In Anti & Politica, Libertarismo, Varie

teapartyitalia2DI GIACOMO ZUCCO

Ho accettato subito di buon grado l’invito di Leonardo a rispondere pubblicamente alle critiche mosse da Claudio Romiti all’iniziativa “Una firma contro le tasse” promossa dal movimento Tea Party. Per una strana ironia della sorte ho dovuto procrastinare la mia risposta proprio per dare vita ad una campagna mediatica tesa ad evidenziare i primi tradimenti dell’iniziativa in questione, ad opera dei deputati e firmatari Calabria, Costa e Galgano, che hanno votato favorevolmente un decreto pieno zeppo di aumenti di tasse e di spesa.

Il ritardo ha fatto si che la mia risposta risulti ora in gran parte obsoleta, dato che tra i commenti che hanno animato il vivace spazio virtuale del sito del Movimento Libertario è già stato scritto sostanzialmente quasi tutto quello che avrei voluto dire. Mi limiterò quindi a 5 considerazioni.

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1)      Prima di entrare nella discussione sull’utilità dello strumento del pledge anti-tasse, una parola di chiarezza a riguardo. Romiti scrive: “E poi che vuol dire, come si legge nello stesso documento on line del Tea party,  “Una firma contro le tasse”, quando poi nel dettaglio si chiede ai politici di impegnarsi “a non votare mai nessun provvedimento che aumenti in alcun modo le tasse e la spesa”?  A parte il fatto che se, ammesso e non concesso, fosse possibile cristallizzare l’attuale situazione, l’eccesso di tassazione risulterebbe comunque insostenibile.” In realtà il pledge non impegna solo ad evitare aumenti di tasse, e per rendersene conto sarebbe sufficiente dare un’occhiata al sito dell’iniziativa prima di scrivere un articolo sulla medesima (il testo si può consultare all’indirizzo http://www.unafirmacontroletasse.it/pledge.html ): esso  non comprende soltanto il punto 1 con cui il candidato si impegna a dare un voto contrario a qualunque provvedimento innalzi la pressione fiscale globale, ma anche il punto 4, con cui il candidato si impegna a presentare almeno un disegno di legge per ridurla. Il rispetto del primo punto può essere monitorato nell’ambito di ogni singola votazione, mentre il rispetto del quarto si può valutare solo nel complesso della legislatura. Lo scopo principale del pledge è quello di garantire una “metrica misurabile” del comportamento dell’eletto, di conseguenza impegni generici e dipendenti da fattori esterni come “abbasserò le tasse” non erano in linea con l’idea di fondo. Sicuramente il pledge poteva essere scritto diversamente, forse anche meglio, ma la rappresentazione che ne viene data dall’articolo è quantomeno incompleta.

2)      Il movimento Tea Party si propone come una piattaforma che possa mettere in rete tutte le istanze che vanno nella direzione della riduzione del peso dello stato sull’economia. Questo significa che una simile piattaforma è messa a disposizione per creare sinergie tra persone che hanno idee diverse (dai libertari come il sottoscritto fino a quei tiepidi statalisti che hanno comunque il buon senso di considerare la situazione italiana insostenibile), oppure tra persone che hanno idee del tutto simili ma strategie profondamente diverse  per portare avanti tali idee: c’è ad esempio chi crede nella possibilità di utilizzare la politica politicante come mezzo per portare avanti determinate idee mentre altri, come Romiti e come la grande maggioranza dei libertari, ritengono questi tentativi assolutamente ingenui e ridicoli. Non entro ancora nel merito di quale sia la mia opinione in proposito (lo farò nel punto successivo): in prima battuta mi preme sottolineare il fatto che entrambi questi tipi di approcci sono oggettivamente presenti tra le fila di chi aspira a ridurre il peso dello stato in economia, e che la piattaforma Tea Party è stata creata, presentata e portata avanti con lo scopo dichiarato di permettere la collaborazione di tutte le strategie, quindi comprese quelle di chi crede nella possibilità di riforme politiche e quelle di chi ritiene ingenua questa aspettativa. Si poteva scegliere di costruire una piattaforma che si rivolgesse solo ai primi, oppure solo ai secondi…il movimento Tea Party, qui come altrove, sceglie di rivolgersi a entrambe le “categorie”, come una sorta di terreno comune.

