In Anti & Politica, Economia

KrugmanDI MATTEO CORSINI

“Sì, viviamo nel mare del mercato, ma questo mare è disseminato di isolette che chiamiamo aziende, e alcune di queste isole sono molto grandi e al loro interno le decisioni non si prendono attraverso il mercato, ma attraverso la gerarchia: addirittura, potremmo dire, attraverso una pianificazione centralizzata. E’ evidente che ci sono cose che non è bene lasciare al mercato: è il mercato stesso che ce lo dice, creando queste isole di pianificazione e gerarchia”. (P. Krugman)

Questa è probabilmente una delle cose più assurde di Krugman che mi sia capitato di leggere fin qui (e dire che ne leggo parecchie!). Confondere il funzionamento di un’impresa con quella della società in generale – nella quale per Krugman è evidentemente imprescindibile la presenza dello Stato – indica o che si è in malafede, oppure che non si ha idea delle cose di cui si parla. In entrambi i casi non se ne esce molto bene, a mio avviso.

La differenza fondamentale e decisiva tra un’azienda e una società governata da uno Stato consiste nel fatto che in azienda la gerarchia è regolata da rapporti contrattuali volontariamente sottoscritti da tutti coloro che con tale azienda hanno a che fare, mentre nel caso dello Stato i cosiddetti cittadini non hanno, in realtà, libertà di scelta. In altri termini, non esiste alcun “contratto sociale”, nonostante già i filosofi dell’antica Grecia, molto prima di Rousseau, abbiano tentato di giustificare lo Stato su tali basi.

Il problema è che lo Stato pretende per se stesso il monopolio dell’uso della violenza, a cominciare dalla possibilità di comprimere a piacimento il diritto di proprietà degli individui. Sotto tale imposizione, nessuno può dirsi veramente libero. Né vale ribattere che, se insoddisfatto, un individuo può sempre andarsene altrove. In primo luogo, non vedo per quale motivo uno debba essere costretto ad andarsene quando chiede solo di essere lasciato in pace sulla sua proprietà e di interagire con gli altri solo su base volontaria. In secondo luogo, andare altrove non risolverebbe il problema, dato che finirebbe per essere suddito di un altro Stato. Nella migliore delle ipotesi sarebbe solo una sudditanza meno opprimente.

Nel caso dell’azienda, viceversa, chi non è d’accordo con le decisioni prese dai superiori gerarchici o non sopporta il concetto stesso di gerarchia, ancorché sulla base di un contratto stipulato volontariamente e dal quale è possibile recedere in qualsiasi momento, può decidere di andarsene e di cambiare azienda, oppure di lavorare in proprio. Ovviamente si tratta di scelte che possono comportare sacrifici anche notevoli, ma ognuno è sempre libero di compierle.

Detto per inciso, che nell’azienda le decisioni spettino a chi rischia il proprio patrimonio (o a persone da costoro delegate a decidere) è del tutto logico. Va da sé che, in un sistema di libero mercato, a decretare il successo o l’insuccesso di queste decisioni sono coloro che, liberamente, scelgono di comprare i beni prodotti dall’azienda oppure quelli della concorrenza.

Per alcuni vale la stessa cosa in democrazia, dato che il consenso va conquistato mediante elezioni. I fatti dimostrano, però, che è molto più agevole mantenere una posizione di rendita politica che quote di mercato in un sistema concorrenziale. Tenendo sempre presente che il consumatore che decide di acquistare i prodotti di altre aziende non è costretto a comprare (anche) quelli del leader di mercato. A differenza di quanto accade all’elettore.

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Mostrati 13 commenti
  • Dom
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    Ma da dove è presa questa frase di Krugman?
    Lo dico perché veramente non ho idea del motivo per cui l’abbia pronunciata, cioè che cosa dobbiamo risolvere dando le aziende allo Stato?? Per caso la gerarchia presente in alcune aziende ha creato prolemi alle stesse, non le ha rese competitive, Krugman riuscirebbe a dimostrare ciò??
    Questa è veramente la peggiore, non una delle tante, frasi di Krugman! Qui ha definitivamente tolto la maschera!!
    Krugman è un socialista come quei tanti che si trovano in America (come Obama) che evitano di dichiararsi socialisti per la nota idiosincrasia (per me giustificata) che gli americani hanno verso questa parola, un po’ come da noi al contrario quando parli di mercato. E come tale pronuncia supercazzole assurde distorcendo la logica del libero mercato in favore delle sue idee.

