In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI

“Abbiamo diritto all’assistenza e alla previdenza, ma abbiamo aspettative che vanno al di là del fattibile. O noi italiani ci sintonizziamo con i tempi in cui viviamo per salvare al meglio ciò che abbiamo, oppure il nostro sistema di welfare è destinato a sgretolarsi”. (G. Amato)

Non so se Giuliano Amato, un tempo detto il “Dottor Sottile”, sia veramente il fine pensatore che dicono. Molto più evidente mi sembra la sua mancanza di senso del pudore, soprattutto quando parla di imposte patrimoniali e sistemi previdenziali.

Premesso che il diritto all’assistenza e alla previdenza è per lo più un’invenzione della politica statosocialista del Novecento – uno di quei diritti il cui esercizio da parte di alcuni individui comporta un onere da parte di altri individui a prescindere dal loro consenso – anche molti di coloro che sono favorevoli al mantenimento di tale diritto, come Amato, sono ormai costretti a riconoscere che “abbiamo aspettative che vanno al di là del fattibile”. Tanto per essere chiari, non si tratta di problemi venuti fuori dal nulla: negli anni in cui il trend demografico iniziava a rallentare, invece di rivedere al ribasso le prestazioni assistenziali e previdenziali chi ha governato l’Italia ha preferito addirittura espanderle, ponendo le base per un’accelerazione verso la bancarotta del sistema.

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Che sia necessario sintonizzarsi “con i tempi in cui viviamo” è quindi inevitabile, e ben venga che anche Amato lo sostenga. Il problema, però, è che nel richiamare i connazionali a questa necessità di “sintonizzazione” con i tempi in cui viviamo, Amato non fa neppure un cenno alla necessità di “sintonizzare” il suo assegno pensionistico da oltre 30.000 euro mensili non tanto e non solo ai tempi in cui viviamo, bensì al livello finanziariamente congruo con i contributi previdenziali da lui a suo tempo versati (per maggiori dettagli sulla pensione di Amato, rimando a “Sanguisughe” di Mario Giordano).

Un assegno decisamente “al di là del fattibile” e, a mio parere, anche del digeribile.

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Mostrati 7 commenti
  • FrancescoPD
    Rispondi

    Appunto, con l’assegno mensile che si ritrova dovrebbe essere uno che non dovrebbe avere neanche diritto di parola!

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    no mio caro PD !! perchè il povero topo gigio non ha diritto di parola ?
    lasciamogli il diritto di parola, dopo che una mano amica gli pianti,speriamo, una pallottola in fronte.

  • Pg
    Rispondi

    Antonino, cazzodici. Sei un assassino!

    • Antonino Trunfio
      Rispondi

      calmati ragazzo. Altrimenti la pallottola in fronte la prendi te e non da una P38 ma da una cerbottana. E non con i pallini di piombo ma all’estratto di neuroni. I tanti che devi aver fatto evaporare. E firmati per dare a un altro dell’assassino. Il killer sei tu.

