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LATTEDI GIORGIO FIDENATO

Il regime delle cosiddette “quote latte” ovvero dell’istituzione di un meccanismo di prelievo supplementare nei confronti di quei produttori che superino un certo quantitativo di latte precedentemente attribuito è un regime di regolazione della produzione lattiera istituito dopo il 1970 in cui la produzione di latte diventò sistematicamente superiore al consumo.

Precedentemente al 1970, la Comunità europea per la produzione di latte aveva istituito un’organizzazione comune di mercato (OGM) avente la particolare finalità, in conformità all’art. 39 del Trattato, di “ … assicurare un tenore di vita equo alla popolazione agricola interessata…”. Tale organizzazione comportava la fissazione daparte del Consiglio della Comunità europea di un prezzo indicativo del latte che i  produttori dovevano ottenere in tutta la comunità.

Per ottenere tale prezzo indicativo, l’OCM aveva attuato diverse misure d’intervento che avevano lo scopo si garantire l’equilibrio del mercato attraverso azioni dal lato dell’offerta e dal lato del consumo. Le misure passavano da:

  • acquisti diretti da parte di organismi di diritto pubblico di certi prodotti lattiero-caseari;
  • restituzioni alle esportazioni che compensano la differenza di prezzo per gli esportatori, tra il mercato comunitario e il mercato mondiale;
  • dazi doganali fissi all’importazione da paesi extra CEE.

Tutte queste misure di carattere economico avevano portato però ad un considerevole aumento della produzione lattiera europea che comportava sempre maggiori risorse pubbliche per immagazzinare le crescenti produzioni comunitarie, divenendo sempre più economicamente insostenibili.

Al fine di contenere lo sviluppo di tali  sovrapproduzione, il legislatore comunitario, nel 1977 introdusse un prelievo denominato di “corresponsabilità” dovuto da ogni produttore sui quantitativi di latte consegnato o venduto alla fattoria.

Tuttavia gli effetti del prelievo si sono rilevati insufficienti.

Ritenendo che l’aumento progressivo dei costi relativi alla smaltimento dell’eccedenza della produzione del latte mettesse in crisi l’avvenire della PAC, il legislatore comunitario ha quindi istituito il regime del prelievo supplementare sul latte attraverso il primo regolamento (CEE) n° 856/84, al fine di ristabilire l’equilibrio del mercato. Le condizioni di applicazione di tale regime sono state stabilite dal regolamento (CEE) n° 857/84.

Il regolamento 856/84 prevedeva la fissazione, per l’intera comunità, di un quantitativo globale garantito, derivante dalla sommatoria dei quantitativi ripartiti fra i vari paesi, calcolato su un quantitativo di latte prodotto ed acquistato nel corso di un determinato anno di riferimento.

Il superamento di tale quantitativo di riferimento nel periodo di dodici mesi, comportava l’obbligo di pagare un prelievo supplementare pari ad almeno il 75%  del prezzo di riferimento del latte. Con tale prelievo si intendeva finanziare il costo per la commercializzazione di detta eccedenza. Tale regolamento istituito per 5 annate successive venne prorogato e modificato varie volte. Significativa è la modifica introdotta dal regolamento 3950/1992 che ha introdotto primi elementi di mobilità delle quote da un’azienda all’altra ed aumentò il prelievo al 115% del prezzo di riferimento del latte.

E’ importante sottolineare che dal 1984, con l’introduzione del primo regolamento che prevedeva il prelievo supplementare, gli imprenditori agricoli che avessero voluto cimentarsi con la produzione lattiera, dovevano tener conto dei vincoli introdotti dal regolamento europeo 856/1984. In quel periodo, soprattutto agli inizi del sistema del prelievo supplementare, chi avesse voluto aumentare la sua produzione di latte, aumentare i propri capi, o semplicemente aumentare la sua produzione attraverso un costante miglioramento genetico della propria mandria, doveva tener conto del fattore quota latte introdotto con il nuovo regolamento sul prelievo supplementare.