  • CARLO BUTTI
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    Più che socialista, Krugman mi sembra una persona assolutamente incapace di ragionare: la logica non sa neppure dove stia di casa. L’ho detto e lo ripeto: mi meraviglio che sia così osannato, che abbia ricevuto il premio Nobel, che sia editorialista di uno dei più prestigiosi quotidiani… “The world is out of cent”, diceva Shakespeare per bocca di Amleto; non saprei come altrimenti giustificare questa contagiosa follia.

  • William
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    Krugman non è l’unico economista folle a cui hanno dato il Nobel c’è Stiglitz che non è da meno.

  • firmato winston diaz
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    Krugman ha SICURAMENTE ragione se si riferisce ad esempio alle megaaziende formalmente private ma a garanzia implicita pubblica: tipo fanny mac o freddie mae, ad esempio: in tali casi e’ meglio che la proprieta’ pubblica sia trasparente, come si e’ ben visto: perlomeno c’e’ il controllo pubblico, che non c’e’ assolutamente ne’ puo’ esserci legalmente nell’azienda che sia anche solo formalmente privatizzata.
    Comunque il ragionamento di Krugman vale perfettamente anche per le nostre esecrande e miserabili utilities municipalizzate: negli anni ’90 venne fatta la privatizzazione da Prodi se non erro.
    In cosa consisteva la “privatizzazione”? Nel fatto che passavano da aziende di diritto pubblico, quindi con trasparenza del controllo da parte dell’arco politico con la sua dialettica di maggioranza/opposizione, ad aziende di diritto privato completamente opache, in cui il partito piu’ grosso del posto ne ha fatto cosa sua, di diritto privato, facendo e disfacendo, disponendone a piacimento: un fallimento totale rispetto a quello che avrebbe dovuto essere l’obiettivo. Inoltre, godendo di un mercato assolutamente protetto (pensate alle aziende di rimozione rifiuti – leggi TARES ma lo stesso valeva per i sistemi tariffari precedenti, o dell’acquedotto: i prezzi sono fissati dal mercato? Per niente, sono fissati dalla legge e perfettamente equivalenti a tasse e imposte, nel caso della rimozione rifiuti e in genere dei servizi municipali addirittura paghiamo le cifre esorbitanti che ci richiedono con UNA SMACCATA, TOTALE, PERFETTA PATRIMONIALE: TARES E IMU. Peggio di cosi’…
    Un esempio pratico: il comune di Venezia, 270.000 abitanti totali, di cui forse 130.000 attivi, sapete quanti dipendenti ha contando anche gli indiretti delle municipalizzate? La spropositata somma di 10.000, quasi uno ogni meno di 10 lavoratori del privato, visto che dai 130.000 bisogna detrarre statali, regionali, provinciali eccetera.
    Formalmente il comune di pubblici, nella burocrazia, ne ha “solo” 3.500 (gia’ uno sproposito, probabilmente l’intera citta’ di new york con i suoi 10.000.000 di abitanti ne ha meno)…
    Inoltre nell’azionariato di queste aziende del cazzo oltre alla parte maggioritaria pubblica di controllo che garantisce, appunto, sicurezza di lauto guadagno e di irresponsabilita’ in caso di fallimento (alla fine comunque copre lo Stato), la parte minoritaria privata fatta di amici di amici si e’ ingrassata a dismisura (le cosiddette utilities, siccome servivano ai proprietari in maggioranza pubblici a rimpinguare ulteriormente le casse dei comuni gonfiando a piacere per legge i prezzi delle tariffe incamerando poi l’utile) davano rendimenti del 10 e oltre per cento, forma di tassazione indiretta, contro lo zero o quasi delle altre aziende private – ok zero virtuale, per non pagare tasse sui profitti).
    La stessa cosa identica vale per il sistema bancario tutto.
    Sono stati privatizzati i profitti e rese pubbliche le perdite, come del resto sta dimostrando in modo terribile e tragico questa crisi che stiamo vivendo, su scala forse ancora maggiore di quella che c’era con la vecchia IRI, con la differenza che l’azionariato minore privato si stra-riempie le tasche a spese del contribuente senza assolutamente nessun rischio ne’ onere, sottraendo risorse finanziarie, anche in questo modo,all’economia privata.

    Ma siccome lo dice krugman, e’ sbagliato. Geniale, questo atteggiamento.

    • Liberty Defined
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      il controllo pubblico crea mostri tipo alitalia, nessuno la ricorda? Aziende con dipendenti fannulloni illicenziabili che sfruttano lo stato sociale/socialista pagato dai contribuenti

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    E scusate se l’esempio di fannie mae o freddie mac non e’ sufficiente: da sole hanno provocato una crisi mondiale simil-1929, che sta distruggendo con i suoi strascichi soprattutto il nostro paese, con, come ultima conseguenza, una tassazione devastante da tardo impero.

