In Economia, Esteri

chavezcachuchaDI LEONARDO FACCO

Alla fine il capitalismo vince, il libero mercato emerge e… gli affari sono affari, anche quando la famiglia è quella bolivariana. Hugo Chavez è defunto da una settimana (almeno ufficialmente), ma la sarabanda un po’ festaiola – come da tradizione funeralesca venezuelana – che si è scatenata intorno al suo feretro è ben aldilà dal concludersi. Ma, soprattutto, il business del caro estinto è quello che meglio regge in questo periodo pre-elettorale.

Hugo Rafael Chavez Frìas è sempre stato un cultore della propria personalità, smargiassa, picaresca, seriosa, a seconda delle sue convenienze. E’ stato capace di in un’impresa che dai tempi di Ernesto “Che” Guevara non riusciva ad alcun leader socialista: s’è trasformato in un’icona  del mai sopito terzomondismo di sinistra, (ma anche un bel po’ di destra), che da troppo tempo era abbarbicato alla fotografia di Korda, un po’ logora e unta, del guerrigliero argentino. Di comandante in comandante insomma, a Terzo millennio inoltrato si replicano meccanismi e stilemi che han mantenuto in vita il mito ideologico della “revoluciòn” castrista.

Se il “merchandising” ha dato impulso alla moltiplicazione delle immaginette e dei gadget del “Che”, allo stesso identico modo il mercato sta moltiplicando la visibilità – con annessi e connessi – del caudillo di Barinas, che prima ancora che come presidente della Repubblica verrà ricordato come golpista della Repubblica ex-ante, con mimetica verde oliva, mitra e basco d’ordinanza.

Nell’immaginario collettivo (impossibile da oscurare) il “medico” argentino è diventato un simbolo di libertà, uguaglianza, ribellione al dispotismo e, finanche, pacifismo. Oggi, a ragion veduta, sappiamo che è semplicemente paradossale. Ma quando i simboli vendono bene tutto diventa plausibile. Come ha scritto Alessandro Gnocchi tempo fa, citando Alvaro Vargas LLosa, “Guevara, che tanto (o poco?) ha fatto per abbattere il capitalismo, è stato ridotto al più classico marchio capitalista. In effetti, il suo volto adorna tazze, felpe, accendini, portachiavi, berretti, sciarpe, bandane, camicie, borse, jeans, confezioni di the alle erbe”. Perdinci, la pubblicità è non solo l’anima del commercio, ma anche della rivoluzione in servizio permanente.

Analogamente, per Chavez il rito si sta ripetendo. Per le vie di Caracas – in attesa della probabile imbalsamazione e della posa del leader carismatico nel mausoleo del Libertador – si accalcano bancarelle e venditori ambulanti che vendono l’impossibile: magliette, cappellini, pupazzi, scodelle, figurine e persino biancheria intima. Un tourbillon di souvenir che si esauriscono da un giorno all’altro. L’Herald di Miami riporta questa emblematica immagine a rappresentazione dell’evento: “Eudis Carrillo è affranto dalla morte di Hugo Chavez. Ma gli affari sono affari e si consola pensando che le camicie e i berrettini del defunto leader, che offre sul suo banchetto improvvisato per strada, si vendono come il pane appena sfornato”.

Per alcuni osservatori ed analisti politici stranieri si sta vivendo un fenomeno originale in Venezuela, ovvero la creazione di un mito e di un’industria, che nel tempo sono destinate a crescere. Sai che novità! Certi intellettualoni si son persi per strada quarant’anni di marketing-guevarista, buttando un sacco del loro tempo per leggere le corbellerie scritte dall’irriducibile Gianni Minà.

Ora, per completare l’opera – in attesa di conoscere la verità su quel che ha fatto e su come ha governato, lo scopriremo solo col tempo – aspettiamo che anche per Chavez spunti un Dieguito Maradona con la sua effige tatuata sul braccio.

Hasta la victoria siempre… del libre mercado!

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Showing 2 comments
  • MaIn
    Rispondi

    beh magari aiuta il mito aiuta le esportazioni venezuelane che sembrano essere assai scarse, petrolio a parte

  • Giuseppe
    Rispondi

    Sono sostanzialmente d’accordo. Vorrei solo aggiungere un mio commento molto personale. Pur essendo un libertario che crede nel libero mercato, continuo a nutrire un certo rispetto per la figura del Che: non per le sue idee (che un tempo
    condividevo pure), ma per il fatto che sia stato uno che ha lottato ed è morto per le sue idee, mentre avrebbe potuto vivere una vita abbastanza agiata. Lui non mandava altri a combattere per le sue idee, ma ci andava lui stesso. Ci può essere rispetto e anche stima tra avversari, o tra nemici su fronti opposti in guerra. Perfino tra i nazisti c’era qualche personaggio degno di rispetto, come il generale Rommel.

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