In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

DI CARLO LOTTIERI*

Nei giorni scorsi le dichiarazioni del premier Mario Monti riguardanti il disastro dei conti sanitari hanno spinto taluni a paventare una privatizzazione di ospedali e cure mediche. Subito è arrivata, però, la nota del ministro Renato Balduzzi, che ha sottolineato come vi sia stato «sulle parole del presidente del Consiglio un travisamento mediatico». Se insomma qualcuno ha nutrito l’illusione di una svolta a favore del privato, può abbandonare tale sogno.
Ma avrebbe senso immaginare che ogni settore – comprese la sanità, la giustizia, la protezione ecc. – possa essere privatizzato? Per una curiosa coincidenza, proprio in questi giorni una rivista libertaria californiana, Reason, ha messo on-line un’intervista a David Friedman, la quale può aiutare a guardare con occhi diversi tali temi.

Per l’autore de Il marchingegno della libertà (scritto nel 1973 e tradotto in italiano dall’editore Liberilibri), tutto può essere affidato al mercato e tutto dovrebbe esserlo. Il primo argomento che egli usa è che se è difficile credere che lo Stato possa produrre con successo le automobili o il cibo, perché mai dovremmo ritenere che in una produzione certo non meno semplice – quale è quella del diritto – lo Stato avrà maggiore successo? Perché chi è scadente nel consegnare la posta o nel far viaggiare i treni dovrebbe eccellere nella gestione delle scuole o degli ospedali?
A giudizio di Friedman, sul piano teorico l’obiezione fondamentale allo Stato è da riconoscere nella sua incapacità ad affrontare i problemi di coordinamento. Gli apparati burocratici pubblici sono fallimentari per una ragione assai semplice: in quanto si rivelano inadeguati a connettere tra loro, senza prezzi di mercato e adeguati incentivi, quella miriade di persone che invece il sistema degli scambi sa far cooperare con grande facilità. Questa superiorità della libertà sulla coercizione, della spontaneità sulla pianificazione, è comunque testimoniata anche dalla storia.

Agli argomenti teorici, il figlio di Milton Friedman accosta considerazioni provenienti dai suoi studi sui sistemi legali di civiltà molto diverse e lontane. E questo filone di ricerche è qualcosa di veramente interessante, come ben sa chi abbia letto La città volontaria, un lavoro a più mani (pubblicato pochi anni fa da Rubbettino e Leonardo Facco) in cui s’indaga il diritto commerciale internazionale della lex mercatoria, ma si pone l’attenzione pure sui servizi di protezione e lotta al crimine nelle città inglesi prima della nascita delle polizie statali, sul sistema pensionistico privato delle società di mutuo soccorso, sulle scuole private dell’India contemporanea, e via dicendo. Questi studi ci aiutano a comprendere che lo Stato non ha mai inventato nulla, ma si è limitato a incamerare e monopolizzare talune istituzioni che la società già aveva generato in piena autonomia.

Quando allora ci si chiede se tutto può essere privatizzato, la domanda probabilmente è mal posta. Bisogna invece chiedersi «se» e «in che modo» sia possibile restituire alla società e alle sue articolazioni quello che i poteri pubblici – per ragioni di potere e controllo sociale – le hanno sottratto. La storia del sistema d’istruzione italiano (ma lo stesso vale anche in Francia e altri Paesi) è emblematica: la scuola da noi è quasi sempre statale e pagata dai contribuenti, perché lo Stato unitario aveva bisogno di «fare gli italiani» e quindi doveva disporre di un apparato in grado di lavare il cervello alle giovani generazioni. Era necessario che i bambini non fossero alfabetizzati dal prete del paese, come succedeva prima, o comunque da istituzioni scelte e controllate dalla famiglia, ma che leggessero Cuore di De Amicis o altri testi analoghi. In tal modo, il Regno d’Italia riuscirà a dotarsi di soldati e contribuenti.
Contro il carattere inefficiente e illiberale di tutto quanto è gestito dallo Stato, Friedman rievoca una serie di straordinari esperimenti sociali: l’Islanda medievale, priva di un potere centrale, studiata da Jesse Byock ne La stirpe di Odino (edito di recente da Mondadori), ma più in generale l’intero sistema delle relazioni che hanno caratterizzato l’universo – altamente decentrato – dell’Europa feudale.
Oggi è difficile accettare simili sfide intellettuali, anche perché siamo vittime di un imperialismo del presente. Per noi il diritto è la legge, quale è «fabbricata» dal parlamento, e abbiamo dimenticato che per secoli – sia pensi allo ius civile romano o alla common law inglese – le cose sono andate in altro modo. Ci riesce anche ostico accettare che la solidarietà debba tornare a essere un compito nostro, personale, e che non si possano abbandonare i più deboli nelle mani di funzionari pubblici che non sanno soccorrerli in maniera adeguata.
Parlare di «privatizzazioni», e di questo Friedman è consapevole, significa allora immaginare un diverso protagonismo per ognuno di noi. In questa Europa che sembra condannata a una decadenza irreversibile, una tale sfida è difficile, ma è esattamente per tale ragione che talune società decadono e altre ne prendono il posto.

