In Anti & Politica

dominoDI ANTONINO TRUNFIO

“Priorità lavoro, perché senza lavoro l’Italia muore”. Tuona così la Venditti, la biondona di telekabul filiale di saxa rubra, facendo da trombetta allo straordinario annuncio odierno a cura della ritrovata triplice cgilcisluil, ricompattatasi per l’occasione perché mancando il lavoro, hanno capito che crolla l’adesione, il consenso e le tessere. E questo s’ha da evitare.

Questa giornata è stata e continua ad essere, la celebrazione pagana di categorie pseudo divine ormai scomparse : i lavoratori, le classi sociali, il proletariato, i precari. Consumata celebrazione e inutile invettiva contro tutto il male e l’egoismo possibile, ubicati ovviamente da un’altra parte : imprenditori, finanza, speculazione, rischio imprenditoriale, libero mercato, capitalismo. Insomma il bene e il progresso sotto la falce e martello e la bandiera rossa. Il male tutto intorno.

Questo giorno è un rito pagano e statalista che non conosco, utile per poco ancora, alla progressione automatica di carriera di qualche boiardo della triplice sindacale, verso poltrone assai più comode di partito e di governo.

Questo giorno ha ormai le edizioni contate. Come contati sono giorni di qualunque cosa che esiste a questo mondo sottoposto alle leggi della natura e dell’evoluzione non solo fisica ma anche sociale.

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Oggi infatti da piazza san Giovanni proclama Bonanni le esequie del primo maggio moribondo, e dice : oggi è il giorno dell’emergenza lavoro. Meno male!

In questo primo maggio, è aumentato a dismisura tra i partecipanti alle esequie appunto, solo il numero di disoccupati, precari, cassintegrati, giovani che cercano il primo impiego e padri di famiglia che lo hanno appena perso, esodati devoti alla fornero. Sempre meno presenti invece i lavoratori attivi, specie come si sa, in via d’estinzione. Paradosso di un paese dove nessuna estinzione, neppure quella naturale è contemplata per la classe politica, capace solo di riesumare un dinosauro del mesozoico, incollandolo al colle e sfidando il buon Dio e la dannazione eterna ormai prossima.

I lavoratori attivi sono anch’essi devoti, ma non già alla fornero che piange ancora, temendo immagino, che persino durante una delle sue leggiadre passeggiate nel Monferrato, per distendersi delle pregresse fatiche di governo, qualche cacciatore di frodo di quaglie e beccacce, esodato dalla medesima, le possa piantare per errore una salva di pallettoni in fronte, scambiandola solo per un avvoltoio al di fuori della propria riserva. Lei piange intanto per scongiurare l’evento venatorio.

I lavoratori attivi si raccomandano in fretta e furia a tutti i santi del calendario di Santa Romana Chiesa, ma sanno già che ci vorrà pure il buon Dio per averla vinta.

In questo giorno in cui si celebra il lavoro che non c’è, mi chiedo :

perché non ho mai sentito e non sento ancora, anziché grida di dolore e proclami retorici e richiesta di diritti da garantire ad ogni costo, una !! dico una !! una sola analisi delle cause che ha determinato la mancanza di lavoro dei nostri giorni ?

perché nessuno dei farabutti del sindacato, delle classi imprenditoriali, per non parlare dei politici e dei boiardi di stato dell’istat, dell’agenzia del pizzo di stato con a capo uno squallido stregone, dell’autority per la privacy e quella per la protezione del camoscio della Maiella, dico nessuno abbozza una benché minima analisi:

Cosa è il lavoro ?

Cosa ne determina i volumi quantitativi (numero di occupati e ore lavorate) ?

Cosa ne determina il livello qualitativo (salario, sicurezza sul lavoro, motivazione e coinvolgimento dei lavoratori)?

Chi sono i veri nemici del lavoro e della sua crescita ?