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3)      Nel merito della questione se il sistema italiano sia o meno riformabile in senso anti-statalista ad opera di singoli politici (che si tratti dei firmatari del pledge anti-tasse piuttosto che di altri), devo confessare di essere del tutto d’accordo con Romiti. L’ipotesi di un rapido arretramento del peso statale grazie ad una stagione politica di tipo “thatcheriano” mi sembra decisamente improbabile: non solo perché non si vedono all’orizzonte leader politici di quella caratura e con quelle idee (di certo, a mio parere, non li si può trovare tra gli eletti che hanno aderito all’iniziativa “Una firma contro le tasse”), ma anche e soprattutto perché la cultura italiana è talmente statalista, irrazionale, facilona, economicamente carente e basata sull’invidia che simili leader, anche qualora esistessero, non avrebbero mai alcuna chance di guadagnare un consenso rilevante. Questo non è solamente il mio pensiero, ma è anche il pensiero di molti altri aderenti ed esponenti del movimento Tea Party italiano (alcuni dei quali sono intervenuti in questo senso nei commenti all’articolo di Romiti). Al di là della retorica (legittima e strumentalmente utile) che anche a me piace usare ogni tanto, non credo, d’altra parte, nemmeno nella possibilità che la “rivoluzione” che Romiti auspica nella chiusura dell’articolo abbia probabilità di riuscita concretamente superiori a quelle della via “politica” alla riduzione dello stato: se una schiacciante maggioranza di italiani è statalista, lo sarò con il voto e lo sarà anche nelle piazze. Pensare ad una popolazione italiana, per com’è connotata oggi, che insorge in una rivoluzione contro lo statalismo imperante mi sembra ancora più ridicolo che pensare ad una popolazione italiana che vota contro uno statalismo imperante. Anzi: se ci fosse davvero una rivoluzione, molto realisticamente sarebbe guidata da chi vuole aumentare ulteriormente il peso dello stato, dai no-global ai neofascisti fino ai grillini. Cosa rimane quindi da fare? L’unica cosa possibile: cominciare a lottare per cambiare quella cultura distorta, ignorante e disastrosa che caratterizza oggi la maggior parte della popolazione italiana, e che fa sì che tanto un’elezione quanto una rivoluzione sarebbe attualmente destinata a veder prevalere le istanze stataliste.

4)      Sulla base del punto 3 si potrebbe dedurre che anch’io consideri l’iniziativa “Una firma contro le tasse” come del tutto inutile, e sulla base del punto 2 si potrebbe concludere che l’unico motivo per cui l’ho sostenuta, propagandata e diffusa sia il fatto stesso che il movimento di cui sono portavoce è aperto a diversi tipi di approcci, compresi quelli che ritengo improduttivi. In realtà non è affatto così: ci sono moltissime strategie che io personalmente tendo a ritenere del tutto sterili e che ciò nonostante io “rappresento”, ma l’iniziativa del pledge non rientra tra queste! Io la ritengo estremamente utile per un semplice motivo: è uno strumento azzeccato ed intelligente per veicolare quella stessa battaglia culturale a cui mi riferivo nel punto precedente! Gli italiani sono drogati di politica: la politica, quindi, rappresenta un ottimo megafono per poter parlare con loro. La politica può non essere una soluzione, ma può essere un buon cavallo di troia per raggiungere le orecchie e le menti di chi la considera tale, allo scopo di mostrarne l’intrinseca inconsistenza! Mi pare chiaro che i libertari ritengano risibile qualunque impegno di un politico contro la voracità del fisco … ma quello che deve essere chiaro è che i libertari non sono il target di un’iniziativa come quella del pledge anti-tasse!! Una simile iniziativa ha come target specifico coloro che ancora credono nella politica come soluzione: un target infinitamente più numeroso rispetto ai libertari, che rappresenta il vero obiettivo della battaglia culturale che dobbiamo condurre. Il problema di “portare la propria battaglia culturale fuori dai palazzi”, come scrive Romiti in un commento al suo articolo, è che gli italiani, in grandissima maggioranza, ascoltano solo quello che accade dentro quei palazzi, e anche quando si vantano di essere all’esterno degli stessi il loro scopo è comunque solamente  quello di entrarci (vedi propaganda grillina). Fuori dai palazzi c’è solamente una landa semi-deserta già presidiata da noi, e non è certo quello il luogo in cui si possa condurre una battaglia culturale: noi dobbiamo convincere una popolazione che ignora i libri di Mises e guarda i talk show politici, che invece di discutere su dove sia meglio espatriare discute su quale partito sia meglio votare, che diserta un’iniziativa di disobbedienza civile ma che si assiepa per assistere ad incontri con parlamentari! Questo è il target della nostra battaglia culturale, questo è il target che dobbiamo raggiungere e a cui dobbiamo mostrare con sempre maggiore evidenza e con sempre maggiore dovizia di particolari qual è la vera essenza della politica! La mia opinione personale nel merito, quindi, è che iniziative come quella del pledge rappresentino un veicolo eccellente per la battaglia che dobbiamo condurre.

