In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

DI GIOVANNI BIRINDELLI

Fra molti paesi industrializzati (Giappone e Stati Uniti in testa) è attualmente in atto una sorta di competizione a chi svaluta di più la propria moneta. In un recente articolo dal titolo “Il super-euro preoccupa? Se la Bce potesse stampare moneta calerebbe a 1,18 dollari“, Il Sole 24 Ore si lamenta che da questa competizione si sia autoesclusa l’Europa la cui Banca Centrale, per statuto (e a differenza della Federal Reserve americana), in teoria potrebbe intervenire solo per mantenere l’inflazione entro il limite del 2% e non anche per ‘sostenere la crescita e l’occupazione’.

Insomma, il giornale di Confindustria si lamenta del fatto che l’Europa non stia svalutando abbastanza e la sua tesi è che per creare crescita occorra stampare ancora più moneta così da svalutarla e stimolare le esportazioni, più o meno come faceva l’Italia ai tempi della lira: “Secondo una recente analisi di Morgan Stanley ogni apprezzamento del 10% dell’euro equivale a una riduzione del Pil dell’Eurozona dello 0,5% e a una minor crescita degli utili societari del 3%. Dati che spiegano, senza mezze misure, che in questa fase di crisi economica globale la guerra delle valute in atto viene vinta da chi riesce a tenere il cambio più basso e ad attuare quelle svalutazioni competitive che gli italiani che erano al top della forma negli anni ’70 ricordano bene”. Questa tesi sembra essere condivisa da alcuni governi europei: François Hollande, per esempio, il quale evidentemente, insieme a Mario Monti, appartiene alla categoria psicologica di coloro che entrano in uno stato d’ansia al solo pensiero che qualcosa possa sfuggire alla totale pianificazione centrale, sostiene che occorre intervenire a livello politico perché “la moneta unica non puo’ fluttuare secondo gli umori del mercato”.

Articoli e commenti come questi confermano i timori di Hayek il quale nel 1931 scriveva che “Mentre le forme più ingenue di inflazionismo [politiche monetarie che producono un aumento della quantità di moneta, n.d.r.] sono oggi sufficientemente screditate da non fare troppo danno nel prossimo futuro, il pensiero economico contemporaneo è così permeato da un inflazionismo di tipo più sottile da far temere che per qualche tempo [forse Hayek non pensava così tanto tempo, n.d.r.] dovremo ancora subire le conseguenze della manipolazione della moneta e del credito”.

Per quanto, da Keynes in poi, la tesi di fondo esposta nell’articolo de Il Sole 24 Ore e che sta all’origine dell’attuale “guerra delle valute” (e cioè che i problemi del mondo si possano risolvere aumentando la quantità di moneta) sia quella di gran lunga più condivisa dai governi e dal potere politico (chissà perché), dai cosiddetti ‘economisti’ di regime, dalla maggior parte dei bracci destri dei governi (le banche centrali), dalla stampa prona a questi ultimi, dai vari gruppi di interesse e dai cialtroni che di solito parlano nei salotti televisivi, essa è totalmente falsa, produce necessariamente impoverimento e implica livelli di totalitarismo sempre maggiori che si accompagnano a un progressivo arretramento della civilizzazione.

Le ragioni sono spiegate dagli economisti della Scuola Austriaca (e in particolare da Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e oggi Jesús Huerta de Soto), che poi è l’unica scuola di economia degna di questo nome in quanto è l’unica che dispone di una teoria del capitale (cioè che collega in modo coerente gli aspetti monetari a quelli della produzione) e che integra coerentemente teoria economica e filosofia politica.

Queste ragioni consistono essenzialmente nel fatto che, aumentando la quantità di moneta (mediante la stampa di moneta e/o mediante il meccanismo della riserva frazionaria) oppure abbassando arbitrariamente il tasso d’interesse, si producono informazioni false sul tasso d’interesse: in particolare si segnala un aumento di risparmi che non c’è. Sulla base di queste informazioni sbagliate verranno fatti investimenti sbagliati (utilizzando l’immagine di Mises, viene iniziata la costruzione di un immobile con fondamenta troppo grandi e senza sapere che non ci sono materiali sufficienti per completare il lavoro). Ma la quantità di moneta non può aumentare all’infinito (la “guerra delle valute”, per esempio, non può continuare all’infinito): quando si ferma (e prima o poi dovrà necessariamente fermarsi) questi errori verranno a galla e sarà il disastro economico, che lascerà dietro di sé impoverimento e una struttura produttiva de-sviluppata. La crisi sarà tanto più dura e più lunga quanto più a lungo sarà stata stampata moneta dal nulla.

