In Anti & Politica, Esteri

Immagineaaad1di GERARDO GAITA

Nel gennaio del 1776 Thomas Paine, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, scrisse, nel suo pamphlet radicale intitolato Senso Comune, che:

«La causa dell’America è in grande misura la causa dell’intera umanità».

Se è quindi plausibile affermare che il sorgere della nazione americana è stato sufficientemente animato dalla convinzione di possedere un calling (vocazione), ossia un certo tipo di vita stabilita da Dio all’uomo per il bene comune, nondimeno deve essere altrettanto plausibile asserire che gli Stati Uniti sono da lungo corso una potenza imperiale e lo sono a pieno titolo da quando nel 1816, con l’approvazione da parte del Congresso di una tariffa doganale media sulle merci d’importazione del 20%, che su quelle tessili raggiungeva il 25%, con la decretazione dell’imponibile minimo – il tutto sotto la spinta dell’allora Presidente della Camera dei Rappresentanti, Henry Clay, e del deputato della South Carolina, John C. Calhoun – iniziò a prendere stabilmente forma il cosiddetto Sistema Americano, vale a dire un piano economico nazionale mirato a potenziare il Paese attraverso uno sviluppo industriale impostato su protezionismo, centralismo e mercantilismo.

Tale piano affondava le sue radici nella visione politica di Robert Morris, ricco uomo d’affari e membro del Congresso Continentale durante la Guerra di Indipendenza Americana e successivamente senatore, e soprattutto in quella del suo discepolo Alexander Hamilton, vero Padre Fondatore del capitalismo clientelare americano, nonché primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti.

Infatti, fu Hamilton a foggiare per primo la locuzione “Sistema Americano” per descrivere un programma politico che avrebbe dovuto prevedere un utilizzo rilevante di tariffe protezioniste, un innalzamento complessivo anche delle altre imposte, un consistente numero di lavori pubblici, un grande debito pubblico ed una banca centrale a suo sostegno e servizio.

Fu sempre Hamilton nel 1791 a far approvare dal Congresso l’istituzione della Prima Banca degli Stati Uniti, una banca centrale privata con partecipazione del governo al capitale sociale pari ad 1/5 del totale, con lo scopo di sovvenzionare, tramite cartamoneta a buon mercato piramidata su una relativamente esigua quantità di oro, non solo il debito pubblico, ma anche tutto quel settore industriale americano fiancheggiatore degli interessi del governo.

Quando nel 1811 la Prima Banca degli Stati Uniti chiuse i battenti per mancato rinnovo congressuale della sua licenza, questa venne sostituita nel gennaio del 1817 dall’apertura della Seconda Banca degli Stati Uniti, indiscutibilmente configurata nelle caratteristiche e nelle funzioni su quello che era stata la sua antecedente. Tale istituto cessò di esistere come banca centrale nel 1833 per volontà del Presidente Andrew Jackson.

Nel 1823 la Dottrina Monroe fu un effetto direttamente consequenziale nella dinamica di formazione dell’impero americano. Con l’enunciazione della Dottrina Monroe gli americani (sarebbe meglio dire le classi dirigenti americane) resero chiaro al mondo il loro intento di acquisire e di conservare il controllo politico, diretto o indiretto, su altri territori abitati.

Nel 1860, durante la campagna elettorale per la Casa Bianca, William H. Seward, in seguito Segretario di Stato durante la presidenza di Abraham Lincoln, tenne dei discorsi in cui immaginava le gesta e le sorti future dell’impero americano. Esso era assolutamente persuaso del fatto che:

«Gli avamposti degli Stati Uniti, un giorno, sarebbero stati spinti lungo la costa nordoccidentale verso l’oceano Artico, che il Canada sarebbe stato accolto nella nostra gloriosa Unione, che le repubbliche dell’America latina, riorganizzate sotto la nostra benevola influenza, sarebbero divenute parte di questa magnifica Confederazione, che l’antica metropoli degli Aztechi, Città del Messico, sarebbe stata la capitale degli Stati Uniti, che l’America e la Russia avrebbero rotto la loro vecchia amicizia per affrontarsi in Estremo Oriente, là dove le grandi civiltà hanno fatto la loro prima apparizione».