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Nessuna analisi, of course, e tutti giù con la giaculatoria ormai collaudata per ogni microfono e per ogni stagione: la globalizzazione, la delocalizzazione, l’euro forte, i prezzi del petrolio, la mancanza di fonti di energia, e qualcuno arriva persino ad evocare la mai abbastanza obsoleta “automazione” che all’uomo ha soppiantato il computer o un robot di saldatura. Nessuno dei farabutti si esime dal citare una o più delle finte cause sopra riportate. Che sia Montezemolo, che sia Bonanni o la Camusso, che sia qualche governatore di regione o semplice amministratore di circoscrizione  con la fascia tricolore. Non parliamo poi dei politici di professione alla Fini, alla Casini, che avendo mai lavorato in vita propria, non trovavano (d’obbligo l’imperfetto ormai) di meglio che presenziare a tutti i talk-show e manifestazioni, dove il tema appunto era il lavoro. Degli altri si intende. Mica il loro, che non ne hanno mai avuto uno in vita propria.

D’altra parte Noam Chomsky l’aveva prefigurato, a proposito dell’arte di sindacalisti, politici e uomini di potere in genere, di persuadere le masse, con i suoi famosi dieci punti.

I due punti di Chomsky maggiormente in voga in Italia, tutto l’anno e in particolar modo al primo maggio sono i seguenti :

  1. Creare problemi e proporre soluzioni
  2. Distrazione delle masse

Se vorremo ancora lavorare, avere speranza di vita e prosperità per noi e i nostri figli e nipoti, se vorremo ancora confidare che si debba vivere senza gravare sulle spalle di altri, se vorremo dare una qualche speranza a coloro che oggi il lavoro lo hanno perduto, sono precari, lo stanno perdendo, sono cassintegrati, dovremo rispondere alle domande che sopra ho posto.

E dovremo trovare risposte che pure esistono ma richiedono, per essere trovate, solo amore per la verità e la libertà delle persone. E disprezzo per le tessere di partito e del sindacato, odio delle poltrone e dei parassiti e dei boiardi stato e di governo.

Trovando quelle risposte sarà possibile non solo rilanciare il lavoro e la crescita, ma anche smascherare e coprire di vergogna, una volta per tutte, quanti oggi tuonano dai microfoni delle piazze, dei palazzi di stato e di governo, dagli studi televisivi e radiofonici e le redazioni dei giornalini sussidiati, parole apparentemente buone ma nell’intimo solo criminali perché figlie della menzogna.

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  • fabio
    Rispondi

    se dal totale dei lavoratori attivi si togle il numero degli impiegati pubblici (dai circoscrizionali ai ministeriali alle forze armate) ci si rende molto meglio conto della drammaticità della realtà, di quanti pochi siano quelli che lavorano davvero.

    quelli lì sul palco risolverebbero facilmente la situazione con un bel concorso pubblico in cui tutti i partecipanti vincono! in italia diventerebbero tutti impiegati statali, zero disoccupazione e tutti felici e contenti ed illicenziabili…. e con tessera del pane e benzina.

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    Egregio Fabio,
    lei ha ragione, ma quei farabutti sanno di non poterlo fare. Per ogni lavoro finto, per ogni stipendio finto ce ne vogliono almeno 3 veri. Dopo per vero e per finto non intendo che chi lavora nel pubblico è un poco di buono o un fannullone e chi lavora nel privato o in proprio come me, è un campione di bravura e capacità. Per spiegare il concetto a lei che sicuramente è sulla nostra frequenza e anche a qualcuno che passa di qui e spara a zero perchè si sente toccato nel vivo, uso le parole di C.Romiti trovate ieri su FB sulla pagina dell’amico Giovanni Birindelli che qui su questo sito e altrove, scrive cose formidabili sulla libertà, la legge e il denaro.
    “E se il lavoro vero, quello che produce cose che qualcun altro è liberamente intenzionato ad acquistare, non può che scaturire dall’inventiva e dal sacrificio degli individui, ne consegue che l’unico modo che la mano pubblica ha per favorirlo è quello di alleggerire il più possibile i suoi ingombranti vincoli, tanto sul piano fiscale che su quello burocratico. … all’esercito di aspiranti lavoratori assistiti di questo Paese dei balocchi importa poco se a governare sia la destra,
    la sinistra o la grande coalizione. Costoro, cresciuti all’ombra di una splendida Costituzione che stabilisce il diritto al lavoro, alias stipendio garantito per tutti, si aspettano che la politica gli risolva una volta per tutte il problemino di sbarcare il lunario, in cambio del faticosissimo impegno di mettere una croce su una scheda elettorale.” (C. Romiti)

  • Rispondi

    @Antonino

    Bellissimo articolo mi è specialmente piaciuta la descrizione di Befera come ad uno “squallido stregone” a capo “dell’agenzia del pizzo di stato”.