Per generare crescita occorre ricollegare gli investimenti ai risparmi, non scollegarli ulteriormente: è stato lo scollegamento degli investimenti dai risparmi a produrre la crisi, ed esso è stato reso possibile dalla manipolazione monetaria e del credito (e cioè dalla stampa di moneta, dal meccanismo della riserva frazionaria e dalla fissazione arbitraria dei tassi d’interesse). Per vederne le ragioni in modo intuitivo, possiamo pensare all’aumento spontaneo del risparmio come a del tempo investito nell’allenamento fisico: questo tempo sarà sottratto al tempo libero (consumi) ma consentirà di scalare una montagna. Seguendo la stessa metafora, possiamo pensare alla manipolazione monetaria come a un preparato chimico che non fa sentire la fatica: chi lo prende può scalare la montagna immediatamente, senza sentire la fatica e senza sacrificare tempo libero per l’allenamento. Dopo un po’, tuttavia, il corpo dello scalatore, che senza allenamento non ha potuto rafforzarsi e che senza i segnali della fatica non ha potuto autoregolarsi, necessariamente collasserà.

La crescita e la prosperità può venire solo da un aumento spontaneo dei risparmi e quindi da una contrazione dei consumi: per quanto inaccettabile questo sia ai nemici dei capitalismo e cioè dell’economia di mercato, non ci sono alternative, non ci sono scorciatoie. Come dice Mises, “Ciò di cui c’è bisogno per una solida espansione della produzione sono maggiori beni capitali, non maggiore moneta o mezzi fiduciari. Il boom dell’espansione creditizia è costruito sulla sabbia delle banconote e dei depositi. Deve necessariamente collassare”.

L’unico modo per uscire dalla crisi è quindi rendere impossibile la manipolazione monetaria e del credito per riagganciare gli investimenti ai risparmi, anche se nell’immediato questo significa lasciare che la crisi ripulisca il sistema dagli investimenti sbagliati e quindi che faccia il suo corso. Nel breve termine, come propone de Soto, questo richiede una desovietizzazione della struttura monetaria e creditizia (abolizione delle banche centrali, abolizione della riserva frazionaria, ritorno alla parità aurea). Nel lungo termine, richiede che il potere politico (il potere di approvare i provvedimenti particolari) sia efficacemente separato dal (e soprattutto sottoposto al) potere legislativo (il potere di difendere la legge intesa come principio generale e astratto). In altre parole, nel lungo periodo l’impedimento della manipolazione monetaria e del credito richiede che dalla sovranità dei legislatori si ritorni alla sovranità della legge (il che implica l’abolizione di tutti i privilegi, compreso ovviamente quello del corso forzoso): se si rimane in una situazione di potere politico illimitato, un eventuale impedimento della manipolazione monetaria e del credito durerebbe il tempo di un batter di ciglia.

Per ovvie ragioni, nessuno fra coloro che in Europa detengono il potere politico ha incentivo ad eliminare le cause strutturali dei problemi: essi danno la colpa ad altri (di solito al libero mercato, e quindi al capitalismo, la cui assenza è proprio quella che ha prodotto la crisi). Spesso, come nell’articolo citato all’inizio dell’articolo, la colpa viene data all’euro, ma non perché l’euro è oggetto di manipolazione monetaria, ma perché non lo sarebbe abbastanza. Alcuni auspicano addirittura il ritorno alla lira così che si possa tornare a svalutare più liberamente. In Europa tutto viene discusso, tranne che le cause della crisi.