Con l’approvazione il 23 dicembre 1913 del Federal Reserve Act, che sancisce la creazione del Federal Reserve System (FED) – il nuovo sistema a banca centrale del Paese – e, sempre nello stesso anno, del Sedicesimo Emendamento, mediante il quale il Congresso statuì la nascita dell’imposta sul reddito, incomincia a prendere lentamente corpo l’era del dollar standard, l’era del sistema monetario internazionale fondato sul dollaro statunitense come moneta di riferimento e di riserva. La Conferenza di Bretton Woods prima (dal 1º al 22 luglio 1944), il Nixon Shock dopo (15 agosto 1971), sono gli eventi decisivi che determinano manifestamente l’egemonia del dollaro, e di riflesso degli Stati Uniti, nell’ambito dell’ordine politico ed economico mondiale.

E’ insito nella natura umana tendere maggiormente a rammentare solo quello che asseconda i propri comodi o che non contrasta con l’immagine che si ha di sé stessi. Siffatto atteggiamento quando abbiamo a che fare con le organizzazioni statali tende poi a crescere in maniera sicuramente esponenziale.

In tal senso, gli Stati Uniti sembrano proprio “che non si siano affatto resi conto” che la crisi ucraina, deflagrata tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 nei momenti in cui il Presidente dell’Ucraina Viktor Janukovyč decideva di sostenere un patto con la Russia di Vladimir Putin piuttosto che un accordo di associazione con l’Unione Europea, ha generato nel tempo una vicenda internazionale non troppo dissimile da quella che aveva messo di fronte, durante l’ottobre del 1962, gli Stati Uniti all’Unione Sovietica, la crisi dei missili di Cuba.

Gli americani reagirono all’epoca con fermezza, pur lasciando sempre aperti dei margini di trattativa; e reagirono con fermezza perché l’installazione a Cuba di apparati missilistici sovietici parve a Washington una ingiustificabile intrusione dell’URSS in un’area d’influenza strettamente americana. Essi non solo intimarono a Mosca di ritirare questi apparati, ma attivarono un blocco navale, una linea di quarantena, nel mezzo dell’Oceano Atlantico al fine di ostruire il passo alle navi sovietiche dirette a Cuba ed impedire così lo sbarco nell’isola caraibica di altri armamenti, allertando, nel contempo, le proprie forze nucleari. (Da sottolineare che in quel preciso momento storico il numero di armi nucleari impiegabili dagli USA era dalle otto alle diciassette volte superiore di quello dell’URSS).

Data la risolutezza yankee e soprattutto del Presidente John F. Kennedy, dopo intere giornate di fiato sospeso e di alta tensione, Nikita S. Chruščëv, l’allora leader dell’Unione Sovietica, ordinò che le navi sovietiche in viaggio verso la zona protetta di Cuba invertissero la rotta. In seguito, in sede pubblica, i due Paesi giunsero ad una intesa ufficiale che disponeva da un lato il ritiro delle basi missilistiche sovietiche presenti a Cuba, dall’altro l’impegno di Washington di non invadere l’isola caraibica. In aggiunta a ciò, venne chiuso un accordo informale che prevedeva lo smantellamento dei missili balistici americani Jupiter ospitati in basi militari della Turchia e dell’Italia. Smantellamento iniziato effettivamente sei mesi più tardi.

Tornando ai nostri giorni, anche i russi hanno reagito al colpo di stato del febbraio 2014 contro Janukovyč, e lo hanno fatto perché tale deposizione è stata vista da Mosca come il probabile penultimo atto di una pantomima avente come finale l’entrata dell’Ucraina nella NATO.

La NATO aveva già da tempo lasciato intendere che l’Ucraina e la Georgia sarebbero state accolte molto volentieri all’interno dell’organizzazione. Di conseguenza, non era per niente impossibile per i russi concepire che l’accordo di associazione con Bruxelles sarebbe stato solamente un preambolo per l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica. Anche perché altri Paesi dell’ex blocco sovietico avevano in precedenza percorso con “esito positivo” la strada in questione. Nel 1999 la NATO abbracciò la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia.

Nel 2004 toccò a Albania, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia. Tutto ciò mentre l’incontro di Pratica di Mare, nel maggio del 2002, tra il Presidente Putin e tutti i Capi di Stato e di Governo dell’organizzazione militare dell’Occidente, che avrebbe dovuto sostanzialmente modificare l’essenza costitutiva della NATO, da ingombrante residuo storico della Guerra Fredda ad organizzazione per la sicurezza collettiva dall’Atlantico agli Urali, resta, ancora ad oggi, soltanto un sano proposito.