Con il regolamento suddetto in pratica venivano posti, per scopi di riequilibrio tra domanda e offerta del settore lattiero caseario (squilibrio creato dalla OCM latte introdotta nella comunità europea nel 1964) dei limiti personali al diritto di godere della proprietà dei beni legalmente acquisiti, ad usarli, di disporne. Non si riesce ad individuare, nella regolazione dell’uso dei terreni per scopi non produttivi di latte, l’interesse generale. Infatti lo scopo iniziale della OCM latte era quella di assicurare un tenore di vita equo alla popolazione agricola interessata. Quando le misure OCM si dimostrarono foriere di sovrapproduzione lattiera, venne introdotto il regolamento 856/1984 CEE per riequilibrare la domanda e offerta di latte e per non aggravare il bilancio CEE.

Particolare interesse suscita l’esperienza della Nuova Zelanda, condensato nel breve libro scritto da Brian Chamberlin, tradotto in italiano dalla Leonardo Facco Editore-Movimento Libertario. Brian Chamberlin fu il Presidente dei Federated Farmers, il sindacato degli agricoltori neozelandese più rappresentativo, nei prima anni ’80 quando anche il settore agricolo della Nuova Zelanda, abituato ai generosi sussidi pubblici legati alle varie produzioni agricole, si trovò ad affrontare una crisi agricola dovuta alla sovrapproduzione generata dalle produzioni sussidiate. L’agricoltura neozelandese si trovò ad affrontare alla fine degli anni ’70 la stessa crisi che colpiva l’agricoltura europea. I politici neozelandesi insieme ai lungimiranti capi sindacali agricoli, affrontarono la crisi non attraverso strumenti positivi di limitazione del diritto di proprietà (vedi istituzione di quote nei settori più colpiti dalla sovrapproduzione), ma presero la decisione di eliminare immediatamente ed totalmente tutti i sussidi a tutte le produzioni agricole e di liberalizzare totalmente il settore. Nel giro di 5 anni l’equilibrio tra domanda ed offerta (mentre la Unione Europea è ancora alla prese con squilibri produttivi e mancata attuazione del regime del prelievo) venne raggiunto senza per questo limitare il diritto di proprietà dei vari imprenditori agricoli, assecondando le naturali inclinazioni di ogni produttore agricolo a svilupparsi o a ritirarsi dalla attività produttiva precedentemente praticata.

La ricostruzione normativa e il differente comportamento tenuto dai due legislatori (Unione europea e Nuova Zelanda) vogliono mettere in evidenza che il regime del prelievo supplementare contrasta con quanto stabilito all’art. 17 (Diritto di proprietà) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Detto articolo afferma che: “…1. Ogni persona ha il diritto di godere della proprietà dei beni che ha acquisito legalmente, di usarli, di disporne e di lasciarli in eredità. Nessuna persona può essere privata se non per causa di pubblico interesse, nei casi e nei modi previsti dalla legge e contro pagamento in tempo utile di una giusta indennità per la perdita stessa. L’uso dei beni può essere regolato dalla legge nei limiti imposti dall’interesse generale…”. A nostro avviso impedire, per l’interesse della categoria degli allevatori, il riequilibrio tra la domanda e l’offerta di prodotti lattiero caseari, attraverso lo strumento della limitazione dell’uso e della disponibilità della proprietà dei terreni agricoli degli imprenditori coinvolti significa contrastare il diritto di proprietà solennemente acclarato nella Carta dei diritti fondamentali dell’uomo.

A nostro avviso non può essere nemmeno giustificato il sistema del prelievo supplementare delle quote con l’interesse generale di diminuire la spesa pubblica per l’eventuale sostegno del settore. Infatti l’esperienza neozelandese dimostra che, senza far ricorso a risorse pubbliche, ma solo assecondando le naturali propensioni di ogni singolo imprenditore e di ogni singola realtà produttiva, sono riusciti a riequilibrare il sistema agricolo, e nello specifico anche il sistema lattiero caseario neozelandese, senza interferire con il diritto di proprietà dei produttori agricoli.

