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europaDI MATTEO CORSINI

“Dopo la crisi, una nuova visione condivisa del modello di crescita ancora non si è affermata. Ma alcuni elementi di una lettura diversa sono già visibili e acquisiti. In primo luogo è ritornata con forza l’idea che i mercati finanziari, se lasciati senza controlli, possono condurre a squilibri crescenti, bolle e attività speculative, alimentare investimenti che non si ripagano, produrre squilibri “cattivi” anziché “buoni” e quindi generare instabilità. Anzi, come dimostra la rilettura della cosiddetta “grande moderazione”, periodi di prolungata stabilità possono nascondere il formarsi endogeno di squilibri. Si ripropone cioè l’idea di un ciclo di crescita-euforia-panico-crisi che il pensiero economico ortodosso aveva lasciato al margine del dibattito. Non è un caso che oggi si riscoprono autori come Minsky, giustamente riabilitato dopo essere stato a lungo ghettizzato”. (P. C. Padoan)

Pier Carlo Padoan, capo economista dell’OCSE, non brilla certo per originalità. D’altra parte, nessun economista che voglia arrivare al vertice di un’organizzazione multilaterale deve discostarsi dal mainstream. Quando leggo gli studi prodotti da OCSE, FMI e affini, la principale conclusione a cui arrivo è che, dietro dissertazioni a volte anche molto complesse, con immancabili box e appendici piene zeppe di matematica tanto elegante quanto fuorviante, non ci sia altro che l’utilizzo di argomentazioni tecniche per corroborare la visione politica prevalente in quel momento a livello internazionale. Credo peraltro che non potrebbe essere altrimenti, dato che quegli economisti hanno lavori sicuri e ben pagati proprio per quel motivo.

Non mi stupisce, pertanto, che le considerazioni espresse da Padoan in un articolo sulle politiche economiche da seguire per uscire dalla crisi si risolvano nella consueta rifrittura della medesima aria fritta. In sostanza, i mercati finanziari “se lasciati senza controlli, possono condurre a squilibri crescenti, bolle e attività speculative, alimentare investimenti che non si ripagano, produrre squilibri “cattivi” anziché “buoni” e quindi generare instabilità”. A seguire, la (non nuova anch’essa) rivalutazione della teoria dell’instabilità finanziaria di Hyman Minsky.

C’è un problema di fondo, a mio parere, nelle argomentazioni di Padoan, e anche in quelle di Minsky: viene del tutto trascurato il ruolo dei sistemi bancari a riserva frazionaria; soprattutto, non si fa alcun riferimento al ruolo di chi è al vertice di quei sistemi e vigila sull’operato delle banche, ossia le banche centrali.

La formazione di bolle è considerato un fenomeno endogeno al mercato, ma ciò equivale a considerare il doping un elemento endogeno al corpo di un atleta. Gli squilibri che si formano nei periodi di “grande moderazione” (leggi: espansione monetaria) non sono endogeni, perché la creazione di denaro dal nulla non è un’attività spontanea del mercato, bensì il frutto di una regolamentazione che ha trasformato in legale, regolamentandola, un’attività che nel libero mercato sarebbe considerata fraudolenta.

E’ proprio per questo motivo che il lavoro di Minsky deve essere considerato, a mio parere, incompleto al principio e discutibile alla fine.

Al principio è incompleto perché la descrizione del ciclo crescita-euforia-panico-crisi non prende in considerazione il fattore monetario, ma senza un’espansione monetaria ben difficilmente il ciclo arriverebbe a ricorrenti fenomeni di euforia e bolle come quelli a cui si è assistito anche in anni recenti. Senza la benzina monetaria, ben difficilmente ci sarebbe uno sviluppo diffuso di quelle che Minsky definiva “Ponzi-unit”. Alla fine, poi, trovo discutibile la soluzione tipicamente keynesiana di dare sostegno alla domanda aggregata mediante politiche fiscali in deficit, magari assistite da nuove espansioni monetarie.

Credo che una (ri)lettura dei lavori degli economisti della scuola austriaca sarebbe utile a chi cerca di analizzare le cause delle crisi come quella in corso. Ma togliere dal ghetto quegli economisti (Minsky, in fin dei conti, apparteneva pur sempre alla grande famiglia keynesiana) significherebbe, per molti di coloro che sono ben pagati per fornire analisi ai governi, tagliare il ramo sul quale sono comodamente accovacciati. Qualcosa mi dice che non succederà.

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