    • Liberty Defined
      Rispondi

      @wiston infatti Freddy and Fanny erano proprio il simbolo del libero mercato…. E soprattutto pensi che la crisi sia colpa di quello? Il debito pubblico lo crea l’iperliberismo, giusto? E il gold standard porta iper-inflazione? Vero? Sei fuori strada a dir poco

  • Liberalista
    Rispondi

    Winston, Krugman dice che è giusto così. Che le aziende gestite in questo modo dimostrano che lo Stato gestisce bene ciò che controlla. Ti sembra corretto questo ragionamento????

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      @liberalista

      mmmh,

      krugman: “E’ evidente che ci sono cose che non è bene lasciare al mercato: è il mercato stesso che ce lo dice, creando queste isole di pianificazione e gerarchia”

      Non mi pare che ci sia scritto che lo stato gestisce bene cio’ che controlla, io al massimo ci vedo scritto che ci sono situazioni in cui il mercato funziona peggio, e in tal caso e’ meglio far fare allo stato (che puo’ essere inteso come male minore).

      Era l’opinione anche di Hayek, uno dei massimi teorici del liberalismo, ad esempio per quanto riguarda la tutela degli ultimi nella scala del merito (che ci saranno sempre per quanto si corra tutti al massimo della velocita’ e delle proprie possibilita’, quando c’e’ una graduatoria al traguardo), cosa di fronte a cui hanno gli occhi bendati solo quei coglioni con la mentalita’ del sergente prussiano, lasciamelo dire, che si illudono che loro arriveranno sempre primi, e pensano che gli ultimi vadano semplicemente eliminati.

      Il problema e’ rendere lo Stato umano. Il nostro, dopo la caduta dello stato-fascista, per un paio di decenni lo e’ stato abbastanza. Ora, per ragioni complesse e forse psico-sociologiche piu’ che economiche stiamo semplicemente ricadendo nel fascismo (inteso nel senso proprio di prevalenza dell’organismo sull’individuo) col contributo di tutti, ragioni legate forse al fatto che fascismo/comunismo si attagliano maggiormente alle forme mentali di noi parti di ricambio della societa’-macchina super-organizzata in cui viviamo, societa’ costruita al servizio delle macchine e in loro emulazione (fabbriche e scuole ad esempio sono smaccatamente delle macchine metaforiche).

      Sartre, che adorava il comunismo, diceva che era la “civilizzazione dell’ingegnere”.

      Prima della societa’-macchina, comunque, non c’era il paradiso, c’era la societa’-esercito, quella che vince le guerre, di cui forse la societa’-macchina e’ solo un’evoluzione, nata dal connubio esercito-tecnologia.

      Se ci pensiamo un attimo, vediamo che il moderno stile di vita in cui ogni nostro momento, dalla culla alla tomba, e’ scandito nei suoi puntuali impegni da un preciso calendario e orologio meccanico, e’ recentissimo, ha un secolo o poco piu’.

      Non e’ pensabile che non cio’ non influenzi profondamente la forma politica del nostro vivere e la concezione dell’uomo della strada di come si dovrebbe vivere, con la sua continua richiesta ad esempio di panlegislazione e panregolamentazione di TUTTO, del quale uomo della strada lo Stato, di cui ci lamentiamo, e’ solo un piu’ o meno fedele interprete.

