Romolo e Remo) e sulla rapina (ratto delle Sabine).
    Il carattere del popolo russo, orientale, non solo fu educato, ma fu nutrito e allevato nella spina dorsale della grecità, che più tardi, con l’imperialismo romano, con il civis e con il cattolicesimo romano (contraddizione in termini) degenerò, assumendo un rango differente proiettato verso l’esterno.
    A me risulta che il vero terrorismo ha lì, in tale degenerazione, le sue radici. La tavola rotonda dei cavalieri del Graal si è trasformata in pratica in potere piramidale. E’ in fondo la faraonica piramide che Roma, a differenza di Mosé, non volle mai lasciare. E questo è il motivo del mio dissenso con la chiesa.

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    “Beato l’uomo che confida nel Signore” dice così la Scrittura.
    Se non hai fatto il prete perchè deluso dalla Chiesta ci sta, non sei il solo a cui questa cosa è capitata e capita ancora ai nostri giorni, anche senza la vocazione sacerdotale. Tuttavia sono certo che il Signore non ti ha mai deluso, come mai delude nessuno di coloro che confidano il lui soltanto. Questo è quello che conta.
    Grazie Nereo, ora copia tutto quello che hai mi hai cosi cortesemente offerto qui, e me lo leggo con calma nei prossimi giorni. Approfondiremo di sicuro.
    Antonino

  • Nereo Villa
    Rispondi

    Il Signore non mi ha mai deluso semplicemente perché non posso dire di credere nel Signore (nel senso generale che si da’ a questo credere), né nei Signori, dato che “Berescit barà Eloìm” (inizio della Bibbia generalmente tradotto con “All’inizio Dio creò”) non è grammaticalmente credibile: “barà” è la terza persona singolare del passato remoto di “creare”, mentre “Eloim” significa “Dei” e non “Dio”. La desinenza “im” di “El” (o di “Al”, che da’ l’etimologia dell’italiano “Alto”, “Altissimo”, o di Allah, ecc.) è un plurale. La traduzione letterale dovrebbe quindi essere “All’inizio gli Dei creò…”. Quindi ti puoi rendere conto che nella Bibbia abbiamo già nelle prime tre parole un errore grammaticale tramandato per millenni. No. Non credo nella creazione dal nulla.
    Comprendo però, ed apprezzo, la tua fede. Se dobbiamo parlare in termini di fede posso dirti che credo nell’io umano pur sapendo che esso, senza l’individualismo etico, può facilmente sconfinare in egocrazia… Ma non voglio tediarti. Perciò sintetizzo il tutto dicendo che credo che la creazione del mondo è ancora in atto, anche se tutto è compiuto con l’io umano, il quale però può sempre evolversi e mai in modo esaustivo. Insomma per me non esiste un prima e un dopo la creazione. Quello che c’è, c’è da sempre stato, e sempre ci sarà. Se devo chiamare questo essere con la parola “Dio”, allora posso anche dire di credere in Dio ma non nel senso comune che si da’ a questo termine. Ciao e continua così. Se vuoi ti invio tutti i libri elettronici di Steiner che ho. Così puoi ricercare con “trova” tutti i concetti che hai più a cuore. Non lo dico per pigrizia e per farti fare il lavoro che invece ti ho promesso e che ti farò in merito ad Agostino, :) ma semplicemente perché sarebbero per te una vera fonte di teologia libera, cioè aconfessionale.

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