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5)      Concludo ritornando  a considerazioni di metodo. Per le ragioni precedentemente esposte pur  partendo da uno scetticismo verso la politica del tutto analogo a quello di Romiti non condivido le sue critiche all’iniziativa del pledge … ma anche qualora io le condividessi senza riserve, preferirei indirizzare la maggior parte del mio tempo a costruire alternative a questa iniziativa, invece che a rilevarne i limiti. Capisco benissimo per quale motivo sia così allettante la prospettiva di criticare le varie iniziative antistataliste in campo (certamente tutte imperfette, tutte migliorabili, tutte difettose sotto vari punti di vista, tutte insufficienti per cambiare davvero la situazione) che non invece faticare per idearne, organizzarne e portarne avanti altre, in alternativa. Noi tutti facciamo già fatica a sbarcare il lunario e a parare i colpi dello stato ladro che ci rapina quotidianamente. E’ del tutto naturale che l’istinto ci spinga verso i passatempi più rilassanti e meno faticosi: non c’è alcun dubbio che impiegare il proprio tempo e le proprie risorse per costruire e implementare strategie contro un nemico forte come lo stato italiano sia infinitamente più faticoso e infinitamente meno rilassante che non impiegare il proprio tempo e le proprie risorse per criticare le (inevitabili) mancanze di un amico debole come può essere un altro libertario che persegue un’altra strategia. Quello che dobbiamo fare, tutti, per aumentare le nostre probabilità di successo è vincere questo istinto, per quanto naturale e legittimo: smetterla di essere sindacalisti dell’antistatalismo e diventare imprenditori di nuove idee, nuove strategie, nuove iniziative, nuove azioni, da mettere in concorrenza con quelle che ci convincono di meno. Il mercato, come sempre, premierà quelle migliori.

QUI L’ARTICOLO DI ROMITI: https://www.movimentolibertario.com/2013/11/caro-zucco-i-pledge-contro-le-tasse-non-servono-meglio-la-rivolta/

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Showing 11 comments
  • Piombo
    Rispondi

    Mi congratulo con Giacomo Zucco. Le sue condiderazioni mi sono sembrate ragionevoli e ben motivate.

    GP

  • Pedante
    Rispondi

    Libertari si nasce o si diventa? Per Chodorov si tratta di un innato assetto caratteriale e temperamentale. Destinati a restare sempre una piccola minoranza, forse converrà puntare tutto su quella landa semi-deserta.

    Ringrazio ugualmente il Dottor Zucco per i chiarimenti.

  • Claudio Romiti
    Rispondi

    Proprio non ci siamo, caro Giacomo. Un fiume di parole per arrivare alla stessa conclusione di coloro i quali usano la militanza cieca e unidirezionale come una clava. Ora ci tocca pure di passare per sindacalisti dell’antistatalismo dediti a divertirsi con passatempi rilassanti, solo perché alcune inutili, e dunque molto dannose, iniziative del Tea party non ci convincono per nulla. Ricordo che molti anni fa frequentavo alcuni amici di Comunione e Liberazione, i quali mi volevano convincere a entrare dentro la Dc per far scoppiare la bomba. I leader dell’epoca erano Formigoni e Buttiglione. La bomba non è mai scoppiata e tanti cattolici “rivoluzionari” -che predicavano di sporcarsi le mani con la politica- hanno legittimamente pensato alle loro carriere dentro il “palazzo”. Personalmente se gli amici del Tea party ritengono di continuare ad intrattenere rapporti con i rappresentanti di un sistema irriformabile, facciano pure. Ne hanno tutto il diritto, compreso quello di farsi eleggere dentro un partito tradizionale, come è già accaduto col Pdl in particolare. Ma per favore, consentite a chi ritiene una strategia, quella dei pledge, del tutto controproducente di poterlo dire senza lanciare anatemi. La strada della libertà non è monopolio di nessuno. Cordiali saluti.

  • Giacomo Zucco
    Rispondi

    Non ho notato anatemi nella mia risposta. Anzi, il mio punto era ESATTAMENTE quello di sottolineare che “la strada della libertà non è monopolio di nessuno”. Chi considera la strategia dei pledge controproducente lo può ovviamente dire, lo dice da sempre e potrà ovviamente continuare a dirlo. Il mio invito è anche a costruire attivamente alternative, perchè il “monopolio” di cui sopra non si verifica solo se un “monopolista legale” impedisce la concerrenza, ma anche se un “monopolista di mercato” viene lasciato l’unico ad operare su quel mercato, dato che la potenziale concorrenza non entra sul mercato.