  • Claudio Baiocchi
    Rispondi

    Non condivido né il pensiero di Amato né quello di Corsini. La solidarietà sociale è sentita come dovere dalle persone migliori, non egoiste ma così come è impostata è inefficace, costosa, burocratica, distributrice di iniquità e disuguaglianze e terreno di coltura per truffe colossali ai danni dello Stato, degli Enti pubblici e della U.E.
    Da sempre si fa solidarietà inventando continuamente nuovi strumenti, come: assegni familiari, sussidi di disoccupazione, social-card, bonus vari, cassa integrazione, detrazioni d’imposta, ecc.ma il problema della povertà, anziché attenuarsi, si aggrava sempre più. Il semplice buon senso vorrebbe che, constatata l’inefficacia di un metodo, si cerchi un’altra via. Da parte mia, io sono del parere che LA MIGLIORE SOLIDARIETÀ CONSISTA NEL NON TOGLIERE RISORSE, MEDIANTE UN FISCO INIQUO, A CHI NE HA GIA’ POCHE. Il sistema fiscale, infatti, è incentrato prevalentemente su imposte non legate “direttamente” al reddito
    cioè su IVA, accise, bolli, IMU, tutte imposte che incidono in MISURA PERCENTUALE sempre maggiore mano a mano che i redditi diminuiscono e sempre minore mano a mano che i redditi salgono. L’IMU, poi, deve essere pagata anche da chi è disoccupato e cassintegrato e quindi senza soldi o con pochissimi soldi. Invece bisognerebbe che la maggior parte del prelievo fiscale avvenisse mediante l’IRPEF (sarebbe meglio solo tramite l’IRPEF ma siamo in Europa) perché questa è l’UNICA imposta ad aliquote progressive (Art. 53 Cost.) e tocca poco o niente i cittadini a basso reddito. E questo è già un buon passo verso una solidarietà efficace. Per non dilungarmi troppo, evito di dare troppe spiegazioni e mi esprimo a “punti”
    1) Bisogna trasformare la figura del contribuente da persona singola a nucleo familiare (tutte le persone che convivono nello stesso appartamento di cui dividono a godono le spese comuni),
    2) Far sommare tutti i redditi lordi di tutti i componenti (cumulo);
    3) Far togliere dal cumulo dei redditi, la soglia di povertà familiare. Questa soglia è diversa da famiglia a famiglia secondo il numero dei componenti, secondo se ha il mutuo o l’affitto da pagare oppure no, se abita in una regione dove le spese di riscaldamento sono modeste o no. Le voci che compongono la soglia della povertà sono le seguenti: abbigliamento, acqua, alimenti, luce, gas, telefono riscaldamento, affitto, mutuo, condominiali, istruzione, sanitarie, tassa rifiuti, IMU,
    4) Fare la somma algebrica del cumulo meno la soglia della povertà
    5) All’imponibile così ottenuto si applicano le aliquote progressive.
    6) Nel caso che l’imponibile sia negativo, cioè se si è sotto la soglia della povertà, non solo non si paga niente ma si ha diritto a ricevere una somma di denaro sufficiente a portare la famiglia al livello della soglia di povertà. Indicativamente, una famiglia di due persone che non paga affitto né mutuo e che abita in una regione dove le spese di riscaldamento sono elevate, ha una soglia di povertà di circa 9.000 euro che deve essere esentasse.
    7) Poiché ad ogni famiglia sarebbe garantito il minimo vitale (o soglia della povertà) , bisogna abolire ogni altro aiuto e detrazione o deduzione in sede di dichiarazione dei redditi.
    8) Quanto costerebbe tutto questo? Se prendiamo per buona la cifra di 3 milioni di famiglie sotto la soglia della povertà ed ipotizziamo di dover dare loro, in media, 1.500 euro l’anno, occorrono 4,5 miliardi di euro che suddivisi tra 17 milioni di famiglie con reddito sopra la soglia di povertà, danno una cifra di 265 euro l’anno in media. Ma siccome andrebbe abolito ogni altro aiuto, sussidio, ecc, il costo sarebbe anche meno.
    9) A questo punto non vi sarebbe più alcuna famiglia con reddito sotto la soglia della povertà e ci sarebbe anche equità, perché nessuna famiglia sarebbe costretta a pagare imposte pur non avendone le possibilità. e nessuna famiglia
    riceverebbe di più o di meno delle proprie necessità
    OGNI ALTRA SOLUZIONE E’ INUTILE ED INEFFICACE.

  • Claudio Baiocchi
    Rispondi

    Dimenticavo: tra le voci che compongono la SOGLIA DI POVERTÀ’ vanno incluse anche quelle per igiene personale e pulizia della casa.

  • jimmy
    Rispondi

    Egregio Claudio Baiocchi,
    ho molto apprezzato il tuo intervento, lucido nella analisi della realtà e concretamente propositivo nella soluzione, abbastanza semplice (ma prevede ancora una dichiarazione annuale da presentare ed un fisco che la controlla/accerta) e forse anche efficace contro la povertà (ma non risolve il problema fondamentale del reddito delle famiglie, tutte e non solo quelle già povere).
    A mio modestissimo parere, potresti osare ancora di più: potresti cioè immaginare una fascia di popolazione (sia individui che imprese “private”) lasciate assolutamente libere di vivere, autosostentarsi e crescere senza l’assillo di alcuna tassazione e senza i vincoli di alcuna legislazione (tranne limitate esigenze di igiene e sicurezza pubblica).
    Sarebbe uno zoccolo duro no-lex / no-tax di persone, famiglie, imprese micro e piccole (professionisti, artigiani, commercianti, imprenditori, dipendenti) che potrebbe finalmente sguinzagliare il leggendario spirito imprenditoriale italiano (se c’è ancora), alla geniale ricerca del guadagno, del benessere e della sicurezza per sé, per la propria famiglia, ed in definitiva per la società intera.
    Tutto il denaro così guadagnato sarebbe speso/investito nelle cose che tutti vogliono: la casa prima e seconda, l’auto grossa e piccola, i titoli nella banca sotto casa, la tata e la badante, e certamente una fetta dei soldi (piccola o grossa, chi lo sa) andrebbe anche in libera beneficienza: al parroco, alla mensa dei poveri, alle onlus, lo decide la famiglia a chi se lo merita di più.
    Gli studi sono più o meno concordi: il sistema delle famiglie spende i soldi con una efficienza da 3 a 5 volte migliore rispetto allo stato. Perché non dare fiducia totale alle famiglie ed alle micro-piccole imprese?
    Il gettito che si perde è irrisorio (rispetto agli 800 miliardi di spesa annua dello stato), e può essere agevolmente recuperato (come potrai esaminare/confutare se avrai la pazienza di seguire i miei sproloqui pseudo-liberisti postati sulla pagina: Forza Evasori: la prima assemblea a Bologna…).
    Ma attualmente (ed anche, se mi permetti, nella tua pur pregevole proposta), per raccogliere quel misero gettito lo stato taglieggia metà popolo italiano (fatti un conto: 8 milioni di p.iva sui 12 totali x 4 persone cadauna fa 32 milioni) con tasse, leggi, contenziosi e burocrazia da medioevo: ovvio che nessuno apre più un’attività, tutti sono costretti a chiuderla. O mi sbaglio?
    Cordialmente

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