Negli Stati Uniti, tuttavia, l’emergere di un consenso, soprattutto fra le nuove generazioni, a favore di movimenti politici che finalmente affrontano a viso scoperto le cause strutturali della crisi (mi riferisco in particolare a Ron Paul), dà qualche segnale di speranza. In Italia, nel frattempo, briciole quali il federalismo, la privatizzazione della RAI, una diminuzione di qualche punto percentuale della pressione fiscale in diversi anni, vengono presentate, dall’unica forza politica che sostiene di voler promuovere il libero mercato, come le grandi misure necessarie e sufficienti per battere la crisi e produrre crescita…

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Mostrati 19 commenti
  • Nereo Villa
    Rispondi

    La manipolazione monetaria è senz’altro la causa della crisi, e non la cura. Però la causa della manipolazione monetaria è l’istituzione di un diritto che è ancora retaggio dell’impero romano…

    Sulla consuetudine impossibilitata dalla legge scritta
    (ovvero: anche la convenzione NON è fattispecie giuridica)
    http://youtu.be/ywb7aQLRF8A

    La moneta NON è fattispecie giuridica
    http://youtu.be/0iY9e6Xv8Q8

    • Giovanni Birindelli
      Rispondi

      Sul fatto che la manipolazione monetaria sia resa possibile da una particolare idea di legge non potrei essere più d’accordo con lei. La manipolazione monetaria è resa infatti possibile dal positivismo giuridico, che implica un’idea di legge (la legge intesa come provvedimento particolare deciso dall’autorità legalmente costituita secondo le procedure burocratiche previste) che, rendendo possibile ogni privilegio, è incompatibile col libero mercato. Sul fatto che la legge non derivi dalla convenzione, sono perfettamente d’accordo se con questo si intende dire in buona sostanza che se si è fatto sempre così allora così è la legge. Non sono d’accordo, invece, nel caso in cui con questo si intendesse che la legge non è il risultato di un processo spontaneo e disperso di selezione culturale di usi e convenzioni di successo. Le due cose vengono spesso confuse ma sono diversissime se non addirittura opposte: una cosa infatti è dire che, visto che lo jus primae noctis si è sempre fatto, allora è legge; e una cosa opposta è dire che esiste un principio generale e astratto (quello in base al quale la violazione dei diritti di proprietà, per esempio quelli he una persona ha sul suo corpo, è ingiusta) il quale inizialmente è nato dalla convenzione (le comunità che avevano la convenzione di rispettare i diritti di proprietà erano meno dilaniate da conflitti interni e quindi prosperavano di più rispetto a quelle che invece non la adottavano), la quale solo DOPO, nel tempo, ha SMESSO di essere convenzione ed è diventata principio morale (cioè legge): quindi lo jus primae noctis era illegittimo per quanto fosse convenzione. In altri termini, la legge intesa come principio è nata per motivi di interesse (i quali sono stati resi evidenti dalla convenzione) ma poi, nel momento in cui si è trasformata in principio, essa si è completamente separata dall’interesse e quindi dalla convenzione (la violazione dei diritti dei proprietà diventa vietata a prescindere dal fatto che, in un caso particolare, sia conveniente oppure che sia consuetudinaria).

      • Nereo Villa
        Rispondi

        Grazie. Mi dispiacerebbe se dalle mie affermazioni o dai due video fosse fraintendibile qualcosa di diverso da quanto Lei afferma.

  • gastone
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    ormai sembra di vedere, signor birindelli, che il non voler capire che non è con i soldi contraffatti (falsi) che si può avviare una impresa, abbia una spiegazione che và oltre l’ignoranza.
    poter esaudire ogni capriccio e creare ricchezza se non nella misura in cui si è vicini alla stampante e a spese degli ultimi ricettori che gli toccano solo i fumi nefasti (potere d’acquisto ridotto) di quella carta ormai bruciata, è cosa che attiene ai maghi e agli stregoni.

    l’ingnoranza si può curare, con pazienza e umiltà, l’ingordigia e il desiderio che ci sia sempre qualcuno a pagare i propri benefici, non si può curare, la sua causa resta in fondo alla coscienza di ciscuno.

    coloro che siedono intorno alla stampante monetaria, quel ricco consesso fatto di banchieri, economisti, politici, intellettuali e lacchè, spesso sono più ignoranti del povero diavolo che alla fine si vede rifilare quei pezzi di carta ormai senza valore con i quali far quadrare i conti di casa.

    i sacerdoti del socialismo finanziario annoverano gente come hollandi, monte, napoletano e tutta una colorata banda di economisti italiani, in compagnia del cane da guardia della propaganda 24 ore, che non capiscono neanche che l’euro a 1,40
    fà comodo principalmente alle banche fallite francesi tedesche e italiane che finanziandosi tramite bce in $ via swaps ora pagano i vari ltro con una divisa che si è apprezzata del 20% contro $ consentendogli enormi risparmi nella restituzione
    …e che si fotta l’export e il pil se l’euro è forte, tanto non sono problemi loro

