In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

DI FREDERIC BASTIAT

Cerchiamo di verificare se sia compiuta o meno un’ingiustizia nel fissare attraverso la legge le persone da cui si devono acquistare i beni di cui abbiamo bisogno – pane, carne, biancheria o vestiti; e nel dettare, se così si può dire, la scala artificiale dei prezzi che dovete adottare durante i vostri affari. É vero che il protezionismo – che rende sicuramente tutto più costoso causandovi, quindi, una perdita – incrementa proporzionalmente i guadagni?

Da cosa dipende il livello dei salari?

Un vostro rappresentante di categoria ha sostenuto energicamente: quando due lavoratori si contendono un padrone, i salari diminuiscono; al contrario, aumentano quando due padroni si contendono un lavoratore. Per amor di sintesi, mi si permetta di utilizzare questa formula, più scientifica, sebbene, forse, non così chiara: il livello dei salari dipende dal peso che l’offerta di lavoro apporta alla sua domanda.

Ora, da cosa dipende l’offerta di lavoro?

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Dal numero di persone in attesa di impiego; e su questo primo elemento il protezionismo non può avere alcun effetto.

Da cosa dipende il livello dei salari?

Dalla disponibilità di capitale nella nazione. Ma la legge che afferma “Non dobbiamo più ricevere questo o quell’altro prodotto dall’estero; dobbiamo produrlo in casa”, incrementa il capitale? Nemmeno in minima parte. Può forzare il transito di capitale da un impiego a un altro, ma non lo aumenta di un singolo centesimo. Non ha effetti, quindi, sulla domanda di lavoro.

Soffermiamoci su una determinata produzione, ritenuta motivo di vanto. É creata o mantenuta da un capitale caduto dalla Luna? No, quel capitale è stato sottratto all’agricoltura, al trasporto, alla produzione di vini. E questa è la ragione per cui, sotto il sistema dei dazi protettivi, ci sono più operai nelle nostre miniere e nelle città industriali, meno marinai nei nostri porti, e meno agricoltori nei nostri campi e nei vigneti. Potrei spaziare in lungo e in largo sull’argomento, ma preferisco spiegare cosa intendo dire attraverso un esempio.

Un contadino possedeva 20 acri di terra, lavorata con un capitale di 400 sterline. La suddivise in 4 parti, stabilendone la seguente rotazione delle colture: prima, mais; seconda, grano; terza, trifoglio; quarta, segale. Necessitava, per i consumi della propria famiglia, di modeste quantità di grano, carne e latte prodotte dalla sua fattoria, cedendone le eccedenze per acquistare olio, lino, vino, etc. Il suo intero capitale era speso ogni anno in salari, noleggi e piccoli pagamenti alle classi lavoratrici del vicinato. Questo capitale rientrava con le vendite, incrementandosi di anno in anno; e il nostro contadino, ben consapevole che il capitale non produce nulla quando rimane inutilizzato, avvantaggiava ulteriormente le classi lavoratrici utilizzando il surplus annuale per recintare e bonificare la sua terra, potenziare le sue macchine agricole e migliorare i suoi fabbricati, Deteneva perfino dei risparmi nella città vicina, ove il suo banchiere, che, certamente, non lasciava il denaro inutilizzato nelle casse, li prestava agli armatori e agli imprenditori per i lavori pubblici, così che questi risparmi determinassero sempre altri salari.

Quando il contadino morì, suo figlio, che gli successe, si disse, “Mio padre è stato una vittima per tutta la sua vita. Acquistava l’olio, versando così il suo tributo alla Provenza, mentre la nostra stessa terra, con alcuni sforzi, potrebbe far crescere gli ulivi. Acquistava tessuti, vino e arance, corrispondendo altri tributi alla Bretagna, Medoc e Hyères, mentre noi stessi potremmo coltivare la canapa, la vite e l’arancio con più o meno successo. Ha pagato il tributo al mugnaio e al tessitore, quando i nostri domestici potrebbero tessere il nostro lino e macinare il grano. Così facendo si è rovinato, spendendo con gli stranieri quel denaro che avrebbe potuto spendere in casa.”

