In Anti & Politica, Economia

ricardodi GERARDO COCO

Due secoli fa, David Ricardo sosteneva che una banca centrale non sarebbe stata mai in grado di salvare un sistema bancario e ancor meno uno stato. Figuriamoci un gruppo di stati dalle finanze dissestate! Nei suoi pamphlet monetari e in Parlamento di cui era membro, l’economista inglese si oppose fermamente al concetto di «moneta manovrata» auspicata dagli inflazionisti da cui prese le distanze. In questa famosa disputa monetaria la maggior parte dell’opinione pubblica si schierò dalla parte dell’insigne economista e questo spiega perché l’Inghilterra divenne la più grande potenza mondiale dell’epoca. Ricardo scriveva che lo sviluppo del suo paese sarebbe stato ancora maggiore se la tassazione fosse stata meno gravosa. «Non vi sono imposte che non tendano a diminuire la capacità di accumulazione. Tutte le imposte ricadono o sul capitale o sul reddito. Se intaccano il capitale riducono in proporzione il fondo la cui entità determina l’entità dell’industria produttiva; se ricadono sul reddito diminuiscono l’accumulazione o costringono i contribuenti a risparmiare l’ammontare dell’imposta e a diminuire in misura corrispondente il loro precedente consumo»«I governi dovrebbero non imporre mai tributi che gravino inevitabilmente sul capitale perché così facendo essi intaccano i fondi destinati alla sussistenza dei lavoratori e diminuiscono la produzione futura del paese» (Principles of Economics). In poche righe Ricardo enunciava precetti universali dello sviluppo, quelli che resero prima Stati Uniti e dopo Germania e Giappone, le più grandi potenze industriali del dopoguerra. Questi paesi, come l’Inghilterra un secolo prima, avevano i salari più alti, i prezzi più competitivi e le valute più forti del pianeta, il che sconfessa i fautori dell’inflazione e della moneta debole.

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Purtroppo il pensiero di Keynes è prevalso su quello di Ricardo facendo emergere il nuovo ethos: Non risparmiare, spendi! E se non hai i soldi, indebitati perché la banca centrale può coniare capitale illimitato! Keynes è stato il teorico dell’economia dei pasti gratis e il suo pensiero vive perché si basa sull’idea che nel lungo periodo siamo tutti morti: è soltanto il momento presente che conta, quello consistente di opinione pubblica, di voti, non importa quale danno produciamo; è tutto l’insieme di corruzione e di demagogia che conta.

Draghi, come tutti i suoi colleghi e gli economisti «monetomani» keynesiani, è vittima di questa morale che diffonde false speranze che puntualmente si infrangono contro lo scoglio dei fatti. Questa sua seconda manovra (la prima era un tentativo a risanare il settore bancario), il TLTRO, mirata al settore privato si è già afflosciata perché le banche hanno ritirato meno di ¼ della prima trance di 400 miliardi destinati ai finanziamenti industriali. Non è difficile spiegare il flop. Primo. Le banche sono ancora impegnate nella pulizia di bilancio e nessuna rischia di fare prestiti illiquidi perché il sistema ha, in media una leva finanziaria di 24 a 1 che significa che 24 euro di prestito sono garantiti da appena un euro di capitale. Una situazione di potenziale insolvenza perché basterebbe un lieve decremento dell’attivo per azzerare il capitale. Secondo: è difficile che un industria in deflazione e quindi già impegnata a ripagare debiti, se ne accolli altri. Come Ricardo sapeva, in situazioni di estrema instabilità, la banca centrale non solo non riesce a controllare l’offerta di credito ma ancor meno la domanda. Draghi pensando che la capacità di indebitarsi del settore privato sia illimitata come quella della sua banca di coniare liquidità, ha ignorato la legge ricardiana dei rendimenti decrescenti rispetto alle operazioni di prestito. In conclusione, l’idea che ci sia spazio per una robusta ripresa sulla base di nuovo indebitamento è falsa. Perseverare a sostenerla è continuare a comportarsi come croupier nel casinò dell’economia perché la distribuzione delle nuove fiches monetarie va a beneficiare non l’industria ma i governi dissipatori, hedge funds, operazioni dicarry trade, di pronti contro termine, di buy back azionari e via dicendo creando un divario sempre più ampio tra economia reale e finanziaria, trasferendo ricchezza dalla prima alla seconda. Quando, alla fine, si prenderà atto del fallimento del TLTRO, a Draghi non resterà che il quantitative easing, l’acquisto diretto di debito dai governi, opzione caldamente auspicata dai keynesiani per i quali i trucchi monetari sono le scorciatoie per lo sviluppo.

Siccome la Germania opporrà il suo veto, cosa allora farà presidente della BCE? Prendendo lo spunto dalla sua affermazione del 2012 sulla fine dello stato sociale europeo, potrebbe, innanzi tutto, dire chiaro e tondo che la missione di una banca centrale non è quella, impossibile, di salvare i governi ma di prevenire il dissesto del sistema creditizio, controllarne l’efficienza per attirare capitali e renderli disponibili al settore industriale. Poi, come tesoriere e maggior creditore indiretto dei governi dovrebbe annunciare la prossima chiusura dei rubinetti del credito a governi che credono che l’indebitamento sia una soluzione ad un trend negativo di crescita. Le risorse per la crescita sono intrinseche al sistema industriale e non può esserci sviluppo economico senza abbattere la spesa statale e almeno nella stessa misura la pressione fiscale perché è proprio il reddito dell’apparato industriale la fonte del capitale per investimenti e occupazione che i governi prosciugano con tassazione da rapina. Pertanto la prima e vera riforma strutturale è quella tributaria.

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Che razza di stato sociale è mai quello che si appropria di oltre la metà del frutto del capitale e del lavoro di chi produce e che per giunta si indebita per finanziare più spreco? Che stato sociale è quello che usa le pensioni per finanziare consumo e che per pagarle dovrà continuare a tassare? E’ dunque morale che una banca centrale finanzi governi che usando metodi da Bernard Madoff annientano l’industria su cui essi stessi campano? Con questo intervento Draghi inaugurerebbe una nuova fase epocale e le generazioni future gli sarebbero grate. Ma non lo farà, optando ancora per le scorciatoie monetariste. Così il suo nome resterà legato al fallimento dell’euro.

FONTE ORIGINALE QUI

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Showing 4 comments
  • Guglielmo Piombini
    Rispondi

    Ottimo articolo!

  • Mario
    Rispondi

    Ottimo come al solito Gerardo Coco. Dissento solo dove Draghi viene definito quale ” vittima di questa morale che diffonde ecc..” : Draghi è artefice, uno degli artefici almeno, di questa morale, le vittime siamo noi.

  • eridanio
    Rispondi

    bello: “monetomane”
    colui che indugia viziosamente in apetiti monetari

  • eridanio
    Rispondi

    Buon Appetito

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