In Anti & Politica, Economia

DI MATTEO CORSINI

“Draghi mi entusiasma ma quando ascolto i politici tedeschi mi deprimo di nuovo… ha grande creatività nel trovare soluzioni attraverso il processo politico.” (P. Krugman)

Paul Krugman era già piuttosto ascoltato prima di vincere il premio Nobel nel 2008. Da allora, però, ha acquisito a titolo definitivo la nomea di essere un grande economista, ahimè non solo tra i keynesiani. Questo, tra le altre cose, gli consente di andare in giro per il mondo, ripetendo più o meno da anni le stesse cose, facendosi pagare paccate di soldi (per usare il linguaggio forneriano). Buon per lui, e nessun problema se la gente si limitasse ad ascoltare e a non prendere però quello che dice per oro colato (metallo peraltro inviso al barbuto professore statunitense).

Per un commento molto più efficace di quanto possa essere il mio su una delle ultime uscite di Krugman, credo valga la pena leggere questo pezzo di Gary North. Per quanto riguarda le parole che ho riportato e che Krugman ha pronunciato in occasione di una conferenza in Croazia alla quale partecipava, il suo entusiasmo non mi stupisce affatto. Men che meno mi stupisce il fatto che i politici tedeschi lo deprimano. E, tanto per inquadrare la questione, ciò che lo deprime non è altro che la ritrosia sin qui mostrata a socializzare completamente i debiti dei Paesi aderenti all’UEM.

Non che ascoltare i politici tedeschi sia esaltante, anche perché il loro operato con riferimento al sistema bancario domestico non credo possa essere esente da critiche. Il contribuente tedesco, che giustamente teme di dover mettere mano al portafoglio per pagare debiti altrui, non credo venga correttamente informato sui salvataggi bancari operati dallo Stato, soprattutto in quelle banche regionali che sono imbottite sia di politici (peggio che le banche pubbliche italiane di trent’anni fa), sia di cattivo credito fatto per anni ai Paesi periferici.

Molto probabilmente il contribuente tedesco dovrà far fronte o a una parte dei debiti dei Paesi periferici, o a una parte dei debiti delle banche, che saranno eccessivi rispetto alla svalutazione dell’attivo di bilancio. Una scelta tra due mali dei quali dovrà almeno in parte ringraziare i politici tedeschi.

Quanto all’entusiasmo di Krugman per Draghi, è più che comprensibile, dato che la Bce attua – seppur cercando di mascherarle alla meno peggio per evitare di far fare una figuraccia completa alla Bundesbank – politiche monetarie gradite ai keynesiani. Qualcuno potrebbe obiettare che anche Milton Friedman sarebbe molto probabilmente d’accordo con l’operato della Bce. E avrebbe ragione. Lo sbaglio consiste infatti nel considerare Friedman un antikeynesiano. Lo era probabilmente dal lato delle politiche fiscali, ma non di certo in materia di moneta. E questa incoerenza, a mio parere, fu un grande limite di Friedman.

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Comments
  • CARLO BUTTI

    Proprio perché non metteva in discussione il monopolio statale della moneta Milton Friedman sarebbe definibile come un liberista a metà, se questa parola, bistrattrata e strattonata in ogni modo, conservasse ancora un significato univoco. Visto che non è così, lo definirei un semistatalista. Diverso il discorso per il figlio David, il quale, pur non essendo un fautore del “gold standard”, guarda con favore a un sistema di banche in concorrenza tra loro, che emettano moneta corrispondente a panieri di merci d’ogni genere(oro e metalli preziosui inclusi)

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