  • jimmy
    Rispondi

    “In Italia, nel frattempo, briciole quali …. vengono presentate, dall’unica forza politica che sostiene di voler promuovere il libero mercato, come le grandi misure necessarie e sufficienti per battere la crisi e produrre crescita…”
    Convengo con Lei che il programma di Giannino è pateticamente insufficiente, che lo stesso Giannino non è un vero liberista, e che la formazione di Giannino non è fondata su alcuna seria teoria economica, tantomeno quella austriaca-misesiana.
    Ma credo che Lei possa convenire con me che non è facendo gli schizzinosi che noi liberisti ci salveremo dallo stesso baratro che attende gli altri italiani (ed europei). Sennò prego mi descriva come conta di salvarsi Lei e la Sua famiglia, senza ricorrere all’ovvia (comunque valida) soluzione dell’espatrio.
    Sorvolo sulla incapacità e/o indisponibilità dei liberisti di fondare e presentare un loro manifesto politico votabile: credo non sia colpa di nessuno, ed i tentativi sono stati fatti. Ed invito anche Lei a sorvolare sul punto.
    Affermo invece che, al momento, i liberisti debbano votare per Giannino, e chi come Lei ha voce pubblica per il liberismo possa invitare ad un tale passo.
    Motivazione? Non perché Giannino o il suo programma o il suo movimento lo meritino, ma perché nel gran minestrone dei prossimi risultati elettorali deve essere riconoscibile una radice di liberismo, piccola o grande poco importa.
    Suvvia, un pò di pragmatismo.

    • Giovanni Birindelli
      Rispondi

      Jimmy, grazie del commento. Il Suo argomento a me sembra essere contraddittorio in un punto: Giannino non sarebbe un liberista ma andrebbe votato in quanto il suo programma è l’unico che ha una radice di liberismo.
      Il punto centrale però a mio parere è un altro. Non si tratta di essere schizzinosi, si tratta di essere coerenti, almeno sulle questioni fondamentali. A mio parere è stata sprecata un’occasione: quella di avere finalmente qualcuno che si battesse per il libero mercato, e quindi per il capitalismo e per la sovranità della legge intesa come principio. Invece questo qualcuno, l’unico che poteva farlo, si è battuto (si sta battendo) per sottrarre voti a Bersani, a Grillo e a Berlusconi, e per la realizzazione di un programma che col libero mercato non c’entra nulla. Non è libero mercato quello in cui la moneta può essere stampata a piacimento, in cui alle banche è concesso il privilegio della riserva frazionaria, in cui viene imposta una moneta per decreto, in cui il tasso d’interesse viene fissato per decreto, in cui c’è l’esponenzialità fiscale, in cui il potere politico non è separato da quello legislativo e anzi è confuso con esso. Forse questa occasione è stata sprecata per questioni ideologiche e/o per mancanza di strumenti, come suggerisce Lei; o forse, come credo io, per una scelta strategica: battersi per il libero mercato avrebbe significato battersi per cambiamenti strutturali così grossi che ci sarebbe voluto tempo per assorbirli da parte delle persone oggi atrofizzate intellettualmente dal socialismo (probabilmente molto tempo) e quindi, nell’immediato, avrebbe significato la perdita dei voti “moderati” e l’essere additati come “sovversivi”. Ma se in una situazione di socialismo non si è pronti ad essere additati come dei sovversivi, dei “mission impossible” e come degli “idealisti” da parte di coloro che rifiutano il confronto razionale e che non sono capaci di difendere coerentemente le loro posizioni, mi chiedo, che si è liberali a fare? Ron Paul ha fatto una scelta strategica diversa: ha iniziato un percorso, un percorso di cui non vedrà mai i frutti data la sua età ma i cui frutti saranno visti dalle prossime generazioni (in questo mi ricorda la scena ricorrente nella trilogia “Tre colori” di Krzysztof Kieślowski in cui compare una vecchietta che a malapena si regge in piedi e anzi sembra che si disintegri solo a guardarla che con uno sforzo tremendo cerca di infilare una bottiglia di vetro nel contenitore per il riciclo del vetro che è troppo alto per lei). Il programma di Ron Paul derivava dalla coerenza delle sue idee. Come diceva Hayek, “ciò di cui abbiamo bisogno sono persone che abbiano affrontato gli argomenti dall’altra parte, che si siano misurate con essi e che lottando siano arrivate a una posizione intellettuale dalla quale possano fare fronte agli argomenti mossi contro di essa e giustificare le loro idee. Queste persone sono perfino meno numerose dei liberali nel vecchio senso del termine e oggi ce ne sono abbastanza pochi perfino di questi”. Ecco, Fermare il Declino era l’occasione di dare voce politica a queste persone, questa occasione è andata persa. Se non si affrontano i problemi strutturali da cui dipende il declino, il declino (le crisi cicliche sempre peggiori) non si ferma.
      C’era un’alternativa, secondo me insoddisfacente ma meno incoerente e quindi in questo senso migliore della scelta che è stata fatta. Questa alternativa sarebbe stata dire: “Ragazzi, per fermare il declino occorre passare dal socialismo attuale al libero mercato. Questo comporta dei cambiamenti strutturali molto grossi. Ci sono due modi di farlo: un modo veloce e un modo lento (tutti e due hanno pregi e difetti n.d.r.). Noi siamo per il modo lento. Questo è il nostro programma, il nostro primo micro pre-passo verso il libero mercato che rimane il nostro obiettivo di lungo periodo e che richiede le seguenti riforme strutturali (elenco). In ogni legislatura noi ci impegneremo a fare passi ulteriori lungo questo percorso”. Ma, ripeto, si è scelto di ignorare il libero mercato e di sprecare un’opportunità.
      Detto questo Fermare il Declino è sicuramente il meno peggio votabile, ma non chiamiamoli difensori del libero mercato e non pensiamo che il loro programma possa fare altro che continuare, se non accelerare, il declino.