    Comunque la soluzione ai problemi del lavoro è chiara ma vuol dire sottrarre potere alla burocrazia parassitaria che ora terrorizza l’imprenditore italiano con le sue bombe burocratiche.

    L’unica è far fallire lo stato e mandarli tutti a casa!!

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    @WILLIAM : oltre allo squallido stregone, con le parole sono piuttosto preciso e non sbaglio mira. Ho scritto un post qualche giorno prima che il tipo di rosarno andasse a montecitorio malintenzionato. Il titolo era e resta : PAROLA COME PROIETTILI E PENSIERI COME VELENO.
    Poi qui Leonardo lo ha addolcito con un altro titolo, indicando le dieci piaghe di biblica memoria, che pure cito nel post suddetto.
    Il posto è recuperabile da Rischio Calcolato che lo ha pubblicato col titolo originale e da altri blog che mi danno spazio.
    Abbiamo due vie per mettere a terra il tiranno e i suoi cortigiani :
    affamarlo e coprirlo di vergogna. E invocare la maledizione divina, che non sbaglia mai.

  • Giuseppe
    Rispondi

    Mi piace l’articolo di Trunfio, e credo anch’io che bisogna riconsiderare la questione del lavoro a monte, cioè rispondere a quelle domande su cosa sia il lavoro e chi sono i suoi nemici.
    Il fatto è che la maggioranza degli italiani crede che il lavoro sia un diritto acquisito, e come tale andrebbe garantito a tutti; questo perchè la gente ha in mente il modello dell’impiegato statale, e crede che il problema sia nel cercare di estendere anche al privato i privilegi dello statale. Questi sono in sostanza i discorsi di quei cialtroni di politici e sindacalisti. A mio avviso molta gente non ha afferrato il concetto che non è possibile estendere i privilegi a tutti: il posto fisso allo statale parassita è garantito solo perchè c’è il privato che paga.
    Quindi la soluzione del lavoro non è quella di garantire il posto fisso (o una maggiore stabilità) a chi non ce l’ha, bensì quella di togliere questo privilegio a chi ce l’ha.
    Chiunque osservi i fenomeni naturali, per esempio il comportamento degli animali, si rende conto che in natura non c’è stabilità, ma è tutto in trasformazione; che è naturale che si alternino periodi di abbondanza e periodi di scarsità; che è naturale che vadano avanti i più forti e i più capaci; e che sarebbe anche naturale per l’uomo alternare periodi di lavoro a periodi di ozio.
    Nella nostra società sta avvenendo qualcosa di contro natura, un darwinismo al contrario: la persone più capaci, quelle che lottano, si trovano in difficoltà, mentre i più incapaci, quelli che hanno puntato sul posto statale perchè quella era l’unica possibilità che avevano, sono garantiti.
    Così non va bene…

    • Gran Pollo
      Rispondi

      Giuseppe:
      “Quindi la soluzione del lavoro non è quella di garantire il posto fisso (o una maggiore stabilità) a chi non ce l’ha, bensì quella di togliere questo privilegio a chi ce l’ha.
      Chiunque osservi i fenomeni naturali […] si rende conto che […] è naturale che vadano avanti i più forti e i più capaci”

      Vero ma… dei meno forti e capaci cosa ne vorresti fare? lasciarli morire di fame, tutti? O ucciderli tutti, magari per prevenire la sommossa violenta a danno dei più forti e capaci?
      Attento che molte guerre civili sono cominciate così…

      • fabio
        Rispondi

        i meno capaci faranno comunque la loro offerta, nel mondo del lavoro dipendente, agli imprenditori che sceglieranno -semplifico per rendere meglio l’idea- tra uno bravo veloce e caro ed un altro meno veloce ma più economico e con orari flessibili o che offre pagamenti differenziati o altro ancora.