Con ogni probabilità, il futuro sarà di chi avrà l’intelligenza di valorizzare al meglio lo spirito d’iniziativa e la voglia di fare, lasciando fiorire istituzioni di ogni tipo, purché pronte a mettersi al servizio del prossimo: offrendo sanità, educazione, diritto, protezione, assistenza o altro. È da lì che ci si può aspettare l’emergere di vere novità positive e anche lo stimolo, per questo nostro continente sempre più vecchio, a ripensarsi e rinascere.

Tratto da www.ilgiornale.it

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Mostrati 12 commenti
  • LucaF.
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    Qua il link al video dell’intervista di Reason a David Friedman a cui fa riferimento Lottieri nel suo articolo: http://youtu.be/S4CcannofnY

  • Luca
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    Basta cambiare le regole e lo stato può fare anche meglio del privato … stipendio base fisso ma se l’azienda statale non va ti scalo se va ti aumento,i lavoratori devono essere incentivati a far bene e puniti se non lo fanno , licenziamenti facili per i fannulloni ,telecamere sui posti di lavoro ,qui c’e troppa gente che mangia a sbafo senza produrre,chi viene beccato e condannato per specifici reati ,fuori per sempre , Bisogna semplicemente cambiare le regole e mettere i cittadini al centro delle scelte delle nuove regole ,il problema a che non sono i cittadini a comandare ma una classe politica che fa le veci dei grandi imprenditori privati,e che si vende come una puttana,bisogna riformare altro che privatizzare,ci siamo dati anima e corpo ad un sistema che crea troppe disuguaglianze,il privato se non e onesto pensa solo a fare soldi,bisogna fare in modo che la criminalità non abbia a disposizione soldi per inquinare l’aconomia e i cambiamenti ,quindi bisogna passare per la cancellazione di tutti i proibizionismi,quello sulla droga la prostituzione ecc c’e tanto da fare ,ma qualcuno lo impedisce ,perche colluso ,per interessi,perche si adegua ad un sistema ben radicato,e quindi fa sembrare la cosa impossibile,il vero problema e che lo stato sperpera una montagna di soldi per creare lavoro che genera cose le quali non servono e non hanno un ritorno,la corruzione e paurosa,la burocrazia una montagna insormontabile ,e tante altre ,sono cose che se si volesse si potrebbero risolvere in un better d’occhio,se non ci riescono i politici ,allora chedano aiuto ai cittadini tramite referendum a facciano quello che dovrebbero fare,informare il cittadino su le varie opzioni e lascare lìiltima parola a loro ,cosa stanno a fare li se non ne sono in grado,a troppa gente fa comodo questo andazzo e non pensano minimamente di cambiare le cose,parecchi di loro non servirtebbero più a nulla !

    • leonardofaccoeditore
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      Basta cambiare le regole e lo stato può fare anche meglio del privato… :-D

  • Luca
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    IL privato chi e ? le multinazionali si stanno accaparrando tutto e tengono in pugno anche i governi,facendo enormi schifezze pur di fare profitto … con le regole odierne .non si va da nessuna parte ,devono essere cambiate le regole e quando ciò sarà fatto,si vedrà!

  • gabriella
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    PRIVATIZZIAMO TUTTO, CI VENDIAMO IL COLOSSEO, LA FONTANA DI TRE VI, PIAZZA NAVONA, PIAZZA SAN MARCO, E TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO IN ITALIA CHE POSSIAMO VENDERE. BELLA COSA. IN ITALIA ABBIAMO IL 60 PER CENTO DELLE OPERE CHE ESISTONO NEL MONDO E NOI SVENDIAMO TUTTO. COME DEI FESSI. MA A QUALE SCOPO, PER ACCONTENTARE I NOSTRI STUPIDI GOVERNANTI? LORO NON AMANO IL LORO PAESE. VADANO AD ABITARE NEI PARADISI FISCALI E CHISSA’ CHE TROVINO CHI LI CONCIA PER LE FESTE.

  • gabriella
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    MA ABBIATE LA CORTESIA DI CAPIRE QUELLO CHE SI SCRIVE NEI COMMENTI. IO NON HO SCRITTO CHE PER AVERE UN MONDO MIGLIORE E’ NECESSARIO PRIVATIZZARE TUTTO, ANZI IL CONTRARIO. E POI NOI SIAMO L’ITALIA, NO IL MONDO.

  • gabriella
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    MA PROPRIO NON SAPPIAMO LEGGERE.

