In Anti & Politica

manetteDI PAOLO MARINI

Si inaugura come di rito l’anno giudiziario e come in un rito si deplora la situazione delle carceri. Nel gorgo insulso e inconcludente di questi decenni la politica non ha risolto – naturalmente – neanche questo problema. Ciò che ha ispirato “Sulla pena al di là del carcere” (Liberilibri 2013, pp. 188, € 16,00) è l’approccio vòlto al superamento della pena carceraria non soltanto per una “crisi di efficacia” – come scrive il prof. Giovanni Fiandaca nell’introduzione – ma anche “di significato, di senso e di legittimazione”. Il testo si articola in quattro contributi (Silvia Cecchi: “Verso una penalità oltre la pena carceraria” / Giovanna Di Rosa: “Il sistema penale della vittima” / Paolo Bonetti: “Per un pluralismo delle pene” / Mario Della Dora: “Dalla parte di Isacco”) e parte dalla  espansione del diritto penale contemporaneo, che sta “occupando settori di condotte umane, di fattori di rischio, di beni offesi o minacciati, prima d’ora inediti”, cui corrisponde “la necessità di una sanzione che sposti (…) l’accento dal rimprovero ‘morale’ mosso al reo (…) ad una più plausibile responsabilità da violazione dei doveri di relazione (Cecchi)”. Da questo crocevia prende forma l’idea che “il reo dovrà essere considerato in uno con la persona offesa e valutando le conseguenze prodotte”. Se i limiti del processo penale si annidano nella concezione “imputatocentrica dello stesso, allora bisogna cominciare a porsi delle domande: che cosa è dovuto alla vittima, che cosa chiede la vittima al reo, alla comunità, allo Stato?

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La parte offesa è centrale nel ragionamento di tutti gli Autori perché “il processo, in Italia, costruito sul reo, estrania la vittima” (Di Rosa), non la considera – centrato com’è sul “gioco competitivo tra accusa e difesa” (Della Dora), dominato da una preoccupazione che sovrasta ogni altra: giungere alla sentenza. Dopo la sentenza, poi, è anche peggio.

Dal lato del reo, il carcere “sembra a molti la pena più giusta, quella che è meglio in grado di risarcire, infliggendo dolore, la sofferenza delle vittime. Ma il legislatore deve piuttosto chiedersi (…) se il carcere contribuisce davvero ad evitare che ci siano altre vittime, che la violenza e l’inganno divengano sempre più la normalità della vita sociale” (Bonetti). Mi sento di tranquillizzare, chi dovesse temere dal testo la vieta minestra ‘buonista’, che nessuno degli Autori ritiene che una società, anche la più liberale, possa prescindere dal porre il reo di fronte alle conseguenze negative del gesto compiuto. La critica è rivolta all’eccessivo ricorso al carcere, che livella e confonde ciò che non è uguale, uniforme. Non mancano riferimenti alle origini e all’evoluzione degli istituti della giustizia riparativa e della mediazione penale, alla evoluzione dell’ordinamento giuridico nella inevitabile cornice internazionale e comunitaria – oltre che ad alcune decisioni giurisprudenziali.

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Le soluzioni proposte, offerte all’attenzione del lettore professionale come del cittadino, puntano ad un sistema personalistico della sanzione penale, alternativo al modello totalitario (che pone in primo piano le esigenze dello Stato e della collettività) e con ciò diversificato e selettivo, capace di graduare qualitativamente – oltre che quantitativamente – la pena e quindi di dare compimento al precetto costituzionale. Una domanda-obiezione, fuori dal testo, potrà sovvenire al lettore disincantato: avremo mai un legislatore e un potere esecutivo in grado di rispondere a sollecitazioni come queste?

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