        Quando sarai te, invece di sconosciuti funzionari a pancia piena a centinaia di chilometri di distanza che non puoi controllare, a stabilire e personalizzare le condizioni cui offrire la TUA capacità produttiva, potrai stabilire le condizioni che vuoi, magari apparentemente scomode ma che ti permetteranno comunque di.lavorare.

        Sicuramente chi è più bravo avrà di meglio e di più, ma tutti potrano avere l’opportunità di fare la propria parte e dimostrare quel che valgono! Cosa impedita dalle assurde regole sull’illicenziabilità nel pubblico e nel privato, e sui salari minimi.

        Altrimenti cos’è mai la meritocrazia?? Più meriti e più sarai premiato, meno meriti e meno avrai? GIUSTO! è proprio questo il mercato, se lasciato libero. Ma nessuno muore di fame se comunque avrà sempre garantita la possibilità di lavorare e mettersi in gioco a qualsiasi condizione di stipendio orario ed altro.

  • Giuseppe
    Rispondi

    @ Gran Pollo
    Premesso che apprezzo l’autoironia con cui ti definisci con questo nome,
    io non voglio lasciar morire nessuno di fame. Dico solo che viviamo in una società competitiva, e se dobbiamo gareggiare dobbiamo farlo in maniera seria. E’ normale che in una gara ci sia chi vince e chi perde, ma questo non significa che chi perde non abbia la possibilità di rifarsi.
    Inoltre non credo che la competitività vada a discapito della solidarietà: di solito i grandi campioni sono anche i più generosi. Scusami il paragone sportivo ma è quello che mi riesce meglio.

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    La natura, il buon senso che non manca a nessuno dicono che il lavoro è una cosa che non si crea dal nulla, e che non basta proclamarla come diritto, in una specie di sacro testo, per assicurarlo sempre e comunque a tutti. Finora è stato assicurato a un numero imponente di persone a suon di debito pubblico e di spesa fuori controllo. Ora siamo a capolinea.
    Il cancro mai estirpato sta appunto in questa vanità del dopo guerra e di un gruppo di persone, ormai morte e sepolte dal tempo, di promettere a tutti che dopo l’uomo nero della guerra, sarebbero arrivati i miracoli del nuovo testamento. Per assicurarsi il consenso elettorale e pilotare l’italia per decenni. Niente di più falso, illusiorio e illiberale. Questa è la metastasi dell’itaglia e di tutte le socialdemocrazie moderne.

  • Gran Pollo
    Rispondi

    @ Giuseppe: premetto che sono in linea di massima d’accordo con te, e che il paragone sportivo è naturale quando si parla di competere, c’è un problema di fondo che sarebbe bene non ignorare. Mi collego al tuo paragone sportivo:

    1) in una competizione sportiva di qualsiasi genere ci deve essere certamente agonismo, ma ci sono anche delle regole e degli arbitri/giudici che ne monitorano il rispetto per tutta la durata della competizione. Se queste non vengono condivise da tutti i partecipanti, o se l’arbitraggio è inesistente o parziale, la competizione si trasforma in una lotta senza quartiere dove vince non il migliore ma il più prepotente o scorretto. Ed è il rischio che si corre se nel libero mercato non si pone alcuna regola.

    2) L’attività sportiva è una parte della vita dello sportivo. Un atleta può essere a) un dilettante e quindi il suo sostentamento non è legato allo sport e gli eventuali premi sono un “di più”, oppure b) è un professionista, e viene pagato indipendentemente che vinca o perda (anche se questo può influire molto sul suo compenso). Nella società competitiva, la gara E’ la vita stessa, e così pure la posta in gioco. Chi perde rischia la miseria. Ed è inevitabile che qualcuno perda.
    Quanto al fatto che possa rifarsi, senza una rete di protezione che gli consenta di rimettersi in gioco (che succede se con la tua impresa hai perso tutto e sei troppo vecchio per ricominciare dal lavoro dipendente?) questo è molto difficile. E quanto alla generosità del campione, (giustamente!) non è obbligatoria, il perdente non può contarci assolutamente.