Tradito da un simile ragionamento, il giovane insofferente variò la rotazione delle coltivazioni, dividendo la sua terra in 20 parti. In una  piantò gli ulivi, in un’altra i gelsi, in una terza il lino, nella quarta le viti, nella quinta il grano e così via. In questo modo riusciva a fornire alla sua famiglia ciò di cui aveva bisogno, e si sentiva indipendente. Non ricavava più nulla dalla rotazione originaria, né aggiungeva nulla.

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Questo modo di lavorare lo rendeva più ricco? No, perché il terreno non era consono alla coltivazione del vino, il clima non era adatto alla coltivazione delle olive, e il giovane non tardò a scoprire che la sua famiglia era fornita con meno abbondanza di quanto non avvenisse al tempo di suo padre, il quale se la procurava attraverso lo scambio della sua produzione in eccesso.

Con riferimento ai suoi operai, questi non avevano più tanto lavoro quanto prima: nonostante ci fossero cinque volte i campi di prima, ciascuno di essi era cinque volte più piccolo; producevano olio, ma meno grano.  Non acquistava più lino ma, d’altra parte, non vendeva più segale. Inoltre, l’agricoltore poteva spendere in salari solo l’importo del suo capitale, e quest’ultimo era in costante diminuzione. Una gran parte venne utilizzata per gli edifici e gli attrezzi necessari alle diverse coltivazioni in cui si era impegnato. In definitiva, l’offerta di lavoro era rimasta invariata, ma dal momento che i mezzi di remunerazione del lavoro erano crollati, il risultato finale non poté che essere una riduzione forzata dei salari.

Su una scala più grande, questo è esattamente ciò che avviene nel caso in cui una nazione si isoli adottando un sistema protezionistico. Moltiplica i rami della sua industria, lo riconosco, tuttavia questa diviene meno redditizia; adotta, per così dire, una rotazione industriale più complicata, ma non così produttiva, poiché adesso il suo capitale e il lavoro devono districarsi con le barriere naturali. Una percentuale maggiore del capitale circolante, che costituisce il fondo dei salari, deve essere convertito in capitale fisso. Quel che ne rimane può essere impiegato diversamente, ma il volume totale non è aumentato. É come redistribuire l’acqua di uno stagno tra una moltitudine di bacini poco profondi – essa copre più terreno ed espone una superficie maggiore ai raggi del sole, ed è precisamente per questa ragione che questa verrà più rapidamente assorbita, evaporata e dispersa.

Determinati ammontare di capitale e lavoro creano un minor numero di beni, in proporzione al maggior numero di ostacoli che incontrano. É fuor di dubbio che quando ostruzioni internazionali forzano il capitale e il lavoro in canali e località dove incontrano maggiori difficoltà di suolo e clima, questo si traduca, necessariamente, in una minor quantità di prodotti creati – ovvero, un minor numero di godimenti per i consumatori. Ora, quando vi è minor varietà di prodotti nel complesso, se ne incrementerà la porzione per i lavoratori?  Se aumentasse, come si afferma, i ricchi – gli uomini che fanno le leggi – vedrebbero la loro parte non solo soggetta a una diminuzione generale, ma quella parte già diminuita sarebbe stata ulteriormente ridotta da quella destinata all’incremento della quota spettante ai lavoratori. É possibile? É credibile?

Lavoratori, vi consiglio di rigettare tanta sospetta generosità.

 

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[The Bastiat Collection (2011), questo articolo apparve in Sofismi Economici (1845)]

Articolo di Frederic Bastiat su Mises.org

Traduzione di Nicolò Signorini – Tratto da www.vonmises.it

 

 

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Mostrati 2 commenti
  • depaoli.fabrizio@liberi.it
    Rispondi

    È auspicabile che questi ragionamenti ineccepibili e comprensibili a tutti vengano divulgati al maggior numero di persone possibile.

    Estremizzando, l’autarchia impone quindi ad un ottimo scrittore di diventare un buon meccanico e vice versa.
    L’impostazione è già di per se’ negativa , ma oltretutto, in questo caso non è nemmeno funzionale ad un’economia produttiva.
    Il risultato è: un individuo frustrato, depresso, infelice e povero. Mi pare che siano condizioni sufficienti per farlo diventare anche cattivo.
    Un saluto .

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Chissà se nelle attuali facoltà di Economia fra materie astruse, eleganti arzigògoli e algoritmi incomprensibili si studia ancora la vecchia legge del “vantaggio comparato”… Cose da parrucconi!

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