In Anti & Politica

KrugmanDI MATTEO CORSINI

“L’altra questione relativa all’inflazione è la rigidità salariale nominale verso il basso e in certa qual misura la rigidità dei prezzi nominali verso il basso. Potreste anche pensare che questi siano problemi solo se fossimo davvero in presenza di una deflazione, ma poiché prezzi e salari cambiano di continuo, la verità è che questa rigidità verso il basso inizia a essere un problema in un’economia depressa anche a tassi di inflazione bassi e sopra lo zero”. (P. Krugman)

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In queste parole di Krugman è rappresentato uno degli assi portanti di tutto il keynesismo, ossia l’utilizzo di politiche inflazionistiche per “curare” i mali dell’economia e ridurre la disoccupazione. La nota avversione di Keynes e seguaci per il gold standard non può che essere una logica conseguenza della necessità di usare l’inflazione come rimedio per curare ogni sorta di malanno dell’economia (oltre che contro la disoccupazione, per agevolare il finanziamento del deficit pubblico).

In un mercato del lavoro privo di distorsioni sindacali e governative, i salari nominali fluttuerebbero in entrambe le direzioni, diminuendo in caso di eccesso di offerta e aumentando in caso contrario. Un elevato tasso di disoccupazione sarebbe quindi un fenomeno al più temporaneo e legato a taluni settori, non duraturo e generalizzato.

La “rigidità salariale nominale verso il basso” non è, quindi, un fenomeno di mercato, ma è per lo più la risultante di azioni sindacali e di legislazioni che introducono livelli retributivi minimi o barriere all’entrata in certi lavori. Invece che auspicare una rimozione dei vincoli imposti al libero mercato, Keynes sostenne che “se vuoi far scomparire la disoccupazione devi inflazionare la moneta”. Spiegando poi che “se si svaluta la moneta e i lavoratori non sono abbastanza accorti da rendersene conto, non opporranno resistenza alla diminuzione dei salari reali, finché i salari nominali rimarranno gli stessi”.

Da allora sono passati quasi ottant’anni, ma lo stato dell’arte keynesiano è rimasto pressoché invariato, come si evince anche dalle parole di Krugman. In buona sostanza, il rimedio alla rigidità dei salari nominali consisterebbe nell’imbrogliare i lavoratori. Al di là delle considerazioni circa l’elevazione dell’imbroglio a strumento (principe?) di regolazione dei rapporti contrattuali, il problema è che non si può imbrogliare tutti quanti all’infinito. Nonostante i consistenti sforzi profusi da governanti ed economisti keynesiani per ridimensionare la portata distorsiva e redistributiva dell’inflazione – con la ripetizione un giorno sì e l’altro pure del mantra che un po’ di inflazione fa bene – prima o poi le aspettative di inflazione aumentano, quindi la svalutazione reale dei salari diventa meno semplice da realizzare. Il rischio che si formi una spirale inflattiva è più che concreto.

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I keynesiani solitamente sostengono che il problema non è attuale, soprattutto quando si parte da tassi di disoccupazione elevati. E, come noto, tutto ciò che non riguarda il breve termine non deve essere fonte di preoccupazione, perché nel lungo periodo, “saremo tutti morti”.

Questo però non cambia la sostanza del problema, che è dovuto in realtà all’errore di fondo di considerare la disoccupazione come un fenomeno dovuto alla mancanza di inflazione (o a un’inflazione troppo bassa) e non alle rigidità imposte alla fluttuazione verso il basso dei salari nominali da parte di governi e sindacati. Ma se non si individuano (o non si vogliono individuare) correttamente le cause, non si possono individuare neppure le soluzioni. Si può anche capire che ottanta anni fa ci fosse confusione sull’argomento (nonostante Mises e altri economisti della scuola austriaca ammonissero già all’epoca sulle conseguenze dell’inflazione); oggi direi proprio di no.

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Comments
  • Gold Price
    Rispondi

    L’innalzamento del salario minimo porterebbe quindi all’aumento della disoccupazione, tanto più in un periodo di crisi economica. Al contrario, il salario minimo in tali casi andrebbe ridotto, per permettere al mercato del lavoro di trovare un equilibrio migliore, o eventualmente eliminato del tutto. E’, in effetti, ciò che in Europa la Trojka (FMI, UE, BCE) ha chiesto e ottenuto dalla Grecia e in parte dalla Spagna.

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