  • Matteo. C
    Rispondi

    Alcune precisazioni.
    Il punto centrale del pezzo riguarda la confusione tra il funzionamento di un’azienda, regolata da contratti stipulati volontariamente e dai quali si può recedere, e quello della società. Krugman usa questa analogia per giustificare l’interventismo, ma si tratta di due contesti ben diversi.
    Nell’azienda ci sono dei proprietari che hanno il diritto di decidere come debbano agire le persone che vi lavorano, ad esempio. Lo Stato pretende di comportarsi da proprietario nei confronti degli individui, ma è un diritto che non ha. Né chi scrive glielo riconosce.
    Mi sembrano del tutto fuori luogo riferimenti ad aziende con garanzie pubbliche più o meno esplicite o alle privatizzazioni all’amatriciana. Si tratta, peraltro, di esempi di ingerenza dello Stato nel mercato. E qui nessuno – certamente non chi scrive – ha mai preso le difese delle imprese formalmente private ma che hanno il sostegno pubblico.
    Leggo che in certi casi “è meglio far fare allo Stato”, e che “Era l’opinione anche di Hayek, uno dei massimi teorici del liberalismo, ad esempio per quanto riguarda la tutela degli ultimi nella scala del merito (che ci saranno sempre per quanto si corra tutti al massimo della velocita’ e delle proprie possibilita’, quando c’e’ una graduatoria al traguardo), cosa di fronte a cui hanno gli occhi bendati solo quei coglioni con la mentalita’ del sergente prussiano, lasciamelo dire, che si illudono che loro arriveranno sempre primi, e pensano che gli ultimi vadano semplicemente eliminati.”
    Non sto in questa sede, per motivi di spazio, ad argomentare contro lo Stato minimo, limitandomi a dire che ogni Stato ha la tendenza ad espandersi, storicamente. Vorrei invece sottolineare che essere contrari allo Stato sociale non significa “illudersi di arrivare sempre primi”, né pensare che “gli ultimi vadano sempre eliminati”. Significa solo ritenere che la solidarietà debba essere volontaria, come ogni altra interazione tra individui. Solo una mentalità hobbesiana può ritenere che non vi sia alternativa allo Stato per la cura dei più deboli e meno fortunati. Fortunatamente la solidarietà esiste da molto prima dello Stato moderno.
    Leggo, infine, che “Il problema è rendere lo Stato umano”. Per i motivi sopra esposti è un punto di vista che non condivido. Ed è anche un obiettivo che, personalmente, ritengo del tutto irrealizzabile.

  • Rodion
    Rispondi

    @Matteo. C

    Credo che sia difficile non condividere ciò che sostiene @Winston.

    E francamente interpreta la proposizione proposta dal noto economista in un framework concettuale ben consolidato da ormai un secolo di numerosissime esperienze economicosociali: l’unica linea di pensiero economico che ha portato benessere economico equo e diffuso.

    Anche Mussolini faceva le apologie delo “stato minimo” fino al ’29!!
    Poi dovette cambiare idea…

    Quello che mi sconcerta è che oggi non succede.

    Sicuramente, come fai emergere, alla base ci deve essere un’idea condivisa di cosa si intende con “stato”: ma rimanendo alle evidenze empiriche, OGNI volta che si portano avanti delle politiche economiche con lo slogan “stato minimo” si finisce con delle macellerie sociali.

    L’economia è una cosa, l’ideologia è un’altra. In un momento così tragico bisognerebbe mattere da parte il proprio orgoglio e ammettere l’evidenza dei fatti.

    Qualsiasi manuale contraddice @Liberty:

    1 – l’iperliberismo (immagino che intenda: “iperderegolutation” del mercato dei capitali) –> porta a squilibri delle bilance dei pagamenti e all’esplosione (dal nostro lato) del debito PRIVATO –> Il debito privato di imprese e famiglie sono i crediti delle banche PRIVATE che lo stato (italiano) ha dovuto salvare intervenendo –> Il debito PRIVATO è stato socializzato in debito pubblico. Questa NON è un’opinione.

    2 – il gold standard (hic et nunc si legge EURO ed è causa alla dinamica del punto 1) porta a ciò che ci stiamo gustando: alla depressione e alla DEFLAZIONE.

    Non basta uno shock per avere l’iperinflazione, deve proprio crollare uno stato.

    Queste non sono opinioni, sono evidenze empiriche e materiale del primo anno di politica economica.

    L’inflazione è il babau usato contro imprenditori e lavoratori dai rentier per conservare e massimizzare il loro privilegio.

    Lo stato diventa un mostro quando non risponde ai cittadini di una costituzione democratica, ma risponde a oligopoli privati nazionali o, peggio, sovranazionali.

    E’ cablata nella nostra costituzione la finalità “sociale” della LIBERA impresa.

    Se l’impresa ha dimesioni tali da condizionare il benessere collettivo e NON risponde più alle regole del mercato smithiano, è necessario che intervenga lo stato (come rappresentante della collettività) per “minimizzare” i danni.

    Fra un’espressione democratica (per quanto imperfetta) e un interesse individuale e privato, la collettività è sicuramente più tutelata dalla prima.

    Mi sembre del tutto banale (almeno che non si faccia parte di quell’1% che riceve beneficio diretto dal danno alla collettività).

    Tutti i furfanti vorrebbero che lo stato non ci fosse e dovremmo essere uniti a lottare per difendere cosa ne rimane.

    L’ideologia e la filosofia possono aspettare tempi migliori.