  • jimmy
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    Mi sono entusiasmato a leggere questo articolo, perché le argomentazioni mi sembrano quelle fondamentali del nostro sentire.
    A proposito della questione teorica (…Gli apparati burocratici pubblici sono fallimentari per una ragione assai semplice: in quanto si rivelano inadeguati a connettere tra loro, senza prezzi di mercato e adeguati incentivi…) mi sembra di ricordare che Huerta da Soto insegna che i prezzi sono, prima di tutto, dei veicoli di informazione. Servizi pubblici pseudo-gratuiti (ovvero a tariffe imposte e senza nessuna vera concorrenza nè mercato), cioè niente prezzi, niente comunicazione, niente funzionamento. Le “Conferenze di Servizio”, con le quali gli enti pubblici credevano di risolvere i loro problemi di comunicazione, sono miseramente fallite.
    Se questa analisi è fondata, ne discendono 3 corollari:
    a) lo stato non può essere riformato nè efficientato perché ha una impossibilità “genetica” a funzionare: l’unica riforma che può far funzionare lo stato è una riforma che lo cancelli, cioè inserisca mercato laddove mercato non c’era;
    b) il soggetto “comunicatore” per eccellenza, con i fatti (compro-noncompro) e non con le parole, è l’uomo; come può il comunicatore-uomo rapportarsi con il cieco-sordo-muto-statale? E’ impossibile fra qualsiasi uomo e qualsiasi stato.
    c) esiste però un traduttore simultaneo fra i due soggetti, ed è la (giustamente? non saprei) tanto vituperata corruzione: una concessione edilizia non può non avere un prezzo (ne siamo convinti tutti, tranne che il legislatore). La corruzione-concussione interviene per superare rozzamente ma spesso efficacemente la rigidità di un rapporto stato-uomo che altrimenti non può funzionare.
    Allora, caro Facco, lo demoliamo questo stato o continuiamo a tenercelo per i prossimi 50 anni? Cordialmente

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      Fosse per me… sai bene come la penso. Ma se rimaniamo sempre in pochi quando bisognerebbe essere presenti, beh…

  • Massimo74
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    Ottimo Carlo Lottieri,è sempre un piacere leggere i suoi articoli.

  • jimmy
    Rispondi

    Grazie per la risposta che mi onora molto, caro e stimato Facco. Ma se mi permetti, sono in disaccordo con il tuo: “Ma se rimaniamo sempre in pochi quando bisognerebbe essere presenti, beh…”.
    Le manifestazioni quantitativamente imponenti le lascio volentieri a tutti quelli che amano ricorrere alla forza del numero, alla violenza del gruppo, perché quella è la loro natura antiliberale ed anche perché non hanno altri argomenti. In natura sono le pecore, i bufali, gli gnù, nella società sono i sindacati, i manifestanti, le assemblee di ogni tipo specie quelle studentesche: sono tutte situazioni nelle quali il confronto di idee è impossibile, vige lo slogan più urlato che si può, lo scemo-scemo, etc etc. Contro queste ritualità idolatriche che colmano il vuoto sociologico ed ideale, noi libertari siamo e saremo sempre perdenti. E non mi faccio manganellare, tanto meno dalla polizia statale.
    Però non posso disconoscere che la forza del numero porta i suoi risultati, eccome: nelle segreterie partitiche, nei seggi elettorali, nelle urne parlamentari contano i numeri e solo quelli, in fin dei conti.
    A ben vedere, il programma libertario potrebbe trovare sostenitori insospettabili ma quantitativamente importanti: ad esempio, la riforma della scuola come l’hai immaginata nel Pentalogo riceverebbe un accoglimento entusiastico da parte della chiesa cattolica (soggetto difficile da trattare con le pinze, ma tuttora molto influente a qualsiasi livello), le cui scuole paritarie ed università sono in coma (reversibile? Forse si, almeno a quanto affermano Tempi e CL).
    Altro esempio? La previdenza in stile cileno che tu citi nel Pentalogo, con gli opportuni correttivi potrebbe risultare interessante ad un settore assicurativo (soggetto non raccomandabile, ma sempre meglio di INPS+INPDAP+INAIL etc) che è sempre in attesa di decollare. Specie se, oltre ad appaltargli il mostruoso pagamento delle pensioni mensili, trovassimo un modo equo per affidargli la gestione e valorizzazione dell’altrettanto mostruoso patrimonio pubblico statale.
    Ultimo esempio poi evaporo: la chiesa cattolica troverebbe entusiasmante anche la riforma sanitaria ex-Pentacolo, che ridarebbe smalto e roseo futuro all’immenso network sanitario pretizio che sennò il terminator-Bondi glielo liquefa (già si sono fumati il San Raffaele, adesso sono alla canna tutti gli ospedali romani, IDI, etc).
    Ecco, i preti e la finanza potrebbero essere con noi e fare le nostre battaglie in vece nostra. Daccordo, sono entrambi due farabutti e pensano solo al loro tornaconto, ma non possiamo continuare a fare riunioni da quattro gatti e belle idee, come facevano i carbonari. Il piccolo Piemonte fece come ti sto dicendo io, si alleò con due mafiosi peggiori di lui (France-England) e si ritrovò con l’italia in mano. Se aspettavamo i carbonari…
    Perchè non proviamo? Completiamo subito il nostro programma e troviamo dei buoni (?!?) alleati per attuarlo, molto più forti e scafati di noi. Otterremo risultati parziali e ci sporcheremo le mani coi potenti? Sempre meglio di adesso e del futuro che ci ingoierà (Bersani già prepara il tritacarne…).
    Grazie dell’attenzione e cordialmente

    • Antonino Trunfio
      Rispondi

      sottoscrivo Jimmy

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