    So che parole come queste suonano assai poco libertarie, ma sono problemi da prendere in considerazione seriamente.

  • Albert Nextein
    Rispondi

    La festa del primo maggio è al top dell’ipocrisia politico-sindacale italiana.
    Il politically correct iperconcentrato.
    Il buonismo distillato 4 volte.

    Un rito obsoleto, farsesco.
    Un riflesso condizionato asincrono.
    Roba da far ridere le scimmie.

    • Antonino Trunfio
      Rispondi

      Farà ridere le scimmie e son d’accordo. Ma la cosa che mi fa girare davvero è che lo finanziamo pure noi !!

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    @GRANPOLLO : lei conosce nulla del libero mercato. Se lo lasci dire.
    Il libero mercato è il primo che stabilisce regole e condizioni, vincoli e fori competenti. E sa dove stanno queste regole ? nei contratti. Del libero mercato appunto. E chi non rispetta i contratti di solito, finisce in tribunale a risponderne se è fortunato. I meno fortunati di solito prendono una pallottola in fronte. Ha presente ?

    • Gran Pollo
      Rispondi

      @ Trunfio: mah, può anche darsi che io non capisca nulla di libero mercato, ma lei prima venera come un dio il libero mercato e poi parla di tribunali (e quindi di stato) che puniscono chi non rispetta i contratti (ma lei lo sa in base a cosa decide un giudice? mai provato a denunciare qualcuno per un torto subito? potrebbe avere certe brutte sorprese…) e se non va bene il tribunale allora risolverebbe tutto a pallottole in fronte (e qui è un po’ peggio… dall’altra parte della canna di una pistola ci si sente un bel po’ meno spavaldi, di solito… no perché, vede, quando ci si erge a giudici di se stessi è molto più facile autoassolversi, e non mi risulta che esistano armi che si rifiutano di sparare se ad impugnarle è chi ha torto).

      • fabio
        Rispondi

        parla di tribunali da per farsi capire meglio perché c’è il monopolio dello stato in questo.

        Avrebbe pututo parlare di arbitrati (che in italia fanno fatica ad entrare e sono limitati ad un ristretto ambito), ma avrebbe reso male l’idea a causa delle distorsioni provocate dalla legislazione italiana: quando mai tu sei stato abituato ad indicare un ufficio arbitro su un contratto? al massimo un foro.

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    @POLLO : io venero un dio che lei neanche immagina, e non certo lo stato e i suoi cortigiani e parassiti.
    Lei identifica il mercato libero con la mancanza di regole. Quello sarò il mercato libero che conosce lei. Io conosco e bene, un altro tipo di mercato, dove un cliente e un fornitore cercano e trovano un accordo liberamente, che soddisfa al meglio entrambe. Si tratta di intendersi quindi. Cito i contratti che sono la forma attuale di accordo e regole che i privati usano nel loro mercato, che non è per niente libero, in quanto per concludere il contratto, bisogna tener conto che c’è sempre un terzo incomodo lo stato, con i suoi tribunali, la sua burocrazia, e i suoi apparati, che stabilisce gran parte delle cose : persino il prezzo dello scambio, pensi lei !! con tasse, aliquote iva, imposte su chi compra e imposte su chi vende !! Auspico un tempo in cui i tribunali saranno privati e le leggi pure. Cosi terminando il monopolio della legge, come spero anche quello della produzione di denaro per conto di bce e affiliati, avremo anche leggi migliori e tribunali efficienti e al servizio dei clienti, e non burocrati per cause interminabili di poveri malcapitati cittadini.
    Di brutte sorprese, chi non ne ha avute in questo fottuto paese fallito ? so cosa significa aspettare i soldi di un fallimento. Al tribunale di Milano, si aspetta mediamente dieci anni !!
    Di contratti ne vedo centinaia all’anno e non sono nè avvocato e nè notaio, ma solo uno che si occupa nell’industria e nelle aziende private di queste cose.