  • Claudio Romiti
    Rispondi

    Caro Giacomo, nessun “monopolio” di mercato mi impedirebbe di offrire un contributo fattivo se credessi nella validità di una iniziativa, come quella -ad esempio- di scrivere commenti negli spazi di libertà messi a disposizione dall’ottimo Leonardo Facco. Se, altro esempio concreto, al Tea party, anziché rincorrere le lucciole della politica del Pdl e affini, venisse in mente di battersi contro la crescente pressione espropriativa esercitata dallo Stato nei riguardi delle cosiddette partite iva, soprattutto sul piano dei contributi previdenziali, mi schiererei in prima fila. Credo, a questo proposito, che se a un commerciante, un artigiano o a un piccolo imprenditore privato gli parli di minimali capestro dell’Inps e di aliquote crescenti è più facile farsi capire. Fossi in voi mi dedicherei a organizzare la protesta dispersa di questa vasta platea di sfruttati. Questione di punti di vista.

  • Michele Bendazzoli
    Rispondi

    Giacomo la mia stima verso di te cresce ogni volta che assisto a qualche tuo intervento: la cosa è tanto più sorprendente quanto alto era già il livello di considerazione che avevi raggiunto nella mia hit personale.
    Grazie per tutto quello che fai.

  • Giacomo Zucco
    Rispondi

    Grazie mille a te, Michele.

    Caro Claudio: il tuo ultimo intervento va esattamente nella direzione che propongo, e ne sono lieto. L’unico passaggio in più che sollecito (a me stesso in primis) è il passare da: “Fossi in voi mi dedicherei a…” ad un più costruttivo “Io mi dedicherò a… nei modi seguenti…e chiedo supporto nei termini di…”. ;-)

  • Albert Nextein
    Rispondi

    La gente va informata.
    Occorre indurre il tarlo del dubbio in cervelli drogati di statalismo.
    Informare, dati alla mano, è il compito primario.
    Poi si fornisce l’alternativa liberale libertaria come soluzione allo sfacelo attuale.
    Sempre dati alla mano, con esempi chiari e confronti con altri paesi.
    Io ritengo che nell’alternativa liberale sia inscritta anche l’indipendenza dei popoli.

    Personalmente io già mi adopero in merito a quanto sopra elencato.
    Regalo o presto libri sulla materia, informo, fornisco il mio esempio personale di evasore per autodifesa e per sopravvivenza.
    Trasmetto le coordinate dei siti nei quali si tratta della materia.

    La gente ha bisogno di un riferimento alternativo, di un possibile salvagente, di speranza.
    Io ritengo, quindi, che ogni azione individuale o meno che informi e che stimoli il ragionamento critico del popolo vessato sia utile e benvenuta.

    Ritengo, anche, che per avere risultati tangibili nella lotta contro uno stato di parassiti e criminali esista una sola strada praticabile.
    Una potente e diffusa rivolta fiscale senza limiti temporali che non siano la demolizione di questo sistema democratico marcio e della sua costituzione cancerogena.

  • Marco Tizzi
    Rispondi

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-11/accordo-pd-pdl-no-tax-area-fino-12-mila-euro-165408.shtml?uuid=ABnI3Wc

    Intanto io io come iniziativa personale vorrei mandare a fare in culo Fassina.
    So che non serve, ma lo voglio fare lo stesso.

  • Marco
    Rispondi

    Sono d’accordo con Zucco, in questo paese e’ attualmente molto piu’ provabile una rivoluzione ” conservatrice” in senso ancora piu’ statalista che una rivolta fiscale; per cambiare le cose bisogna far conoscere, anche sfruttando il palazzo, l’alternativa liberale!
    P.S.: aderisco anch’io all’iniziativa del mio omonimo Tizzi “manda affanculo Fassina”. Non servira’ a nulla, ma e’ bello addormentarsi la sera sapendo di aver fatto il proprio dovere

  • Claudio Romiti
    Rispondi

    Ringrazio l’amico Giacomo per il suo apprezzamento circa una eventuale iniziativa a sostegno delle partite iva vessate dall’Inps. Tuttavia, non essendo un soldatino del Tea party, mi permetto di non raccogliere l’invito a mobilitarmi. Le idee e le iniziative non hanno padroni. Se i giovani teapartigiani vorranno concentrarsi su questo tipo di iniziative, anziché perseverare nella dannosa ricerca di sponde politiche nei partiti tradizionali, avranno tutto il mio modesto supporto. Cordialità.

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