In base a quanto sinora osservato, tutti gli occidentali, per onestà intellettuale, non dovrebbero (far finta di) stupirsi (e non dovrebbero farlo in particolar modo tutti gli americani) che nel 2014 i russi reagiscano alla profanazione di una loro stretta area d’influenza dapprima presidiando militarmente con milizie anonime la penisola di Crimea, e susseguentemente accettando la stessa nella Federazione Russa dopo che gli abitanti della penisola (per circa il 60% di etnia russa) si sono espressi chiaramente e democraticamente, attraverso un referendum, in merito alla loro appartenenza all’Ucraina.

Il governo degli Stati Uniti (con a seguito l’eco degli scribacchini dell’Unione Europea), invece, fa orecchie da mercante e, per bocca del suo attuale Presidente Barack H. Obama, bolla come illegittima l’iniziativa referendaria, la proclamazione d’indipendenza e l’adesione della Crimea alla Russia. Nulla si dice, al contrario, sul modo con cui Janukovyč è stato destituito dal Parlamento di Kiev, cioè sebbene nelle ore precedenti fosse stato stipulato da tre ministri degli Esteri europei con il Presidente ucraino un accordo per il ritorno alla costituzione del 2004 – meno presidenziale di quella in vigore in quel momento – e per indire nuove elezioni. Insomma, due pesi e due misure.

Il resto è in sostanza cronaca recente, con la faccenda delle forniture di gas russo all’Ucraina e all’Unione Europea ancora aperta, con la tragedia del volo MH 17 della Malaysia Airlines ancora tutta da decifrare, e con il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) che pochi giorni or sono si spinge a dichiarare senza mezzi termini quello che tutti intimamente già sanno da mesi, ossia che in Ucraina si svolge un conflitto armato interno, una guerra civile.

Il Presidente Obama continua a pronunciare quasi meccanicamente frasi da Guerra Fredda. Ma nel frattempo non sembra essersi accorto che gli Stati Uniti di oggi non sono più la superpotenza di una volta in grado pressoché unilateralmente di decidere la destinazione del mondo.

Le guerre irrisolte in Afghanistan e particolarmente in Iraq, una Primavera Araba senza ancora una soluzione all’orizzonte, l’ambizioso progetto del caccia multiruolo F-35 che, al momento, pare ricevere (da personale militare ed analisti strategici) più critiche che altro, lo scandalo del Datagate hanno finito per fiaccare non certo minimamente ruolo e credibilità americane nel contesto globale. Tuttavia, nello svolgere questa opera di declino, più di tutto sta influendo il collasso del dollaro (de-dollarizzazione) come protagonista assoluto nelle negoziazioni internazionali, l’arma principale con cui gli Stati Uniti, a partire dall’immediato post-Seconda Guerra Mondiale, hanno potuto gestire l’ordine planetario e godere di una posizione di privilegio.

Un sistema profondamente inflazionistico origina inevitabilmente continue politiche inflazionistiche. Tale ovvietà, però, non può durare in eterno con successo, in quanto il pubblico esterno (non solo quello meno condizionabile, ma anche quello che fino a poco tempo addietro era considerato un fedelissimo alleato) ad un certo punto si stancherà nella sua disponibilità imposta di adoperare e detenere l’ormai sin troppo svilito prodotto monetario emesso da questo sistema costantemente inflazionato.

Per il loro bene e per il nostro bene, ora come ora, agli Stati Uniti converrebbe dunque prendere pienamente coscienza il prima possibile del nuovo assetto mondiale multipolare che sta gradualmente emergendo, e conseguentemente agire per contenere in proporzioni più adatte alla nuova realtà il proprio impulso atavico all’espansione territoriale.

Riferimenti Bibliografici

Murray N. Rothbard, Il Mistero dell’Attività Bancaria, Massa, USEMLAB, 2013;

Sergio Romano, Il Declino dell’Impero Americano, Milano, Longanesi, 2014.

Tratto da Rischiocalcolato.it

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Mostrati 10 commenti
  • Mario
    Rispondi

    Bah, che l’introduzione di tariffe protezionistiche sia alla base dalla nascita dell’impero Usa, non mi pare proprio esatta: se così fosse, la creazione di un impero era nei programmi di qualsiasi stato del tempo. Che poi Calhoun, che ebbe grande parte nel sostegno della causa secessionista, intendesse gettare basi imperiali, mi sembra alquanto inesatto.