    Quanto alle pallottole, ho solo ricordato il fatto che quando i contratti non si rispettano, considerata appunto l’inefficienza delle corti, si può finire sotto il piombo di una pistola. La cronaca racconta di centinaia di casi ogni anno, dove i contratti non rispettati hanno portato alla vendetta. Non invoco certo questo, ho solo ricordato a moralisti e persone per bene, che transitano qui, che può capitare anche a loro di prendersi una pallottola in fronte, quando in un mercato libero che si è dato le regole, per colpa di un terzo onnipresente, la vittima non riesce ad avere ragione del carnefice.

  • Sigismondo di Treviri
    Rispondi

    Nessuno dice che il libero mercato rappresenta la perfezione. Gli uomini sono imprefetti e quindi ogni loro prodotto è imperfetto. Si tratta soltanto di realizzare una società con meno imperfezioni rispetto a quella in cui viviamo oggi. Accettare di essere imperfetti, ci renderebbe molto migliori di quello che siamo oggi dove ci sforziamo stupidamente di essere perfetti. Il sogno di un mondo privo di difetti è vecchio quanto il mondo. Meno di un secolo fa, qualcuno voleva realizzarlo e nel provarci è riuscito soltanto a riempire le tombe con più di cento milioni di cadaveri.

    • Antonino Trunfio
      Rispondi

      @Sigismondo : hai scritto una cosa che penso da sempre sull’imperfezione come straordinaria possibilità di superarsi e mirare a una perfezione, che io, te e qualche altro sparuto gruppo di persone accettiamo di non poter mai fissare o conoscere completamente. Al contrario una torma innumerevole inconsapevole che la superbia sia il primo peccato capitale, insulsamente pieni del proprio ego, puntano a conquistare la perfezione qui, subito e a ogni costo. A a spese e sulle spalle di tutti gli altri. Of course

  • Rispondi

    @Antonino Ho letto il tuo post”PAROLA COME PROIETTILI E PENSIERI COME VELENO”

    Complimenti!

    Per quanto riguarda l’invocazione della maledizione divina su i parassiti lo faccio ogni sera, mi concilia il sonno.

    Comunque temo che l’unica soluzione per coloro che la pensano come noi è costruirci un paese nostro alla Atlas Shrugged.

  • Antonino Trunfio
    Rispondi

    Io le invocazioni le faccio tre volte al giorno !! scusami ma la frequenza è importante. C’è scritto infatti : chiedete con insistenza (vedasi parabola della vedova che va dal giudice tante volte fin quando la sua richiesta di giustizia non viene accolta).
    A me oltre al sonno queste invocazioni producono anche un sogno bellissimo.
    Vedo tanti zombies, dalle facce note, con una macchia tonda e rossa in fronte simile al buco di un corpo perforante, vestiti di letame e di fango, che si aggirano per lande desolate, dove il suolo è di cenere e ossa putrefatte, il cielo è sempre nero e pieno di miasmi e vapori, l’aria irrespirabile da cloaca massima.
    Mi sveglio èer nulla turbato al mattino perchè posso ricordare i volti sfigurati di quegli zombie :
    quelli che ai TG vedevano la fine del tunnel
    quelli che a ballarò cinguettavano giulivi col presentatore imbonitore di palazzo
    quelli di porta a porta, che provando a contare i nei sul viso dell’altro imbonitore di corte, proponevano ricette economiche, sociali, politiche, elettorali, costituzionali, e persino sportive, hobbistiche e di benessere personale
    quelli di anno zero che fingendo di azzuffarsi, si facevano l’assist a vicenda
    quelli del giorno delle elezioni e del silenzio di riflessione
    quelli della difesa dei valori democratici al 2 di giugno
    quelli in toga nera e carriera assicurata con posto sicuro, della legge è uguale per tutti ?
    e quelli che finanziati per l’intoccabile pluralismo delle opininioni, fanno a gara a chi la spara più grossa l’opinionata del giorno
    E alla fine mi dico : Signore, meno male che ci sei e sei giusto in eterno.

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