Passando ora ad esaminare il nostro caso concreto, si tratta di opporsi alla richiesta di versamento del prelievo esigibile, contrapponendo alla norma italiana di recepimento del regolamento europeo, la violazione costituzionale della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel senso che, per un interesse non generale ma legato ad un settore particolare, si viene a limitare il diritto di godere, usare e disporre della proprietà acquisita legalmente e si viene ad espropriare una proprietà, rappresentata dal latte prodotto oltre la quota, per una causa di non pubblico interesse e senza il pagamento in tempo utile di una giusta indennità per la perdita della stessa. Il ricorso andrà presentato, non per criticare i criteri di applicazione della normativa sulle quote latte o perché ci sono stati degli imbrogli (come stanno facendo ora tutti gli avvocati che si sono confrontati con l’argomento), ma per criticare la legittimità del sistema quote latte e prelievo supplementare perché non rispetta il diritto di proprietà previsto nella carta dei diritti fondamentali.

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Mostrati 8 commenti
  • Albert Nextein
    Rispondi

    Utilissime informazioni.
    E poi la Nuova Zelanda indica una delle Riforme a costo zero di cui si riempiono la bocca i politici europei e italiani.
    Basta annullare tutto l’impianto normativo dirigistico-socialista in merito al latte , e lasciare fare al mercato.
    Si arrangiano, tutti.

    • Stefano Nobile
      Rispondi

      Bravo, se togli tutto l’impianto dirigistico-socialista, mi spieghi poi cosa vanno a fare i burocrati?
      No, meglio mettere nuove norme e portare a nuove e più profonde distorsioni, creando nuovi problemi che i cari tecnocrati faranno a finta di cercare di risolvere.

  • fabiotto
    Rispondi

    In questo momento la liberalizzazione selvaggia del settore comporterebbe la distruzione del settore…ci troviamo in una situazione in cui “fortunatamente” abbiamo una offerta molto distribuita e un oligopolio di trasformazione del prodotto fatto da grosse multinazionali estere intenzionate a “utilizzare solo il nostro marchio “made in” per vendere i nostri prodotti dop….ma ambiscono ad utilizzare materia prima che ha ben poco a che fare con il “made in”……….quindi c’è come sempre un vuoto legislativo che non tutela il nostro prodotto e i nostri produttori che lavorano fra controlli, benessere animale, multinazionali distruttive, burocrazia….ricordiamo che la tutela degli alimenti e la loro salubrità ha un costo e il fatto che altri paesi dicono di non avere “contaminanti”, è perchè nella maggior parte dei casi è perchè non vengono cercati!!!!!
    Quindi prima si legifera imponendo che OGNI prodotto ITALIANO deve contenere oltre il 95% di latte prodotto in italia (cosa che assolutamente non avviene…nascondendolo ai consumatori che ne sono ignari)…poi si tolgano i sussidi che il settore ha le carte in regola per reggersi sulle proprie gambe….
    E’ la filiera che va imposta, invece cadiamo vittime delle multinazionali che distruggono l’ennesimo settore produttivo…che si dica al consumatore che sta mangiando il provolone…con latte polacco, la mozzarella con paste filate bulgare….e annessi controlli sanitari!!!! fate due conti oggi il produttore incassa 0.40 euro per litro di latte + iva……

  • alexzanda
    Rispondi

    grandissimo Fidenato,
    erano anni che cercavo una spiegazione ragionata delle cosiddette quote latte e questo articolo la illustra benissimo.
    inoltre da esperto devo dire che anche i passaggi giuridici spiegati e suggeriti come base legale dei ricorsi sono giuridicamente molto profondi e ben congegnati: onore dunque al Fidenato che ha dimostrato di non essere solo un contadino liberista ma anche un fine giurista, e quindi certamente anche un uomo colto e preparato che difende con passione e competenza le sue idee.
    chapeau!

    • Giorgio Fidenato
      Rispondi

      Grazie alex. Se conosci agricoltori con i problemi delle multe bisognerebbe convincerli a fare un ricorso in questo senso e non i soliti ricorsi che accettano lo stutus quo.

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Ma adesso le “quote latte” sono soggette a libero commercio? Se uno vuole aumentare o iniziare la produzione, deve procurarsele acquistandone da qualcun altro che la cessa o la diminuisce?
    Come funziona ESATTAMENTE?

    Se e’ cosi’ ci sara’ una fortissima resistenza alla loro eliminazione, dato che improvvisamente chi fa parte del settore si trovera’ spogliato del valore delle sue quote magari a sua volta acquistate a caro prezzo.
    Quantomeno lo Stato dovra’ rifondere del corrispondente valore i possessori (per quanto quel valore esista solo in virtu’ della protezione del settore effettuata dallo Stato stesso).