      • leonardofaccoeditore
        Rispondi

        Grazie Giovanni!!!!!!!!!!!!!!!!!

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    @JIMMY : il pragmatismo !! appunto. Bada al sodo ? cioè ai risultati ? la risposta ‘ certamente SI. Allora, non è questione di votare tizio o caio, ma di comprendere cosa fare per ottenere il risultato di avviare un processo, si spera inesorabile anche se lungo, per ridurre lo stato (come oggi inteso, conosciuto e diffusamente odiato) al minimo o alla sua sparizione definitiva. Per fare questo, ci sono quelli che continuano a pensare di fare la stessa cosa (votare) cambiando il simbolo sulla scheda : ieri Berlusconi, domani Grillo, dopo domani qualche altro paladino della benificienza erogata sempre con l’altrui denaro. “if you always do what you always did, you always get what you always got”. Io ho idee precise su come ottenere il risultato cui puntiamo (riduzione dello stato al minimo, per cominciare) e il voto c’enta una beata mazza.

  • jimmy
    Rispondi

    Ringrazio Birindelli e Trunfio delle risposte.
    Suppongo che i concetti da loro espressi siano più fondati di quelli da me azzardati, pertanto lungi da me lo sciocco tentativo della polemica.
    Al vertice della piramide della fondatezza, c’è però la realtà: se Bersani dovesse conquistare il potere effettivo lo statalismo aumenterà ed anche tu soffrirai di più, caro Antonino, anche se adesso ti dici convinto che il voto non serve a niente.
    Per adesso, in attesa di un Ron Paul italiano, possiamo solo rompere le uova nel paniere agli statalisti, con l’obiettivo di mettere in mano a bersani un bastone senza potere.
    Votare Giannino (alias indebolire Monti) è il metodo più efficace per rovinare la festa a Bersani, senza contemporaneamente rilegittimare Berlusconi.

  • gastone
    Rispondi

    sarà ora di prendere coscienza che noi non abbiamo più uno stato se non nella nostra convinzione, su cui resta anche il suo pragmatismo signor jmmy,
    che il regolare svolgimento del teatrino politico sia a testimonianza di esso (stato) e quindi in qualche maniera influenzabile con il voto.
    purtroppo al dilà della “democrazia vigente” che impone una serie di barriere e meccanismi a protezione della “famiglia trasversale”, e una infinità di sofismi che non consentono in nessun modo di poter ottenere quanto chiesto con il voto; la realtà sottostante è che “costoro” sono stati bell’e comprati dal parlamento europeo che prende ordini dalla oligarchia finanziaria, che ha già deciso che l’italia truffaldina e parassita fatta dalla corona britannica non serve più.
    le nostre industrie smantellate e cedute per spicci, la microimpresa, bagnata nel suo sangue e l’agricoltura distrutta con la legislazione chirurgica della u.e.