    • Gerardo Gaita
      Rispondi

      Egr. Sig. Mario,
      l’introduzione di tali tariffe sono parte e vanno viste all’interno di un quadro e di un programma decisamente più ampio, il cosiddetto Sistema Americano, e non a sé stanti. Il successivo sviluppo politico- temporale degli avvenimenti rende chiaro l’evolversi delle finalità.

      Un cordiale saluto,
      GERARDO GAITA

  • Simone Brunialti
    Rispondi

    Sono più che mai svegli gli Yenkee.
    Piuttosto di mollare l osso ci portano alla 3 guerra mondiale.

  • Pedante
    Rispondi

    Bel articolo, grazie.

    Tra parentesi, le guerre irrisolte in Iraq e Afghanistan e l’instabilità scatenata dalla Primavera araba sono proprio l’obiettivo, non effetti collaterali indesiderabili. Il caos, esattamente come lo aveva immaginato Oded Yinon nel 1982.☺

    • Gerardo Gaita
      Rispondi

      Anche se mi sembra che gli obiettivi gli stiano un po’ sfuggendo dal loro controllo. Hanno messo un po’ troppa carne al fuoco.

      un cordiale saluto,
      Gerardo Gaita

  • Mario
    Rispondi

    Gent.le sig. Ierofante,

    sono in accordo con Lei sulle conclusioni; un po’ meno sulla causalità di misure economiche assunte con l’obiettivo della creazione dell’impero. Nel 1815 gli Usa uscivano dalla guerra Anglo -americana, costosa e abbastanza disastrosa, le cui spese andavano pagate: a quel tempo non si esisteva il 740 e il gettito maggiore e più facilmente riscuotibile proveniva dai dazi all’importazione. Certo che volevano sviluppare, proteggendola, l’industria nazionale, come qualsiasi paese abbia intrapreso la via dell’industrializzazione. I dazi sul tessile nell’Italia del dopoguerra erano analoghi a quelli Usa di 140 anni prima; non per questo sottendevano un progetto imperiale.
    Vero che Hamilton era un maledetto nazionalista, che desiderava per gli Usa uno sviluppo imperiale; a questo fine cercò di imporre istituzioni di modello europeo centralizzando il potere, senza tuttavia avere mai la meglio sui Jefferson, i Madison e i Calhoun, che erano per il potere degli Stati, decentralizzato quindi. Il vero disastro fu Lincoln e la guerra di secessione: fu lì che furono gettate le basi per gli Usa così come sono.
    Grazie comunque per l’attenzione.

    • Gerardo Gaita
      Rispondi

      Io ringrazio Lei, Sig. Mario, per la lettura ed i commenti al post.

      Ci sarebbe da aggiungere che la guerra anglo-americana è stata in discreta parte figlia delle mire espansionistiche di Washington sul Canada britannico. E che uscendone gli Stati Uniti abbastanza a pezzi da questo conflitto, oltre che a ripagare le spese, era necessario per loro riconsiderare le fondamenta di un certo progetto USA, e cercare di ricostruirlo su basi “più solide”,
      Io non posso, di conseguenza, che rimarcare quanto esposto sopra, ossia che tali tariffe erano solo il necessario mattoncino iniziale di una costruzione di ben maggiori dimensioni, e pertanto possono essere tranquillamente lette e considerate nel quadro di un programma che era ben più ampio e che comunque almeno teoricamente era già pienamente esistente (il Sistema Americano di Hamilton).
      Non tutti dettero il loro appoggio a tali tariffe pensando anche a … ma d’altra parte Henry Clay non era che il coerente predecessore di Lincoln.

      Ovviamente Sig. Mario, questa resta la mia chiave di lettura che comunque non è poi così dissimile dalla sua.

      Le rinnovo i miei cordiali saluti.

  • Marco Tizzi
    Rispondi

    Scusa Gerardo, ma la sequenza degli eventi in Ucraina proprio non mi torna: prima la Merkel ha chiamato la figlia della Timoshenko in Germania promettendole che il governo tedesco avrebbe fatto tutto il possibile per salvare la sua innocente mammina, poi l’U(RS)E ha scatenato un pandemonio in piazza per far passare il piano di “adesione light” in Ucraina, quando è stata sfanculata dal democraticamente eletto Janukovic ha scatenato la piazza.
    Solo dopo sono arrivati gli USA.

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