    Dall’articolo mi pare di aver capito che nel tempo si e’ passati da un regime in cui lo Stato acquistava tutta la produzione a prezzo politico maggiorato rispetto al mercato, a prescindere dalla richiesta di latte del mercato e quindi creando eccedenze da eliminare, a una situazione in cui lo Stato ha garantito ai produttori esistenti il non accesso al mercato di nuovi produttori in modo da creare una carenza artificiale di prodotto e quindi un innalzamento del prezzo, senza piu’ alcun esborso da parte dello stato. Ho capito bene? E’ cosi’? Se cosi’ fosse gli “sforatori di quota” a suo tempo in sostanza hanno fatto abbassare il prezzo producendo eccedenze, danneggiando i produttori meno efficienti della loro categoria non certo gli acquirenti. Sbaglio? Ma se e’ cosi’, perche’ la lagna continua di questi ultimi anni sul prezzo del latte troppo basso per loro al limite della remunerativita’ o sotto?
    Il prezzo adesso e’ deciso solo dal libero mercato o ci sono degli incentivi?
    Ci sono parecchie cose che, per chi come me non ne sa nulla per esperienza diretta ma deve affidarsi alle informazioni della stampa, del tutto inaffidabili, non quadrano… E le informazioni che provengono dalle categorie relative si capisce da lontano un miglio che si dilungano solo sui particolari che fanno loro comodo…

    • fabiotto
      Rispondi

      le quote hanno un mercatoe un prezzo….ogni allevatore può acquistarle, ma è anche obbligato a produrre l’85% della sua quota pena la confisca…..il prezzo del latte è stabilito dal mercato con la distorsione di avere il monopolista lactalis come controparte….granarolo è un moscerino…..la remunerazione del settore è quindi ai minimi se non per alcune nicchie che galleggiano senza lodi ne infamie (grana e parmigiano). Dalla campagna 2015 le quote non esisteranno più e chi le ha acquistate anche a caro prezzo rimarrà con un pugno di mosche…soldi gettati al vento….il problema quote è nato all’origine con le quote stesse, e con la politica italiana…all’epoca è andata a Bruxelles per informare i compagni europei sulla produzione nazionale di latte e si è presentata con numeri ridicoli (manco si sapeva quante vacche c’erano, figurati la produzione…) e per questo ci sono stati assegnati quantitativi che noi già superavamo ampiamente….da qui la nascita di una frangia di allevatori che voleva svilupparsi (costo investimenti + costo quote=insostenibile) “cobas” che hanno deciso di fare opposizione dura…..questo fino ad oggi…. pare pure che molti fossero a conoscenza di pacchetti di quote occulti cosi come erano occulti i beneficiari dei contributi europei aggregati alle quote (ma nulla è mai stato rivelato)….
      Per il prezzo del latte..oggi 0,40 euro/litro…..detto fuori dai denti con gli investimenti che ci sono e il costo del lavoro è destinato a fare chiudere le nostre aziende e avvantaggiare i nostri concorrenti oltralpe..il latte spot estero oggi quota 0,45….a quel prezzo i nostri allevatori firmerebbero all’istante…

      • claudio
        Rispondi

        “Dalla campagna 2015 le quote non esisteranno più e chi le ha acquistate anche a caro prezzo rimarrà con un pugno di mosche…soldi gettati al vento….” se gli allevatori italiani fossero stati uniti nel opporsi a questa mercificazione del del diritto d’impresa invece di seguire le indicazioni di chi li trascinava nel baratro con la promessa dell’eden e di pochi spiccioli..se ..se , ma la storia non si fa con i se ma con i fatti ed i fatti dicono che la comunità europea nel 2004 introdusse un premio di circa 0.033euro/litro quota posseduta come misura di soft-planning per compensare in dieci anni chi appunto aveva acquistato quote fino ad allora, quindi soldi gettati no,sono state scelte imprenditoriali e come tali vanno valutate nel tempo, TUTTI ERANO COSCIENTI DI COMPERARE UN PEZZO DI CARTA.anche perchè nessun dottore aveva prescritto tale operazione,ne tantomeno sono stati obbligati con la forza, si è preferito far scegliere ad altri,ma ora non piangiamoci addosso,un po di coerenza please

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