    siamo già in guerra,
    in pochi sene sono accorti
    e le guerre non si combattono con il voto dentro ai seggi elettorali,
    dove una cricca di banditi utilizza la legge come strumento arbitrario per defatigare ogni sforzo individiuale teso rivendicare i propri diritti.

    meglio tenersi le convinzioni liberali e libertarie (non liberiste), queste cammineranno lentamente, ma non perderanno tempo come quelle della democrazia surrogata che lascerà sempre al palo i suoi sostenitori per ritrovarsi sempre al medesimo punto.. con l’aggravante che nel frattempo tra una tornata e l’altra lo stato è cresciuto così tanto in competenze e potere che non tarderà a togliere anche quell’unico strumento ( il voto ) che lo vincola all’unica concessione che fà ai suoi sudditi.

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    @JIMMY : ringrazio te del garbo e della disponibilità che sai usare nel dialogo. Hai ragione nel dire che se vanno al governo gli statalisti genetici (svendolone di terlizzi, pirluigio bersacchio e tutta quella marmaglia di parassiti pronti a dichiararsi benefattori dei diseredati con il denaro altrui) siamo fritti. Se vanno al governo gli statalisti mascherati, saremo solo bolliti al vapore. Sempre sui fornelli staremo !!
    Hai ragione. Ma occorre che insistiamo su due punti :
    1. creare una discontinuità epocale con il presente e il passato
    2. rendere davvero libero il “mercato del cambiamento”, che attualmente abbiamo lasciato nelle mani del monopolio partitico e delle sue ferraglie : il voto.
    Votando si impedisce l’irrompere della discontinuità e soprattutto si lascia nelle mani dei monopolisti il cambiamento.
    Noi questo monopolio dobbiamo distruggere. Nessun cambiamento dello stato e delle sue metastasi se lasceremo allo stesso processo di produzione la realizzazione di questo sogno nostro e di milioni di uomini e donne che anelano alla libertà, alla vita.

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    @Jimmy : non abbiamo bisogno di un Ron Paul all’amatriciana, e neppure all’americana !! Qui si tratta di mettere nella fionda di un piccolo pastorello il sasso giusto e scoprire la fronte al gigante che gli sta di fronte. Il resto lo fa la fede nella libertà. Davide l’aveva, Golia no. Sappiamo come è finita. Altro che Ron Paul. Ciao Jimmi, a risentirti

  • maumen
    Rispondi

    Ma che manipolazione valutaria. Come ogni conflitto è diverso dal precedente questa è una guerra. Chiamiamo le cose con il loro nome.
    Qui siamo in guerra e come in tutti i conflitti c’è abbondanza di armi e munizioni che si chiama moneta. E’ proprio così: “Svalutare una valuta è come metterla a letto” “In un primo momento sembra che stia meglio ma poi diventa un vero pasticcio”.

  • Antonio Patania
    Rispondi

    Date a cesare quel che e di cesare…non e pensabile che si esca dalla crisi se a comandare mettiamo una banca privata…la vita ci insegna che senza equilibrio non funziona nulla..ci devono essere per via di cose banche di stato e banche private una che cura interessi prettamente pubblici quali costruzioni di ponti strade ferrovie e qualsiasi cosa pubblica…e le altre che curano gli investimenti privati.e un aberrazione che lo stato si indebiti per creare un ponte e da ciò aumenti le tasse e ancora si indebita fino a chiedere sacrifici a privati cancellando imprese e posti di lavoro.

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      Antonio, senza equilibrio non funziona nulla, esatto. E sa cosa garantisce il miglior equilibrio possibile? Il libero mercato, non certo lo Stato o il sistema pubblico. I disastri che oggi viviamo sono il frutto di 100 anni di manipolazione monetaria statale. Se non ammette questo fatto, è inutile che insistiamo col dibattere.
      Cordialmente

  • Pedante
    Rispondi

    All’estortore non si deve nulla, che si chiami Cesare o altro. La risposta alla domanda farisaica non tocca la questione della legittimità della proprietà di Cesare.

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