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    @rodion

    “Non basta uno shock per avere l’iperinflazione, deve proprio crollare uno stato”

    E nel caso europeo di Weimar, ricordiamo che l’iperinflazione fu voluta per cancellare i debiti di guerra: quando gli fece comodo e si trattava di pagare i loro, di debiti, i paraculi l’inflazione la praticarono eccome, e come non ha mai fatto nessun altro ne’ prima ne’ dopo… Riporto da wikipedia:

    “In Germania durante gli anni venti, nella fase politica nota come Repubblica di Weimar, si usò il termine Papiermark (dalla lingua tedesca: marco di carta) per indicare le banconote emesse per pagare i debiti di guerra stampando banconote. Le nazioni vincitrici della Grande guerra decisero di addebitare alla Germania i costi della guerra da loro sostenuti. Senza nessun riguardo alle riserve di oro che avrebbero dovuto garantire la valuta, la Germania contituò a stampare cartamoneta finché il debito non fu assolto, il che causò la rapidissima svalutazione della moneta. Durante l’iperinflazione, furono emesse banconote di taglio elevato. Non furono quasi più coniate monete, tranne per alcune serie da 200 e 500 marchi d’alluminio. Il Papiermark fu prodotto in enormi quantità: esistevano anche tagli da 100.000.000.000.000 di marchi (centomila miliardi). Centinaia di fabbriche di carta stampavano giorno e notte nuove banconote, francobolli e altri valori con sopra delle cifre sempre più astronomiche”

    @matteo
    “Solo una mentalità hobbesiana può ritenere che non vi sia alternativa allo Stato per la cura dei più deboli e meno fortunati.”

    Temo che la concorrenza (capitalistica ma non solo) risponda perfettamente al meccanismo darwinistico (lasciamo perdere hobbes, c’e’ stato darwin dopo, che forse vale la pena studiare, e studiare di piu’). Purtroppo e’ nella dinamica stessa del potere espandersi sempre di piu’ per sopravvivere, lo Stato di questa dinamica e’ solo una delle tante incarnazioni, peraltro quella cui siamo giunti, dopo una decina di millenni, come meno peggiore compromesso fra la sottomissione ai “bravi” e il mantenimento di un quadro normativo di dominio della Legge, in cui sia possibile un minimo di autonomia. (ricordiamo che il percorso di formazione dello Stato nell’occidente puo’ essere fatto coincidere con quello di sottomissione ad una legge impersonale uguale per tutti, e non a una “forza maggiore” incarnata in un satrapo – vedi antica Roma, e successivo cristianesimo).
    Purtroppo attualmente tale autonomia sta restringendosi sempre di piu’ ma, appunto, dovremmo chiederci quanto in questo accadere dipenda dallo Stato in se’ e quanto dipenda dal fatto che esso e’ divenuto preda di meccanismi automatici che sono indipendenti da esso, e/o lo usano come strumento per i loro fini. In quest’ultimo caso, il problema dello Stato e’ solamente di essere divenuto preda di quelle istituzioni che comanderebbero comunque se esso scomparisse. Secondo me quest’ultima e’ l’interpretazione piu’ realistica, al di la’ delle ideologie che critica Rodion e che personalmente vedo, anche dal linguaggio con cui si esprimono, sempre piu’ simili ad una religione.

  • Rodion
    Rispondi

    @firmato winston diaz

    Mi vedo ancora costretto a quotare ogni singola tua asserzione.

    Mi sembrano concetti così banali che non riconoscerli in un momento come questo può essere riconducibile solo ad un frame da distopia orwelliana.

    Mi sembra di assistere a quella “follia collettiva” di cui ci narravano i nostri nonni.

    Ho consolidato un’opinione per cui ideologia e religione sono sostanzialmente le due facce della stessa medaglia: l’ideologia non è assolutamente una “somma di ideali”.

    In contesti “normali”, condividere ovvie menzogne come i frames liberisti possono essere spiegabili da logiche opportunistiche o da esigenze dialettiche strumentali a obiettivi particolari. Ma ora? Di fronte all’evidenza empirica e all’esperienza vissuta?

    Lo trovo assolutamente patologico.

    Un ciarlatano in malafede che dichiara che è possibile camminare sull’acqua, lo si può comprendere se netrae delle utilità: se è mentalmente sano e si trova in un naufragio, si metterà un giubbotto di salvataggio e cercherà una scialuppa… non si tufferà in mare!

    Coloro che gli hanno creduto, fatta esperienza che chi si è buttato in mare è annegato, cercheranno anche loro delle scialuppe… non diranno ‘gli altri non hanno camminato abbastanza in fretta sulle onde, proviamo a correre’!!

    Intere comunità sembrano state trasformate in un esercito di lemmings.

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