In Economia, Primo Piano

DI MATTEO CORSINI

“La stretta creditizia, nonostante un prestito triennale di 251 miliardi di euro della Bce alle banche italiane al tasso agevolato dell’1%, sta disseminando una catena di fallimenti, chiusure di floride attività, licenziamenti, suicidi degli imprenditori con il senso dell’onore, recessione economica ed aumento dei prezzi con l’inflazione misurata dall’Istat al 3,3%.” (E. Lannutti)

Elio Lannutti, senatore dell’Idv e presidente dell’Adusbef, ha presentato alcuni giorni fa l’ennesimo esposto denuncia contro le banche, colpevoli, a suo parere, di tutto ciò che non va in Italia. Le banche sono per Lannutti una vera e propria ossessione, peggio che Berlusconi per il partito di Repubblica.

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Il fatto è che le invettive di Lannutti e dell’associazione che rappresenta sono talmente esagerate da risultare poco credibili. Di cose da rimproverare alle banche ce ne sarebbero anche senza spararle così grosse; ho l’impressione che le accuse di Lannutti finiscano, paradossalmente, per essere controproducenti proprio per i soggetti che lui sostiene di voler tutelare.

Prendiamo la dichiarazione che ho riportato: nella stessa frase le banche sono accusate, non dando credito, di provocare fallimenti, recessione e inflazione (intesa da Lannutti come crescita dei prezzi al consumo). E’

pacifico che quando un’azienda ha difficoltà a incassare i crediti (magari nei confronti dello Stato), se le si chiede di restituire il denaro prestatole ha concrete probabilità di fallire. E’ altrettanto pacifico, però, che se continua a non riscuotere i crediti non riesce neppure a pagare capitale e interessi alle banche. Le quali poi perdono soldi, che non sono mai di loro proprietà, se non in minima parte.

Si tratta in parte, infatti, di denaro di quegli stessi risparmiatori che Lannutti dice di voler difendere. Ma più le banche perdono soldi sui crediti, più concreto diventa il rischio che siano i risparmiatori a rimetterci. O, peggio ancora, i contribuenti in caso di salvataggio della banca da parte dello Stato (la socializzazione delle perdite).

Quanto alla recessione e alla crescita dei prezzi al consumo, il ragionamento di Lannutti è quanto meno contraddittorio. Una riduzione del credito può di certo togliere sostegno al Pil, ma è bene tenere presente che se il Pil è sorretto dal credito e questo eccede il risparmio reale (circostanza tutt’altro che rara), la crescita economica non è né sana, né sostenibile.

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Resta il fatto che l’inflazione vera e propria (ossia l’inondazione di denaro creato dalla Bce) ha finora gonfiato più che altro i prezzi dei titoli di Stato. Quelli che Lannutti accusa le banche di aver comprato con i soldi stampati dalla Bce (cosa peraltro in gran parte vera). Ma è raro sentire qualcuno lamentarsi se salgono i prezzi dei titoli di Stato o delle azioni quotate in Borsa.

I rialzi dei prezzi delle materie prime, ad esempio del petrolio, di cui l’Italia è importatore, sono certamente dovuti anche alle politiche monetarie ultraespansive sulle due sponde dell’Atlantico, ma circoscrivere la colpa alle banche italiane mi pare quanto meni sopravvalutarne il potere. E sarebbe anche bene che Lannutti tenesse in considerazione che se aumentano Iva e accise, il prezzo dei carburanti aumenta anche se il prezzo della materia prima e il cambio tra euro e dollaro non si muovono di un centesimo.

Se non ricordo male, Iva e accise non sono state aumentate dalle banche, ma dallo Stato. Però non mi meraviglierei se Lannutti incolpasse le banche anche di questo. Finendo così per essere inconsapevolmente il loro più grande difensore.

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Showing 2 comments
  • michele lombardi
    Rispondi

    i soldi della BCE rimangono nell’interbancario.
    il mercato delle aziende e dei consumatori ha un VAR che e’ multiplo del tasso applicabile = nessuno presta

    punto

  • Nicola Mosti
    Rispondi

    Guarda che il patrimonio di vigilanza delle banche è minimo, una frazione rispetto a ciò che possono prestare (i cosiddetti “impieghi”). Non è affatto vero che i soldi che le banche prestano apparterrebbero ai clienti che vi depositano i loro averi in investimenti vari. In realtà, la possibilità di creare “pecunia ex nihilo” e di prestarlo ad interesse (e lasciamo stare i signoraggisti, che scrivono castronerie), è il principale canale di arricchimento degli istituti di credito, e da questo traggono profitto sicuramente più di quanto ricavino dalla “raccolta” (ovvero ciò che i clienti depositano). Certo, il meccanismo funziona finché privati cittadini ed aziende riescono a restituire capitale ed interessi. Ebbene, questo stesso meccanismo si era inceppato in America appunto nella crisi del 2007-2008 (e poi a seguire), poiché una spregiudicata politica di moltiplicazione dei profitti (leggi cartolarizzazioni, derivati fuori bilancio, incentivi ai manager vincolati ai risultati di breve periodo) aveva indotto le banche a concedere sostanziose linee di credito ad una molteplicità di soggetti verosimilmente “non solvibili” (i cosiddetti “NINJA: No Income, No Job or Asset).
    Fondamentalmente il Sistema era saltato poiché la proporzione che tu citi fra soldi prestati e soldi depositati non esisteva più (e non esiste tuttora, nonostante Basilea 3) e la creazione di denaro dal nulla e la sua immissione “a debito” nell’economia aveva assunto dimensioni grottesche.

    Questi concetti sono spiegati benissimo sul testo di Luciano Gallino “Finanzcapitalismo”.

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